09/10/2012
Sindaci sui tetti
A me non piacciono i sindaci sui tetti delle fabbriche. Anche se li capisco. Non mi piace quello che è accaduto oggi a Piombino, dove il primo cittadino si è inerpicato sulle sommità della Lucchini per richiamare l’attenzione sull’ecatombe occupazionale che la crisi di quel colosso dell’acciaio lascia presagire ormai imminente. Lo capisco, certo, ma non mi piace: posso dirlo?
Leggo le tante dichiarazioni di solidarietà sul gesto e noto il rilievo che la notizia ha trovato sui giornali, le televisioni e le radio: certamente, dunque, dal punto di vista della comunicazione l’operazione è riuscita. In serata si apprende che il ministro ha concesso, dopo la protesta, il richiesto incontro. Bene, per adesso; vediamo poi che cosa viene fuori dal colloquio. E pure questo – un incontro strappato solo dopo un esercizio di acrobazia - è un segno dei tempi e della rincorsa di tutti per mantenersi nella scia dell’agenda dei media, solo per caso, stavolta, coincidente con la gerarchia effettiva dei fatti.
Detto questo, però, continuo a esprimere riserve, e anche un po’ di fastidio. I tetti delle fabbriche se li sono guadagnati gli operai (anche quelli delle mie zone, i cui problemi adesso sembrano solo riassumersi nella sventurata circostanza che esse, o almeno gran parte, coincidono con la patria elettorale dell’ormai notissimo Fiorito – mentre della Videocon, che sorge nella patria del suddetto, del suo dramma e dei suoi operai che sul tetto sono saliti tra i primi non dice più nulla nessuno) per valersi di una tribuna che altrimenti non avrebbero avuto; i sindaci è meglio che continuino a restare (fattualmente e simbolicamente) dietro le loro scrivanie, incollati ai telefoni sulle cui linee passano i rapporti con i ministeri, impegnati a presiedere senza distrazioni le giunte comunali che decidono da anni (a Piombino, come altrove) verso quale sviluppo indirizzare le loro città, irriducibili nell’incalzare, fino allo sfinimento i loro partiti, perché si riconcilino con le realtà drammatiche che spesso dimenticano.
Il sospetto è che se i sindaci (ma possiamo dire i deputati, i senatori, tutti quelli che per mandato popolare rappresentano i cittadini in qualsiasi sede) salgono sui tetti vogliano, esaltando la loro impotenza, fare un passo indietro rispetto alle loro responsabilità. Che puntino, in sostanza, (e qui il sindaco di Piombino non c’entra più di tanti altri) a tirarsi fuori, fingendo di buttarsi dentro: si aggiungono alla protesta, scendono in piazza, salgono sui tetti, mentre dovrebbero – e proprio per questo i loro concittadini li hanno eletti - condurci fuori dal tunnel (almeno provarci), senza dimenticare che il loro dovere è creare il contesto (l’ambiente istituzionale, politico, economico, sociale) grazie al quale i lavoratori possano restare dentro le fabbriche e sul tetto ci vadano solo i piccioni.
Leggo le tante dichiarazioni di solidarietà sul gesto e noto il rilievo che la notizia ha trovato sui giornali, le televisioni e le radio: certamente, dunque, dal punto di vista della comunicazione l’operazione è riuscita. In serata si apprende che il ministro ha concesso, dopo la protesta, il richiesto incontro. Bene, per adesso; vediamo poi che cosa viene fuori dal colloquio. E pure questo – un incontro strappato solo dopo un esercizio di acrobazia - è un segno dei tempi e della rincorsa di tutti per mantenersi nella scia dell’agenda dei media, solo per caso, stavolta, coincidente con la gerarchia effettiva dei fatti.
Detto questo, però, continuo a esprimere riserve, e anche un po’ di fastidio. I tetti delle fabbriche se li sono guadagnati gli operai (anche quelli delle mie zone, i cui problemi adesso sembrano solo riassumersi nella sventurata circostanza che esse, o almeno gran parte, coincidono con la patria elettorale dell’ormai notissimo Fiorito – mentre della Videocon, che sorge nella patria del suddetto, del suo dramma e dei suoi operai che sul tetto sono saliti tra i primi non dice più nulla nessuno) per valersi di una tribuna che altrimenti non avrebbero avuto; i sindaci è meglio che continuino a restare (fattualmente e simbolicamente) dietro le loro scrivanie, incollati ai telefoni sulle cui linee passano i rapporti con i ministeri, impegnati a presiedere senza distrazioni le giunte comunali che decidono da anni (a Piombino, come altrove) verso quale sviluppo indirizzare le loro città, irriducibili nell’incalzare, fino allo sfinimento i loro partiti, perché si riconcilino con le realtà drammatiche che spesso dimenticano.
Il sospetto è che se i sindaci (ma possiamo dire i deputati, i senatori, tutti quelli che per mandato popolare rappresentano i cittadini in qualsiasi sede) salgono sui tetti vogliano, esaltando la loro impotenza, fare un passo indietro rispetto alle loro responsabilità. Che puntino, in sostanza, (e qui il sindaco di Piombino non c’entra più di tanti altri) a tirarsi fuori, fingendo di buttarsi dentro: si aggiungono alla protesta, scendono in piazza, salgono sui tetti, mentre dovrebbero – e proprio per questo i loro concittadini li hanno eletti - condurci fuori dal tunnel (almeno provarci), senza dimenticare che il loro dovere è creare il contesto (l’ambiente istituzionale, politico, economico, sociale) grazie al quale i lavoratori possano restare dentro le fabbriche e sul tetto ci vadano solo i piccioni.
Di Tarcisio Tarquini il 09/10/2012 alle 22:50 | Non ci sono commenti
10/04/2011
Videocon, la verità nascosta
Annoto la notizia e le cifre, qualche minuto dopo aver chiesto informazioni al mio amico Silvio Campoli, segretario della Filctem Cgil di Frosinone, sull’evolversi della vicenda della Videocon, l’azienda di Anagni (di cui in questo blog – e non solo - mi sono occupato più volte) che qualche giorno fa era sembrata sul punto di risolvere finalmente l’ormai lunga disputa sulla ristrutturazione del suo debito con Banca Intesa San Paolo, premessa per l’arrivo di un nuovo gruppo (con core business incentrato sulle energie rinnovabili) disposto a subentrare al vecchio padrone indiano e riprendere le attività assorbendo pressoché tutti gli operai, da mesi in cassa integrazione. Apprendo da Silvio che, dopo quella che era sembrata una svolta positiva, si è invece ancora al punto di partenza, perché la banca non avrebbe consentito (nonostante assicurazioni e impegni autorevoli) a rateizzare il debito della multinazionale, complicando la prospettiva di una soluzione positiva.
C’è qualcosa (o più di qualcosa) che non torna in questa storia. Stiamo parlando, infatti, di una cifra oggetto di trattativa di 35-40 milioni di euro (garantita da fideiussioni) che non dovrebbe costituire problema né per la banca, né per l’azienda che con le sue imprese sparse per il mondo ha un consolidato stratosferico. Per ottenere dall’Istituto di credito – il medesimo che sta alla vigilia di una tanto onerosa ricapitalizzazione - condizioni di restituzione che il gruppo indiano considera accettabili (si è parlato di un milione di euro mensili per circa tre anni) hanno proposto i loro buoni uffici le autorità locali e il ministro dello sviluppo economico, quindi il governo, ricevendo da Passera in persona l’auspicato via libera (reso pubblico dagli autorevoli mediatori).
Al momento della trattativa, però, questo non è stato più vero. La Banca è tornata alla rigidità iniziale, l’azienda all’indisponibilità, il governo italiano (e soprattutto gli operai - sempre più sconcertati) a registrare un nuovo intoppo, senza che nessuno sappia bene se e quando potrà essere rimosso. Sembra quasi che nel passaggio dal vertice agli apparati che devono attuarne le decisioni ci sia una zona grigia in cui il si diventa ma e il certo si trasforma in forse. C’è una verità nascosta, che non riusciamo a vedere. Prima ci riusciamo e prima capiremo.
Di Tarcisio Tarquini il 10/04/2011 alle 20:49 | Non ci sono commenti
31/03/2011
Commenti sulla corriera della Videocon
Mi accorgo dei molti commenti sulla pagina di facebook aperta dagli amici della Videocon al mio post sulla corriera vuota che fa le sue fermate, oggi senza viaggiatori, davanti ad alcune delle più grandi e gloriose fabbriche della Ciociaria del nord sprofondate in crisi che si temono senza ritorno.
[continua]
Di Tarcisio Tarquini il 31/03/2011 alle 12:47 | Non ci sono commenti
11/11/2010
Medaglia d'oro al valor civile
Leggo sui giornali locali della mia provincia, che gli operai della Videocon di Anagni si sono recati a Roma, al ministero dello sviluppo, per sollecitare che si definisca una volta per tutte il nuovo assetto proprietario della loro azienda: che si affretti ad arrivare chi deve arrivare, al posto del gruppo indiano che, dopo una scorribanda durata dal 2005 al 2008, ha deciso di fare (anzi, ha già fatto) le valigie e se ne è tornato a casa lasciando tutti a casa, appena coperti da una modesta cassa integrazione più volte negoziata e prorogata.
[continua]
Di Tarcisio Tarquini il 11/11/2010 alle 19:39 | Non ci sono commenti
25/03/2010
Memoria per l'operaio della Videocon che si è suicidato
Di Tarcisio Tarquini il 25/03/2010 alle 23:57 | C'e' un commento
16/10/2009
Una questione d'identità
Ho scritto per Rassegna e Rassegna.it un articolo sulla Videocon, la fabbrica di Anagni, in Ciociaria, che produce (adesso assembla solo) apparecchi televisivi e che, messa in vendita dal gruppo indiano della famiglia Dooth, rischia per non chiudere di dover cambiare completamente tipo di attività.
[continua]
[continua]
Di Tarcisio Tarquini il 16/10/2009 alle 00:15 | Non ci sono commenti
03/07/2009
Videocon, le peripezie della missione di un'azienda
È proprio di questi giorni la notizia (riportata dalla stampa locale, ma in verità la vicenda meriterebbe un rilievo ben più ampio) che l’ultima proposta per salvare la Videocon, la fabbrica di Anagni in provincia di Frosinone proprietà di un gruppo industriale indiano, ha subito uno stop, si spera solo temporaneo.
[continua]
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Di Tarcisio Tarquini il 03/07/2009 alle 19:24 | Non ci sono commenti
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