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17/03/2011

Unità d'Italia a Corso Italia

Il lavoro salverà l’Italia. È il titolo di un articolo uscito sull’Unità il 31 luglio 1946, autore Giuseppe Di Vittorio. L’ha ricordato Enrico Panini, spiegando il tema della tavola rotonda che ha raccolto poche ore fa, nella sala intitolata a Fernando Santi della Cgil nazionale, le voci e le opinioni di Andrea Camilleri, Vincenzo Cerami, Giuliano Montaldo, Pino Caruso, Lucio Villari e Susanna Camusso.

Quel futuro (salverà) coniuga il verbo in modo da assegnargli una permanente attualità; parla dell’Italia del dopoguerra, ma è anche la certezza (una delle poche) che indica una strada valida per oggi. Nella sala dedicata al dirigente che fu per anni il prestigioso vice di Di Vittorio (della quale Panini ha raccontato come era e come si è trasformata in questi ultimi sessanta anni, nello spirito dell’iniziativa che la Cgil ha voluto, aprendo le sue sedi e facendone conoscere grande storia e piccole storie per celebrare anche così il giorno dei centocinquanta anni dell’unità italiana) ci sono state allegria, emozione, preoccupazione.

Pino Caruso ha denunciato la soppressione, a partire dal 2014, di treni diretti dalla Sicilia al resto del paese e si è domandato se anche questo non sia un colpo all’unità degli italiani, Giuliano Montaldo ha ricordato quella volta che appena sedicenne in una piazza genovese raggelata dal vento ascoltò Di Vittorio definirsi “cafone”, forse per chiedersi se anche in questo suo esibire con orgoglio la propria origine di contadino povero del sud non ci fosse un sentimento della nazione più elevato che in tante retoriche, di prima e di dopo. Vincenzo Cerami ha detto che la vera identità da conquistare è quella europea, se non ci si vuole arrendere agli effetti altrimenti irreversibili della mutazione antropologica avvertita da Pasolini e esplosa subito appresso nelle menti e nei comportamenti di tutti fino a farci oggi assai diversi, nelle fibre, di come eravamo. Andrea Camilleri ha ricordato, tornando alla storia, il patriottismo italiano dei siciliani e le quasi immediate delusioni, finite in tasse, coscrizione obbligatoria e stati di assedio (contro i fasci siciliani, alla vigilia dei cannoni di Bava Beccaris).

Tornando a casa, durante il viaggio in treno, su una carrozza i cui passeggeri sembravano lo spaccato multietnico della nostra patria attuale, ho sfogliato le pagine della biografia di Cavour scritta da Luciano Cafagna. Spiega perché fare l’Italia è stato un miracolo e che l’unica Italia possibile è stata quella fatta, unita dal nord al sud. Lo dice anche Giuliano Amato nella bella intervista di Stefano Iucci e Carlo Ruggiero che si può vedere su questo sito: la necessità di unire e centralizzare per evitare che nascesse uno stato debole, come erano e sarebbero rimasti – in balia delle forti potenze confinanti - gli stati regionali che saggiamente vennero condotti invece a unità. Il lavoro salverà l’Italia, non c’è dubbio e già l’ha fatto in epoche più dure delle nostre che pure tanto semplici non sono. Un po’ di studio, però, aiuterebbe a salvare gli italiani, almeno dal livore delle recriminazioni postume.
 

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ARCHIVIATO IN Memoria

Di Tarcisio Tarquini il 17/03/2011 alle 00:04 | Non ci sono commenti

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