17/03/2011
Unità d'Italia a Corso Italia
Quel futuro (salverà) coniuga il verbo in modo da assegnargli una permanente attualità; parla dell’Italia del dopoguerra, ma è anche la certezza (una delle poche) che indica una strada valida per oggi. Nella sala dedicata al dirigente che fu per anni il prestigioso vice di Di Vittorio (della quale Panini ha raccontato come era e come si è trasformata in questi ultimi sessanta anni, nello spirito dell’iniziativa che la Cgil ha voluto, aprendo le sue sedi e facendone conoscere grande storia e piccole storie per celebrare anche così il giorno dei centocinquanta anni dell’unità italiana) ci sono state allegria, emozione, preoccupazione.
Pino Caruso ha denunciato la soppressione, a partire dal 2014, di treni diretti dalla Sicilia al resto del paese e si è domandato se anche questo non sia un colpo all’unità degli italiani, Giuliano Montaldo ha ricordato quella volta che appena sedicenne in una piazza genovese raggelata dal vento ascoltò Di Vittorio definirsi “cafone”, forse per chiedersi se anche in questo suo esibire con orgoglio la propria origine di contadino povero del sud non ci fosse un sentimento della nazione più elevato che in tante retoriche, di prima e di dopo. Vincenzo Cerami ha detto che la vera identità da conquistare è quella europea, se non ci si vuole arrendere agli effetti altrimenti irreversibili della mutazione antropologica avvertita da Pasolini e esplosa subito appresso nelle menti e nei comportamenti di tutti fino a farci oggi assai diversi, nelle fibre, di come eravamo. Andrea Camilleri ha ricordato, tornando alla storia, il patriottismo italiano dei siciliani e le quasi immediate delusioni, finite in tasse, coscrizione obbligatoria e stati di assedio (contro i fasci siciliani, alla vigilia dei cannoni di Bava Beccaris).
Di Tarcisio Tarquini il 17/03/2011 alle 00:04 | Non ci sono commenti
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