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17/11/2012

Impresa responsabile e modello Olivetti. A Fermo nel Premio Volponi

Sono appena rientrato da una due giorni a Fermo, ospite del Premio Volponi le cui numerose e prestigiose iniziative, invitato dallo scrittore Angelo Ferracuti e dall’assessore provinciale alla cultura Peppino Buondonno, ho avuto la soddisfazione di aprire presentando, al Conservatorio cittadino, il mio libro “Conservatorio”, e partecipando nella mattinata di ieri alla tavola rotonda su “impresa responsabile e impresa irresponsabile” alla quale insieme con me hanno preso parte personalità a vario titolo legate alla vicenda “olivettiana” e al suo modello di impresa responsabile ante litteram. C’erano, infatti, Bruno Lamborghini, presidente dell’Associazione Archivio storico Olivetti, Valeriano Balloni, presidente dell’Istituto Olivetti delle Marche (che ha rivelato il suo passato di calciatore di serie A, nella Spal), Alvaro Cesaroni, un imprenditore di successo che ha introiettato la lezione della Olivetti da cui fu assunto appena ventenne e con una lettera in cui gli si comunicava che “l’azienda avrebbe gradito la sua collaborazione”, Giuseppe Lupo critico letterario specialista nella letteratura industriale (si è interrogato sulla “responsabilità” e autonomia degli scrittori dipendenti dell’azienda di Ivrea), Paola Mazzotti, dirigente dell’assessorato alla cultura della Regione Marche che ha illustrato alcuni progetti di creatività intrecciata a un’ipotesi di sviluppo produttivo su cui varrà la pena tornare in un prossimo post (in particolare sul progetto di ricerca e sperimentazione musicale elettroacustica Space: Sound Projection Ambisonic Controlled Environment).
Aggiungo che, per l’occasione offerta dal Premio Volponi, è stata inaugurata una mostra sul “modello” Olivetti ( e del suo ricco e intelligente welfare aziendale) che resterà aperta fino al 15 dicembre – e che consiglio di visitare.
Per la discussione avevo preparato una scaletta che poi, naturalmente, ho modificato sulla base delle altre relazioni, tutte molto articolate e stimolanti. Approfitto del post di oggi per pubblicare la “traccia” originaria dell’intervento che esprime sinteticamente, ma compiutamente, il mio punto di vista.


“Noi abbiamo la definizione di impresa responsabile (quella del libro verde della Comunità Europea) non abbiamo quella di impresa irresponsabile. Se l’impresa responsabile è quella che “integra” nella sua attività le preoccupazioni di tipo sociale e ambientale, e se è vero che questa integrazione si misura non sul metro del rispetto delle leggi, ma di norme e valori che nessuna legge impone e che, anzi, vengono assunte in maniera volontaria, allora “non responsabile” se non “irresponsabile” sarà l’impresa che pur rispettando le leggi di un certo paese nel quale opera non va al di là di esse, non si pone vincoli di tipo sociale ed ambientale che non siano quelli dettati dalle leggi.
Questo è un tema che non possiamo risolvere con i casi classici ricavati dai paesi più poveri del mondo o in via di sviluppo, per esempio riferendoci alle diverse legislazioni e anche necessità del lavoro minorile. Riguarda sempre di più anche noi, soprattutto con la crisi che porta a un restringimento dell’esercizio della responsabilità sociale e la schiaccia interamente sulla norma, sulla legge vigente.

Avviene, però, che la legge venga modificata (in Italia e in Europa quelle del mercato del lavoro, ma anche tutte quelle concernenti il diritto societario) e perciò i concetti di responsabilità e irresponsabilità cambiano contenuti. Questi sono casi che accadono anche da noi. Prendiamo le modifiche che sono state apportate alla legislazione sul lavoro e alle norme che regolano il mercato del lavoro. Una modifica dell’articolo 18 che dà maggiori possibilità all’impresa di licenziare è evidente che interferisce sulle nostre valutazioni sulla responsabilità sociale di un’impresa; la porta a un livello di partenza più arretrato rispetto a quello precedente.

Voglio dire che le nozioni di responsabilità e irresponsabilità sono piuttosto mutevoli, relative. Il quadro legislativo di un paese le condiziona, le spinge in avanti o le risospinge indietro. Quello che sta avvenendo in questi anni, con la crisi devastante dentro cui siamo immersi, la riscrittura delle regole in senso negativo determina un paradossale allargamento dell’area della responsabilità sociale dell’impresa dovuta al fatto che passa alla sfera della volontarietà quello che prima apparteneva a quella dell’obbligatorietà.
Luciano Gallino, nel suo libro sull’impresa irresponsabile, individua nel cambio del modello di governo dell’impresa - nel ritorno, sintetizziamo così, dei proprietari al controllo delle aziende prima delegato ai manager - l’origine della deriva dell’impresa verso l’irresponsabilità. Un ritorno mosso dalla volontà di recuperare profitti finanziari per contrastare le perdite produttive, l’accorciamento della prospettiva produttiva.

Per arrivare con successo a questo obiettivo, però, c’è necessità di tante complicità che rendono possibile una revisione profonda di concetti consolidati. Il cambiamento di natura dell’attività legislativa del potere pubblico, per esempio. Questa irresponsabilità, strettamente intrecciata al dominio della finanza, l’abbiamo vista all’opera fin dentro lo stato, nelle sue diverse articolazioni. Nei comuni e nell’uso spregiudicato dei derivati (una bomba che forse non è ancora esplosa del tutto, almeno stando alle analisi della Corte dei conti); nelle cartolarizzazioni spericolate. Ma poi nella produzione legislativa. L’irresponsabilità o la responsabilità forse possono essere incentivate dalle leggi, perché le leggi in genere sono il riflesso medio di un sentire, di un pensiero comune; ma anche perché definiscono il perimetro del campo; dettano quello che si deve fare e quello che è responsabile fare, anche se non si sarebbe obbligati.

L’atteggiamento della Cgil sul tema è articolato. In linea di massima, come si sa, la Cgil è il sindacato che più degli altri è legato all’idea che le relazioni industriali abbiano bisogno di un sostegno legislativo. In questo senso, è sullo stesso solco di quella generazione di gluslavoristi che dette vita allo statuto dei lavoratori proprio partendo dalla considerazione che la legge deve intervenire a riequilibrare un rapporto tra lavoratore e imprenditore che pende verso il secondo e in cui, perciò, il soggetto debole è il lavoratore. La legislazione pro labour e pro sindacato è un tutt’uno perché rafforzare il ruolo del sindacato, renderlo certo, significa dare forza allo strumento del riequilibrio del rapporto lavoro – impresa. Era vero ieri, possiamo onestamente dire che sia meno vero oggi? Ma dico questo per arrivare a un’altra considerazione: nella Cgil c’è diffidenza sull’enfasi di scelta volontaria della pratica della responsabilità sociale; ancorarla a più decise norme di legge ne garantirebbe un esercizio serio, anche ai fini di evitare che questo esercizio diventi un fattore di competitività, nel bene o nel male.

Il sindacato ha un ruolo, un punto di osservazione da far valere; è un portatore di interessi rispetto al quale l’impresa esercita una relazione di responsabilità sociale. Nello stesso tempo, in quanto soggetto, organizzazione, è produttore di responsabilità sociale, nel senso che tocca anche al sindacato integrare nella sua azione preoccupazioni di tipo sociale e ambientale. Vediamo quello che è accaduto all’Ilva di Bari, dove – alle tragedie accadute – si è aggiunto anche il più modesto dramma della diversificazione delle risposte sindacali, con una pare dei sindacati metalmeccanici che hanno contestato le decisioni giudiziarie di chiusura degli impianti e la Fiom che, invece, ha assunto una posizione meno perentoria, attenta – potremmo dire – a integrare nella sua azione le preoccupazioni per l’ambiente, la salute della comunità, il futuro delle generazioni più giovani non legandolo solo a quello occupazionale.

La Fiat ha una storia difficile riguardo la responsabilità sociale. Incomincia storicamente, intanto, dal momento in cui essa si caratterizza come impresa che attua un modello opposto a quello della Olivetti, esemplare rappresentativo della impresa responsabile socialmente. Per inciso anche qui la Cgil assume un atteggiamento diverso da quello degli altri sindacati, quasi contestando l’eccesso di esercizio di responsabilità sociale da parte dell’Olivetti che porta a un annebbiamento di ruoli. Ho ritrovato un articolo di Lavoro, il settimanale rotocalco della Cgil degli anni cinquanta e primi anni sessanta, che in morte di Adriano Olivetti incespica non poco tra riconoscimenti di merito e riserve. L’accusa di fondo è quella di paternalismo nelle scelte di Olivetti: dietro la formula c’è la diffidenza verso un’impresa e un imprenditore che giocano tutti i ruoli e rendono residuale quello del sindacato. (nella foto Pier Paolo Pasolini all'Olivetti per una conferenza)

Tornando alla Fiat, c'è da ricordare la lotta agli olivettiani, sul finire degli anni settanta, di cui racconta molto ampiamente Cesare Romiti nel libro intervista di Giampaolo Pansa, uscito qualche tempo dopo la marcia dei quarantamila che chiuse con la vittoria dell'azienda e la sconfitta del sindacato la dura vertenza dell'inizio degli anni ottanta del secolo scorso. Oggi Sergio Marchionne sembra il frutto più recente e compiuto del modello antiolivettiano, con la sua marcatura assoluta delle finalità produttivistiche e la quasi totale cancellazione delle “preoccupazioni” di altro tipo. Io penso che non possa essere questa l’impresa che vogliamo, che lo sforzo della mediazione tra le “preoccupazioni” e perciò tra gli stakeholder (che vanno comunque bene individuati e tutti) debba essere costante. Può anche esserci, in base alle formalità di una norma sfuggita dopo un referendum, che un sindacato non firmatario di un accordo sia escluso dalla rappresentanza, ma sarebbe per l’appunto una scelta di responsabilità sociale andare al di là della norma per integrare nel processo che porta alla scelta un punto di vista più ampio.

Una domanda riguarda l’esperienza Olivetti. Mi sono chiesto se riferirsi a questo modello non sia alla fine forviante, come se bastasse organizzare un po’ di welfare aziendale per essere responsabili socialmente. In realtà non è affatto fuorviante, a patto che il modello Olivetti lo si studi davvero bene.
L’originalità e l’autenticità della responsabilità sociale praticata a Ivrea è che non si tratta di un elemento esterno, sovrapposto, ma comincia investendo prima di tutto l’organizzazione del lavoro che viene riformata con la sperimentazione (come nel caso delle “isole”) di modi nuovi che si preoccupano di considerare il lavoratore al centro del progetto produttivo, collaboratore al raggiungimento dei risultati. Poi viene il welfare aziendale delle case assegnate a riscatto, degli asili nido interni, del salario indiretto in servizi, dei permessi di maternità retribuiti interamente per nove mesi, e tutto il resto. Si fa questo perché si crede contemporaneamente, e si attua, una organizzazione del lavoro diversa da quella adottata da tutti gli altri.

È indicativo un episodio raccontato da Renato Rozzi (nel libro che accompagna il dvd del film di Michele Fasano “In me non c’è che futuro” dedicato alla figura di Adriano Olivetti); un’indagine affidata agli psicologi dopo l’introduzione di nuovi metodi di lavoro nell’azienda con l’introduzione della “giostra”, in cui il montaggio viene eseguito su un prodotto in movimento che passa automaticamente davanti al montatore in una fase di 50 secondi. L’indagine evidenzia il rifiuto di questo lavoro da parte degli operai non solo perché più faticoso (per i tempi ridotti) ma perché meno qualificato e non ben organizzato. Lo studio, i cui risultati sono resi noti all’azienda l’anno dopo la morte di Olivetti (viene però pubblicata venti anni dopo), provoca un ripensamento e il sistema delle giostre viene superato. L’olivettismo dell’Olivetti continua dopo Adriano. La svolta ci sarà più tardi con l’arrivo di Carlo Debenedetti, responsabile, tra l'altro, di non aver capito che l'elettronica, nella quale l'azienda era all'avanguardia, sarebbe stata la strada da seguire e non invece, come avvenne, da abbandonare regalando questa strategica chance di futuro agli americani.

Nel disegno di Olivetti la stessa impresa avrebbe dovuto avere una proprietà condivisa, tenuta insieme in una Fondazione; non la proprietà capitalistica né la proprietà dello Stato o di una collettività, ma una paritaria partecipazione di diversi soggetti che Olivetti ipotizza in queste proporzioni: 25% alla Comunità; 25% all’università più vicina; 25% ai proprietari; 25% ai lavoratori: territorio, ricerca, proprietà, lavoratori.
È evidente, perciò, che quel modello e la prospettiva di sviluppo industriale ad esso connesso sono stati sconfitti, ma la loro forza evocativa è ancora intatta, destinata a tornare nei nostri ragionamenti sul futuro".


 

TAG adriano olivetti fiat premio volponi impresa responsabile luciano gallino

ARCHIVIATO IN Rendicontazione

Di Tarcisio Tarquini il 17/11/2012 alle 00:26 | Non ci sono commenti

02/11/2010

Assenteismo, ma anche presenteismo

Sui giornali di questi giorni mi è capitato di leggere spesso articoli sull’assenteismo, spesso accompagnati da bellicose dichiarazioni di dirigenti di azienda e ministri che, sulla scia dell’esibizione muscolare di Marchionne (loro luce e loro guida), hanno censurato il fenomeno, attribuendo alla sua incidenza le più o meno positive performance di uffici e aziende. [continua]

TAG fabrizio carmignani delegati fiom lucia annunziata rassegna sindacale fiat aris accornero

ARCHIVIATO IN Letture

Di Tarcisio Tarquini il 02/11/2010 alle 19:20 | Non ci sono commenti

15/06/2010

Media (e non solo) senza incertezze sulla Fiat di Pomigliano

Mi mette un po’ di tristezza leggere la dichiarazione di Sergio Chiamparino, sindaco di Torino (città della Fiat), sulle tute blu della Fiom di Pomigliano. Il succo è che debbono firmare l’accordo-ricatto (su cui titolano oggi tutti i giornali) se sono responsabili.
[continua]

TAG fiom sergio chiamparino fiat pomigliano mediacoop

ARCHIVIATO IN Comunicazione

Di Tarcisio Tarquini il 15/06/2010 alle 17:34 | Non ci sono commenti

29/01/2010

La Fiat, per Fortebraccio

Sono passato, questa mattina, dal mio libraio di fiducia. Di fiducia, non perché mi dia libri più belli di quelli che troverei in altre librerie, ma più semplicemente perché me li dà dietro il pagamento di comode rate mensili, ormai da quaranta anni, e cioè da quando ero studente del liceo (di lui ha scritto tempo fa su Nuovi Argomenti un bel ritratto Raffaele Manica, in un articolo rievocativo della nostra ristretta comunità di amici).
[continua]

TAG fortebraccio mario melloni alberto arbasino raffaele manica emilio colombo agnelli vittorio valletta fiat metalmeccanici facce da schiaffi

ARCHIVIATO IN Letture

Di Tarcisio Tarquini il 29/01/2010 alle 13:34 | Non ci sono commenti

03/07/2009

Videocon, le peripezie della missione di un'azienda

È proprio di questi giorni la notizia (riportata dalla stampa locale, ma in verità la vicenda meriterebbe un rilievo ben più ampio) che l’ultima proposta per salvare la Videocon, la fabbrica di Anagni in provincia di Frosinone proprietà di un gruppo industriale indiano, ha subito uno stop, si spera solo temporaneo.

[continua]

TAG missione dooth fiat videocon

ARCHIVIATO IN Al margine

Di Tarcisio Tarquini il 03/07/2009 alle 19:24 | Non ci sono commenti

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