24/11/2011
Populismi
Nella prima sessione (quella che ho seguito) sono emersi spunti originali che non passerebbero sotto silenzio se il discorso politico fosse nel nostro paese ancora capace di individuare i nodi veri da affrontare e si rifiutasse per un attimo di ridursi alle battute, agli slogan e agli aneddoti che contraddistinguono tanta parte delle argomentazioni che contrappongono i protagonisti dell’arena politico-mediatica.
Roberto Biorcio (Università di Milano Bicocca) ha parlato, per esempio, di un populismo che nel nostro paese nasce dal vuoto apertosi al centro con la fine della DC e successivamente spostatosi verso destra; un populismo dalla doppia matrice, da cui origina da una parte quello di marca leghista, che dal basso si dirige verso l’alto, e dall’altra quello che va nella direzione opposta (dall’alto verso il basso) che si riassume nel berlusconismo, fatalmente congiuntisi l’uno con l’altro a un punto del loro percorso per la forza di un’attrazione fatale, tutt’altro che episodica e tattica.
Michele Prospero (Università di Roma), un politologo che continua a confermarsi come uno degli studiosi più profondi e anticonformisti della politica italiana, ha suggerito una lettura fenomenologica del sistema politico del nostro paese degli ultimi decenni e ha individuato, almeno negli ultimi venti anni, un alternarsi di governi populisti e governi tecnici in un ciclo coerente il cui tratto di fondo è dato da una bassa qualità della guida politica: la politica che è la grande accusata per essersi staccata dal suo soggetto sociale e aver conseguentemente spalancato le porte alla sua sconfitta, che qualche volta prende le sembianze di Berlusconi e qualche altra di Ciampi, o Dini, o Monti.
Alfio Mastropaolo (Università di Torino) ha sintetizzato così l’effetto della frattura dentro cui è precipitata la società italiana e europea dopo la crisi della prospettiva socialista, anche nella versione più moderata, quella socialdemocratica: “Se in precedenza politica e economia erano in rotta di collisione, e la politica contrastava l’economia, e proteggeva la società dal mercato anche quando a governare erano i partiti conservatori, da allora la politica si è messa al servizio dell’economia e la società è rimasta indifesa”.
È davvero, come ha ipotizzato lo studioso torinese, un ciclo in via di esaurimento? Chissà. Forse qualcosa è arrivato davvero a un passo dalla parola fine, ma il danno prodotto è profondo.
Per Raimondo Catanzaro (Università di Bologna) la pratica della politica negli ultimi dieci anni si è volta “a negare la creazione di beni collettivi” distruggendo così “la fede pubblica e la fiducia nelle istituzioni”. E’ mancato il soggetto capace di “convertire” il capitale sociale di tipo relazionale (di cui ciascuno di noi ha una dotazione più o meno cospicua) in capitale sociale di tipo "istituzionale” e perciò la società italiana non ha potuto disporre “di una potente arma di mobilitazione collettiva” da opporre come antidoto alla sua crisi.
Ricostruire, dunque, è difficile; e le scelte e le pratiche che si stanno affermando in questa ennesima fase di transizione “tecnica” non sembrano aver colto l’essenzialità del ruolo, nella ricostruzione, di convertitori sociali o, per dirla in altro modo, di quei partiti (certi partiti) che pure questa funzione nel passato avevano saputo svolgere, avendo ben chiaro quali soggetti sociali rappresentare e come tradurre i loro interessi in un modo capace di creare ricchezza pubblica a vantaggio della società e dello stato, grazie all’esercizio di quella severa pratica pedagogica che sapeva trasformare – a volte anche deviandolo – l’impulso privato in un movimento collettivo, il valore privato in un valore pubblico. I convertitori oggi funzionano al contrario, sono tarati per svilire ciò che c’è di vitale nella società: e c’è da dire che riescono benissimo nello scopo.
(nella foto, populismo in America Latina)
Di Tarcisio Tarquini il 24/11/2011 alle 23:50 | Non ci sono commenti
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