Che Davide Orecchio abbia scritto un gran libro e che, perciò, il premio Mondello conferito a Città distrutte (Gaffi editore) sia stato più che giustamente assegnato non sono certo io il primo a dirlo, anche se ci tengo a rivendicare pubblicamente il merito (tutto privato, naturalmente) di aver seguito la gestazione di questi racconti e, per quanto è potuto valere, di aver incoraggiato l’autore di fronte ai dubbi che sempre spuntano a un certo punto della fatica e perciò una rassicurazione può placare l’ansia, il timore di non essere pari alla prova.
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Dunque, dopo diciotto anni non sono più il presidente dell’Edit Coop. E’ stato un tempo assai lungo, perché così hanno voluto i soci; ma anche perché in tutti questi anni non è venuto mai meno il rapporto di fiducia della Cgil nei miei confronti, un elemento determinante per la nascita e lo sviluppo di questa nostra impresa editoriale e giornalistica.
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È un’idea dell’Italia, e della nostra bandiera, quella che Mario Ritarossi ha disegnato – su invito di Rassegna Sindacale che ha voluto farne un poster per i 150 anni dell'unità della nazione – e che potete vedere nell’immagine qui sopra.
Non c’è bisogno di sottolineare la sensibilità e la perizia artistica di Mario, che i lettori del Mese di Rassegna Sindacale e anche i visitatori di questo sito conoscono bene e apprezzano da tempo.
Quello che interessa è la non scontata simbologia che regge la trama concettuale di questo disegno.
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Sui giornali di questi giorni mi è capitato di leggere spesso articoli sull’assenteismo, spesso accompagnati da bellicose dichiarazioni di dirigenti di azienda e ministri che, sulla scia dell’esibizione muscolare di Marchionne (loro luce e loro guida), hanno censurato il fenomeno, attribuendo alla sua incidenza le più o meno positive performance di uffici e aziende.
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Non riesco ancora a capire la ragione per la quale Giovanni Rinaldi, valente studioso e conoscitore delle tradizioni e della cultura del movimento contadino e operaio del meridione, abbia deciso di dimettersi dall’associazione Casa Di Vittorio, proprio nel momento in cui il suo progetto di dare una sede fisica e stabile (sarà Palazzo Carmelo a Cerignola) a un circolo che è stato finora un sito web e tanta attività culturale fatta in ogni parte d’Italia si sta realizzando.
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"Questa copia deve arrivarti il 5 agosto". C'è stampato così sulla copia di Rassegna Sindacale che mi arriva il 23 agosto, spedita il 4 agosto con postapress, un prodotto postale che grazie a un supplemento di prezzo, garantisce il recapito di un giornale entro le 24 ore successive al momento dell'inoltro. Non vivo in montagna o in un comune di poche anime, la mia città è abbastanza ben collegata e provvista di non so quanti uffici postali; non ci sono insomma ragioni accettabili che spieghino ritardi così clamorosi, e non solo a ferragosto.
Dal primo aprile di quest'anno, come ricorderanno i lettori testimoni delle nostre lagnanze, il prezzo delle tariffe postali è più che raddoppiato creando problemi seri a molte pubblicazioni distribuite con abbonamento postale. Ce ne siamo lamentati, senza riuscire (almeno fino a questo momento) a ottenere una modifica dell'unilaterale decisione e, nonostante da tempo circoli un'ipotesi di accordo con le associazioni che rappresentano le aziende editoriali, un nuovo prezzo che renda più graduale l'aumento richiesto non è entrato ancora in vigore (c'è bisogno di un decreto interministeriale).
Questa discussione ci ha fatto però perdere di vista il punto vero, che non è solo il prezzo del servizio postale ma la qualità del servizio stesso: si paga in sostanza per qualcosa che l'azienda postale offre senza sentirsi legata ad alcun obbligo nei confronti del cliente, esigendo, come nel caso degli utilizzatori del cosiddetto j+1 (la consegna, appunto, in un giorno), un sovraprezzo che altro non è che un balzello, un premium, cui non corrisponde alcun beneficio, alcuna prestazione aggiuntiva.
Noi abbiamo firmato un contratto con le poste: una certa tariffa per un certo servizio. A rispettarlo, tuttavia, è solo una parte, quella che paga.
Leggo sul numero di questa settimana di Rassegna Sindacale un articolo del segretario della Camera del lavoro di Corleone, Dino Paternostro, che ricorda la figura di Salvatore Carnevale, il sindacalista ammazzato (appena trentenne) dalla mafia il 16 maggio di cinquantacinque anni fa, dalla cui vicenda i fratelli Taviani e Valentino Orsini trassero, nel 1962, uno dei loro primi film Un uomo da bruciare (con Gian Maria Volontè).
C’è stato, la settimana scorsa, un convegno organizzato dalla Cgil siciliana a Sciara per ricordare l’attività e il coraggio di questo leader dei contadini che si oppose a latifondisti e mafiosi e organizzò il primo sciopero dei cavatori di una miniera locale per il rispetto dell’orario di lavoro e il pagamento del salario.
Penso che queste memorie vadano curate e conservate, e penso anche che – in aggiunta alla Cgil – non siano rimasti in molti a farlo, come se il sentimento dei più, nei confronti della storia, della propria storia, sia di vergogna; o, forse, temano di restarne inibiti per i disinvolti trasformismi correnti.
Nell’articolo viene ricordata anche Francesca Serio, la straordinaria madre di Carnevale, che testimoniò per anni il sacrificio del figlio diventando un’icona itinerante della lotta alla mafia, allora certo più disperata di quella di oggi.
Ricordo di aver incontrato da lontano questa madre, chiamata alla presidenza del Congresso del partito Socialista, il partito suo e del figlio, tenutosi a Genova nel 1972. Una donna minuta, avvolta nella sua veste nera, quasi esitante davanti all’applauso di tutti i delegati in piedi.
Ho già citato, in un post precedente, il libro di Massimo Onofri Il suicidio del socialismo, che racconta e spiega il Quarto Stato e la tormentata vicenda di Pellizza da Volpedo, finito suicida per dispiaceri familiari ma forse anche per qualcosa in più.
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Questa mattina ho intervistato Umberto Romagnoli, grande giuslavorista, caposcuola ormai di quella stessa scuola del diritto del lavoro che ha avuto il suo maestro in Gino Giugni. Sono andato a trovarlo nella sua casa di Bologna, per parlare con lui - a quaranta anni di distanza - dello Statuto dei lavoratori.
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Nell’ultimo numero di Wired, segnalo una bella inchiesta di Mario Portanova (con foto altrettanto belle di Max&Douglas) sul nuovo stabilimento Pirelli di Settimo Torinese che produrrà pneumatici di altissima gamma. Un gioiello dell’architettura (il cuore del progetto è di Renzo Piano, un edificio in vetro e cemento che unisce i due corpi dello stabilimento, con vetrature che lasciano passare la luce ma proteggono come se fossero opache), della tecnologia (c’è un macchinario, il tamburo transformer composto da maglie d’acciaio mobili, attorno a cui si plasma la gomma calda, che si allarga o restringe a seconda del tipo di pneumatico che si vuole produrre: un pneumatico intelligente che trasmette informazioni all’apparato elettronico dell’auto), ma anche dell’impegno sociale e della dedizione civile di un sindaco del PD, Aldo Corgiat Loia, ex sindacalista CGIL, che davanti alla dismissione certa del vecchio stabilimento, e al degrado possibile delle aree svuotate, riesce a costruire con successo un’operazione, di cui il comune diventa regista e facilitatore, che salva e riqualifica 1.300 posti di lavoro. Un uomo del fare e dell’innovare, diremmo se non temessimo di usare per una cosa tanto seria termini così abusati fino al ridicolo.
Nell’impresa sono stati coinvolti e hanno partecipato l’assessore all’innovazione della Regione Piemonte Andrea Bairati (se concorre, auspichiamo che gli elettori lo rieleggano), il rettore del Politecnico di Torino, Francesco Profumo, l’amministratore delegato di Pirelli Tyre, Francesco Gori.
Proprio in questi giorni ho scritto per Rassegna Sindacale sulla crisi del Piemonte, e anche in questa difficile e amara ricognizione ho incontrato, segnalatomi dai sindacalisti della Cgil, un caso di successo: un’impresa produttrice di cemento (la Fassa di Calliano) che ha costruito il suo nuovo stabilimento, stando attenta non solo alla sicurezza e alla salubrità degli impianti ma anche alla scelta dei colori per favorire l’integrazione estetica nell’ambiente. Quando si parla di responsabilità sociale ci si riferisce a casi come questi, dove si fa un passo in più di quanti si sarebbe in dovere di fare.
Un sindaco e un assessore che hanno il coraggio di una sfida, tecnici e imprenditori che non ripiegano sul sicuro e sul minimo indispensabile per sentirsi in pace con le loro ambizioni. E che non hanno bisogno di manomettere i diritti di chi lavora per assicurare competitività alle loro aziende.