Tag: democrazia partecipativa

07/03/2012

TAV partecipativa

Nei giorni scorsi, parlando di Tav e della protesta di parte della popolazione e delle comunità della Val di Susa, è stato ricordato sulla stampa (in particolare, con efficaci approfondimenti, Il Corriere della Sera) l’istituto francese del “debat public”, la modalità con cui – secondo quanto disposto da una legge del 1995, rivista e precisata nel 2002 e rafforzata, infine, da una successiva direttiva europea – in quel paese si decide sulla realizzazione di opere pubbliche che abbiano sensibili ricadute ambientali e sociali e superino una determinata soglia economica.

La procedura è nelle mani di una commissione nazionale
che, attivata dal responsabile del progetto o anche avviata da una sua propria e autonoma iniziativa, istruisce una lunga e articolata fase di consultazione dei cittadini (sei mesi), mettendo a disposizione dati e acquisendo suggerimenti per arrivare, a fine percorso, a una decisione condivisa. Per questa procedura si è parlato di democrazia partecipativa, ma il termine usato e la sostanza cui rinvia non sembrano del tutto appropriati; sarebbe più preciso ricorrere al concetto di sondaggio informato, quello di cui ci ha parlato Fishkin in un suo libro pubblicato da Marsilio in edizione italiana nel 2003, “La nostra voce”, e che ha il suo punto centrale proprio nelle modalità con cui si informa la pubblica opinione intorno a una questione di rilievo generale in modo tale che il giudizio sia espresso con piena cognizione di causa. Al fondo di queste tecniche (molto “sensibili” dal punto di vista delle forme della democrazia) c’è un elemento comune che, nella vicenda che viviamo oggi nel nostro paese, non è di valore secondario: l’idea che qualsiasi opera o progetto o decisione possano essere assunti da quelli che ne hanno il compito e il ruolo a patto che siano sufficientemente approfonditi e opportunamente motivati; mentre non si considera l’ipotesi (nella legge sul “debat public” l’evenienza non è contemplata) che l’opera venga semplicemente cancellata se le obiezioni mosse si rivelano insuperabili.

È un fatto che la democrazia partecipativa trovi terreno propizio di attuazione nella dimensione locale; tutte le esperienze condotte, a cominciare dalla prima e più nota di Porto Alegre (che pure è una città-regione molto vasta), si sono attuate in ambiti nei quali la comunità ha una sua evidente prerogativa decisionale, trattandosi di opere e interventi pubblici chiaramente destinati a quella comunità e che non toccano interessi al di fuori dei suoi confini. In questo caso, dunque, la deliberazione partecipativa segue itinerari diversi da quelli del “debat public” francese (in Francia, comunque, a livello locale la democrazia partecipativa è estesa e da tempo efficacemente formalizzata: esemplare l’esperienza del comune di Bobigny), perché essa si svolge lungo un intero ciclo politico - amministrativo che coinvolge sia i rappresentanti eletti delle diverse comunità sia i cittadini (non le associazioni alle quali sono garantiti altri ambiti di partecipazione) fin dal momento della individuazione dell’opera da sottoporre al percorso deliberativo, sulla base della decodificazione dei bisogni espressi (rilevati con schede analitiche) e della graduatoria delle priorità (anche qui con metodologie formalizzate e costruite con criteri resi espliciti fin dall’avvio).

Si è appreso, anche per l’intervista di Passera alla “Stampa” di ieri, che una legge tipo “debat public” si sta preparando pure da noi; i sostenitori della necessità di questo testo affermano, per provarne l’urgenza, che in questo modo i tempi della decisione forse si allungano, ma si tagliano quelli che passano dalla decisione alla realizzazione, perché le eventuali obiezioni avendo trovato il luogo nel quale esprimersi, incontrano risposte e determinano gli aggiustamenti dettati dai soggetti intervenuti nel dibattito. A me pare che, enunciato così il problema, non si tenga conto di un altro fatto, pure assai evidente in tutti i casi studiati di democrazia partecipativa locale (anche e soprattutto nel nostro paese): la scarsa partecipazione dei cittadini, e la quasi drammatica assenza di giovani e donne nei diversi forum di discussione (si è provato anche a variare orari e luoghi per superare questo limite). Ci si chiede: perché i cittadini non partecipano e, sebbene sollecitati, non intervengono su temi che riguardano i loro interessi più prossimi? La risposta tocca un nervo scoperto: guardando gli effetti delle decisioni scaturite da processi partecipativi, si scopre (è stata condotta più di un’indagine sul punto) che in molti casi le delibere partecipative restano lettera morta: e, come si sa, è sempre piuttosto difficile ottenere che la gente accetti con convinzione o entusiasmo di conferire una quota del suo tempo se alla fine deve constatare che questo atto di investimento civico è del tutto inutile. Alla fine, perciò, la partecipazione – come nota anche Gaetano Sateriale nel suo bel libro sull’esperienza di sindaco di Ferrara (“Mente locale”, Bompiani) – si restringe a numeri sempre più bassi e accade, alla fine, che alle assemblee, agli incontri, ai forum partecipi chi è contrario “a prescindere”, circostanza questa che limita ovviamente gli spazi per interventi di miglioramento delle decisioni.

La questione del dibattito pubblico, delle sue finalità e modalità, così come dei suoi limiti, non è, allora, da lasciare nelle mani dei tecnici di questo governo (o addirittura di un ministero solo) che, da quanto trapela, starebbero preparando un testo; c’è da meravigliarsi che non siano ancora le forze politiche a prendere in mano il tema. Non perché in questo modo si possano convincere oggi gli oppositori della Tav che il bene (supposto) di tutti coincida con il bene (supposto) di ciascuno di loro; ma perché questo è un tema che riguarda la democrazia e dovrebbe comparire in bella evidenza all’interno dei progetti di riforma istituzionale che questa stagione rende ormai ineludibili. Magari prendendo spunto proprio da un caso di democrazia locale, quello della cittadina americana di Chelsea che, dopo anni di corruzione pubblica e di disaffezione dei cittadini, ha riscritto il suo statuto affidandosi alla partecipazione e  recuperando per questa via la compromessa credibilità delle sue istituzioni pubbliche.

Post Scriptum bibliografico.

La nostra casa editrice, l’Ediesse, ha pubblicato alcuni libri fondamentali sul tema. Li ricordo: Salvatore Amura, “La città che partecipa” (2003), Hilary Wainwright, “Sulla strada della partecipazione” (2005), Sintomer Yves, Giovanni Allegretti, “I bilanci partecipativi in Europa” (2009).

Il caso della città di Chelsea lo racconta S. L. Podziba, “Chelsea story”, B. Mondadori (2006). L’introduzione è di Vittorio Foa.

E, poi, anche un capitolo nel libro mio e di Cristiana Rogate “Fiducia e responsabilità nel governo dell’ente pubblico” (Maggioli, 2008) che riflette sul rapporto tra pratiche partecipative locali e strumenti di rendicontazione.


 

TAG debat public democrazia partecipativa val di susa partecipazione tav

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Di Tarcisio Tarquini il 07/03/2012 alle 11:52 | Non ci sono commenti

29/01/2010

La questione della democrazia, in un articolo di Alessandro Coppola

Invio un frettoloso e quasi notturno post ad Alessandro Coppola che ha scritto per Rassegna.it un articolo molto bello, un contributo serio al rinnovamento del discorso pubblico del nostro paese (www.rassegna.it/articoli/2010/01/29/57661/come-impedire-unaltra-favara).
[continua]

TAG rendicontazione sociale alessandro coppola accountability capitale sociale democrazia partecipativa lindon b. johnson favara

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Di Tarcisio Tarquini il 29/01/2010 alle 23:43 | Non ci sono commenti

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