17/11/2012
Impresa responsabile e modello Olivetti. A Fermo nel Premio Volponi
Aggiungo che, per l’occasione offerta dal Premio Volponi, è stata inaugurata una mostra sul “modello” Olivetti ( e del suo ricco e intelligente welfare aziendale) che resterà aperta fino al 15 dicembre – e che consiglio di visitare.
Per la discussione avevo preparato una scaletta che poi, naturalmente, ho modificato sulla base delle altre relazioni, tutte molto articolate e stimolanti. Approfitto del post di oggi per pubblicare la “traccia” originaria dell’intervento che esprime sinteticamente, ma compiutamente, il mio punto di vista.
“Noi abbiamo la definizione di impresa responsabile (quella del libro verde della Comunità Europea) non abbiamo quella di impresa irresponsabile. Se l’impresa responsabile è quella che “integra” nella sua attività le preoccupazioni di tipo sociale e ambientale, e se è vero che questa integrazione si misura non sul metro del rispetto delle leggi, ma di norme e valori che nessuna legge impone e che, anzi, vengono assunte in maniera volontaria, allora “non responsabile” se non “irresponsabile” sarà l’impresa che pur rispettando le leggi di un certo paese nel quale opera non va al di là di esse, non si pone vincoli di tipo sociale ed ambientale che non siano quelli dettati dalle leggi.
Questo è un tema che non possiamo risolvere con i casi classici ricavati dai paesi più poveri del mondo o in via di sviluppo, per esempio riferendoci alle diverse legislazioni e anche necessità del lavoro minorile. Riguarda sempre di più anche noi, soprattutto con la crisi che porta a un restringimento dell’esercizio della responsabilità sociale e la schiaccia interamente sulla norma, sulla legge vigente.
Avviene, però, che la legge venga modificata (in Italia e in Europa quelle del mercato del lavoro, ma anche tutte quelle concernenti il diritto societario) e perciò i concetti di responsabilità e irresponsabilità cambiano contenuti. Questi sono casi che accadono anche da noi. Prendiamo le modifiche che sono state apportate alla legislazione sul lavoro e alle norme che regolano il mercato del lavoro. Una modifica dell’articolo 18 che dà maggiori possibilità all’impresa di licenziare è evidente che interferisce sulle nostre valutazioni sulla responsabilità sociale di un’impresa; la porta a un livello di partenza più arretrato rispetto a quello precedente.
Voglio dire che le nozioni di responsabilità e irresponsabilità sono piuttosto mutevoli, relative. Il quadro legislativo di un paese le condiziona, le spinge in avanti o le risospinge indietro. Quello che sta avvenendo in questi anni, con la crisi devastante dentro cui siamo immersi, la riscrittura delle regole in senso negativo determina un paradossale allargamento dell’area della responsabilità sociale dell’impresa dovuta al fatto che passa alla sfera della volontarietà quello che prima apparteneva a quella dell’obbligatorietà.
Luciano Gallino, nel suo libro sull’impresa irresponsabile, individua nel cambio del modello di governo dell’impresa - nel ritorno, sintetizziamo così, dei proprietari al controllo delle aziende prima delegato ai manager - l’origine della deriva dell’impresa verso l’irresponsabilità. Un ritorno mosso dalla volontà di recuperare profitti finanziari per contrastare le perdite produttive, l’accorciamento della prospettiva produttiva.
Per arrivare con successo a questo obiettivo, però, c’è necessità di tante complicità che rendono possibile una revisione profonda di concetti consolidati. Il cambiamento di natura dell’attività legislativa del potere pubblico, per esempio. Questa irresponsabilità, strettamente intrecciata al dominio della finanza, l’abbiamo vista all’opera fin dentro lo stato, nelle sue diverse articolazioni. Nei comuni e nell’uso spregiudicato dei derivati (una bomba che forse non è ancora esplosa del tutto, almeno stando alle analisi della Corte dei conti); nelle cartolarizzazioni spericolate. Ma poi nella produzione legislativa. L’irresponsabilità o la responsabilità forse possono essere incentivate dalle leggi, perché le leggi in genere sono il riflesso medio di un sentire, di un pensiero comune; ma anche perché definiscono il perimetro del campo; dettano quello che si deve fare e quello che è responsabile fare, anche se non si sarebbe obbligati.
L’atteggiamento della Cgil sul tema è articolato. In linea di massima, come si sa, la Cgil è il sindacato che più degli altri è legato all’idea che le relazioni industriali abbiano bisogno di un sostegno legislativo. In questo senso, è sullo stesso solco di quella generazione di gluslavoristi che dette vita allo statuto dei lavoratori proprio partendo dalla considerazione che la legge deve intervenire a riequilibrare un rapporto tra lavoratore e imprenditore che pende verso il secondo e in cui, perciò, il soggetto debole è il lavoratore. La legislazione pro labour e pro sindacato è un tutt’uno perché rafforzare il ruolo del sindacato, renderlo certo, significa dare forza allo strumento del riequilibrio del rapporto lavoro – impresa. Era vero ieri, possiamo onestamente dire che sia meno vero oggi? Ma dico questo per arrivare a un’altra considerazione: nella Cgil c’è diffidenza sull’enfasi di scelta volontaria della pratica della responsabilità sociale; ancorarla a più decise norme di legge ne garantirebbe un esercizio serio, anche ai fini di evitare che questo esercizio diventi un fattore di competitività, nel bene o nel male.
Il sindacato ha un ruolo, un punto di osservazione da far valere; è un portatore di interessi rispetto al quale l’impresa esercita una relazione di responsabilità sociale. Nello stesso tempo, in quanto soggetto, organizzazione, è produttore di responsabilità sociale, nel senso che tocca anche al sindacato integrare nella sua azione preoccupazioni di tipo sociale e ambientale. Vediamo quello che è accaduto all’Ilva di Bari, dove – alle tragedie accadute – si è aggiunto anche il più modesto dramma della diversificazione delle risposte sindacali, con una pare dei sindacati metalmeccanici che hanno contestato le decisioni giudiziarie di chiusura degli impianti e la Fiom che, invece, ha assunto una posizione meno perentoria, attenta – potremmo dire – a integrare nella sua azione le preoccupazioni per l’ambiente, la salute della comunità, il futuro delle generazioni più giovani non legandolo solo a quello occupazionale.
Tornando alla Fiat, c'è da ricordare la lotta agli olivettiani, sul finire degli anni settanta, di cui racconta molto ampiamente Cesare Romiti nel libro intervista di Giampaolo Pansa, uscito qualche tempo dopo la marcia dei quarantamila che chiuse con la vittoria dell'azienda e la sconfitta del sindacato la dura vertenza dell'inizio degli anni ottanta del secolo scorso. Oggi Sergio Marchionne sembra il frutto più recente e compiuto del modello antiolivettiano, con la sua marcatura assoluta delle finalità produttivistiche e la quasi totale cancellazione delle “preoccupazioni” di altro tipo. Io penso che non possa essere questa l’impresa che vogliamo, che lo sforzo della mediazione tra le “preoccupazioni” e perciò tra gli stakeholder (che vanno comunque bene individuati e tutti) debba essere costante. Può anche esserci, in base alle formalità di una norma sfuggita dopo un referendum, che un sindacato non firmatario di un accordo sia escluso dalla rappresentanza, ma sarebbe per l’appunto una scelta di responsabilità sociale andare al di là della norma per integrare nel processo che porta alla scelta un punto di vista più ampio.
Una domanda riguarda l’esperienza Olivetti. Mi sono chiesto se riferirsi a questo modello non sia alla fine forviante, come se bastasse organizzare un po’ di welfare aziendale per essere responsabili socialmente. In realtà non è affatto fuorviante, a patto che il modello Olivetti lo si studi davvero bene.
L’originalità e l’autenticità della responsabilità sociale praticata a Ivrea è che non si tratta di un elemento esterno, sovrapposto, ma comincia investendo prima di tutto l’organizzazione del lavoro che viene riformata con la sperimentazione (come nel caso delle “isole”) di modi nuovi che si preoccupano di considerare il lavoratore al centro del progetto produttivo, collaboratore al raggiungimento dei risultati. Poi viene il welfare aziendale delle case assegnate a riscatto, degli asili nido interni, del salario indiretto in servizi, dei permessi di maternità retribuiti interamente per nove mesi, e tutto il resto. Si fa questo perché si crede contemporaneamente, e si attua, una organizzazione del lavoro diversa da quella adottata da tutti gli altri.
È indicativo un episodio raccontato da Renato Rozzi (nel libro che accompagna il dvd del film di Michele Fasano “In me non c’è che futuro” dedicato alla figura di Adriano Olivetti); un’indagine affidata agli psicologi dopo l’introduzione di nuovi metodi di lavoro nell’azienda con l’introduzione della “giostra”, in cui il montaggio viene eseguito su un prodotto in movimento che passa automaticamente davanti al montatore in una fase di 50 secondi. L’indagine evidenzia il rifiuto di questo lavoro da parte degli operai non solo perché più faticoso (per i tempi ridotti) ma perché meno qualificato e non ben organizzato. Lo studio, i cui risultati sono resi noti all’azienda l’anno dopo la morte di Olivetti (viene però pubblicata venti anni dopo), provoca un ripensamento e il sistema delle giostre viene superato. L’olivettismo dell’Olivetti continua dopo Adriano. La svolta ci sarà più tardi con l’arrivo di Carlo Debenedetti, responsabile, tra l'altro, di non aver capito che l'elettronica, nella quale l'azienda era all'avanguardia, sarebbe stata la strada da seguire e non invece, come avvenne, da abbandonare regalando questa strategica chance di futuro agli americani.
Nel disegno di Olivetti la stessa impresa avrebbe dovuto avere una proprietà condivisa, tenuta insieme in una Fondazione; non la proprietà capitalistica né la proprietà dello Stato o di una collettività, ma una paritaria partecipazione di diversi soggetti che Olivetti ipotizza in queste proporzioni: 25% alla Comunità; 25% all’università più vicina; 25% ai proprietari; 25% ai lavoratori: territorio, ricerca, proprietà, lavoratori.
È evidente, perciò, che quel modello e la prospettiva di sviluppo industriale ad esso connesso sono stati sconfitti, ma la loro forza evocativa è ancora intatta, destinata a tornare nei nostri ragionamenti sul futuro".
Di Tarcisio Tarquini il 17/11/2012 alle 00:26 | Non ci sono commenti
06/09/2012
Il bilancio sociale del PD
Di Tarcisio Tarquini il 06/09/2012 alle 19:01 | Non ci sono commenti
24/03/2012
Il licenziamento disciplinare di Michele Petraroia
Ecco di seguito la lettera di Petraroia, con allegato provvedimento disciplinare comminatogli; penso che la ministra destinataria faccia bene, se mai la leggerà, a rifletterci un po' sopra: è un testo che arriva da quell'università della vita che spesso insegna più di dottorati e master.
Scrive Michele Petraroia: "Alla vigilia del decimo anniversario della più grande manifestazione italiana di tutti i tempi, indetta dalla CGIL il 23 marzo 2002 in difesa della dignità del lavoro e contro l’idea di una competizione giocata sulla cancellazione dei diritti sociali, il Consiglio dei Ministri, ha voluto compiere un grave strappo politico con la pessima scelta di modificare arbitrariamente l’art.18, non contrastare efficacemente la precarietà e limitare l’accesso ad un sistema universalistico di tutela del reddito in caso di perdita dell’impiego o di passaggio da un’attività all’altra.
Questo testo non risponde alle aspettative di milioni di precari che sollecitano stabilità, persiste nella logica di togliere con immediatezza i diritti ai meno giovani ma rinvia ad una futura ed indefinita fase, i provvedimenti che mirano a coniugare flessibilità e sicurezza, che si attendono vanamente fin dalla Legge Treu del 1997.
La bozza può e deve essere cambiata dal Parlamento per renderla equa, temperarne le asprezze e orientarla verso un modello sociale che non abiuri l’art. 1 della Costituzione Italiana. Si può ipotizzare un superamento della crisi drammatica in cui versa l’Italia non riconoscendo un ruolo dignitoso alle confederazioni sindacali che vengono derubricate ad associazioni da ascoltare e non a soggetti della rappresentanza generale da coinvolgere attivamente per disegnare insieme un percorso virtuoso per il risanamento ed il rilancio della Nazione ? Spaccare il sindacato ed alimentare contrapposizioni in questa fase è un errore grave perché c’è un clima preoccupante sul territorio che potrebbe incanalarsi verso un diffuso ribellismo protestatario fine a sé stesso, e non sarà la Banca Centrale Europea o altri Organismi Internazionali a gestire un simile disagio. Le confederazioni sindacali sono chiamate ad una prova di straordinaria responsabilità nel governare questa transizione delicatissima ma vanno rispettate nel loro ruolo, riconosciute e messe in condizione di non ritrovarsi prive di strumenti nel confronto quotidiano con milioni di persone.
Sul merito della bozza - prosegue Petaroia - mi limito ad allegare la mia lettera di licenziamento disciplinare che chiarisce le modalità con cui le imprese attuano le discriminazioni senza chiamarle in questo modo. In un’azienda con poco più di 40 addetti, aderimmo il 30 novembre 1985, per una metà alla CGIL per chiedere il
pagamento delle ore effettivamente lavorate, rinunciando anche all’applicazione del Contratto Nazionale. Dopo due giorni vennero licenziate due lavoratrici e al nostro sciopero la Ditta attivò una procedura per licenziamenti collettivi per riduzione del personale con cui il 31 gennaio 1986 licenziò tutti gli iscritti CGIL, e dopo quattro sanzioni disciplinari assolutamente inventate, mi venne recapitata la lettera per licenziamento disciplinare quale delegato sindacale aziendale. Il Tribunale di Campobasso riconobbe le mie ragioni nel 1990 e costrinse la Ditta a versarmi la differenza tra le 159 ore mensili retribuite e le 12 ore al giorno compreso il sabato effettivamente prestate, ma in realtà dopo 7 anni continuativo di lavoro con più imprese, il 6 marzo 1986 mi ero ritrovato disoccupato per aver osato chiedere una cosa ovvia. E lo strumento adottato fu il licenziamento disciplinare. Per questo bisogna essere cauti nella destrutturazione dell’art. 18, perché per un’impresa che volesse sostituire un dipendente scomodo anziano a tempo indeterminato con un giovane atipico è un gioco semplicissimo pagare da 15 a 27 mensilità di danni. Tali importi saranno recuperati sul minor costo del lavoro del sostituto in breve tempo e l’unico soggetto debole che si ritroverà fuori dal mercato del lavoro senza protezioni sarà il 60enne che finito l’indennizzo dovrà aspettare in condizioni di disagio i 67 anni che occorrono per maturare il diritto a pensione.
Dal giorno del mio licenziamento ho dedicato 20 anni di vita in CGIL a tutela della dignità violata di ogni singola persona che ferisce più in profondità del danno economico perché è come se qualcuno ti strappa la pelle e tu non puoi reagire se vuoi portare i soldi a casa per sostenere la famiglia. Ma la vita degli uomini che lavorano può fondarsi sul ricatto tra diritti e salario ? E in una Repubblica fondata sul lavoro, dov’è scritto che il ruolo del Governo è quello di svalorizzare, svilire, svuotare e rendere sempre più precario il lavoro salariato ? Se non si riparte da un idea di società coesa, solidale, equa e socialmente giusta, usciremo dalla crisi rientrando nel Medio Evo dei rapporti di classe dove il censo
farà la differenza tra chi può e chi non può.
Sono grato alla CGIL per il coraggio delle sue posizioni e sono convinto che in Parlamento la riforma del mercato del lavoro sarà emendata, corretta e modificata".
Di Tarcisio Tarquini il 24/03/2012 alle 21:22 | Ci sono 2 commenti
07/03/2012
TAV partecipativa
La procedura è nelle mani di una commissione nazionale che, attivata dal responsabile del progetto o anche avviata da una sua propria e autonoma iniziativa, istruisce una lunga e articolata fase di consultazione dei cittadini (sei mesi), mettendo a disposizione dati e acquisendo suggerimenti per arrivare, a fine percorso, a una decisione condivisa. Per questa procedura si è parlato di democrazia partecipativa, ma il termine usato e la sostanza cui rinvia non sembrano del tutto appropriati; sarebbe più preciso ricorrere al concetto di sondaggio informato, quello di cui ci ha parlato Fishkin in un suo libro pubblicato da Marsilio in edizione italiana nel 2003, “La nostra voce”, e che ha il suo punto centrale proprio nelle modalità con cui si informa la pubblica opinione intorno a una questione di rilievo generale in modo tale che il giudizio sia espresso con piena cognizione di causa. Al fondo di queste tecniche (molto “sensibili” dal punto di vista delle forme della democrazia) c’è un elemento comune che, nella vicenda che viviamo oggi nel nostro paese, non è di valore secondario: l’idea che qualsiasi opera o progetto o decisione possano essere assunti da quelli che ne hanno il compito e il ruolo a patto che siano sufficientemente approfonditi e opportunamente motivati; mentre non si considera l’ipotesi (nella legge sul “debat public” l’evenienza non è contemplata) che l’opera venga semplicemente cancellata se le obiezioni mosse si rivelano insuperabili.
Post Scriptum bibliografico.
La nostra casa editrice, l’Ediesse, ha pubblicato alcuni libri fondamentali sul tema. Li ricordo: Salvatore Amura, “La città che partecipa” (2003), Hilary Wainwright, “Sulla strada della partecipazione” (2005), Sintomer Yves, Giovanni Allegretti, “I bilanci partecipativi in Europa” (2009).
Il caso della città di Chelsea lo racconta S. L. Podziba, “Chelsea story”, B. Mondadori (2006). L’introduzione è di Vittorio Foa.
E, poi, anche un capitolo nel libro mio e di Cristiana Rogate “Fiducia e responsabilità nel governo dell’ente pubblico” (Maggioli, 2008) che riflette sul rapporto tra pratiche partecipative locali e strumenti di rendicontazione.
Di Tarcisio Tarquini il 07/03/2012 alle 11:52 | Non ci sono commenti
25/11/2011
Bilanci sociali in Cgil
Di Tarcisio Tarquini il 25/11/2011 alle 10:17 | Non ci sono commenti
04/10/2011
Virtù e miserie dei bilanci sociali
Salve, sono una studentessa di Economia e sto svolgendo un lavoro sulla rendicontazione sociale delle BANCHE NON QUOTATE! Mi rivolgo soprattutto a Cristiana Rogate, dato che è un'esperta, per sapere cosa può spingere una banca non quotata a redigere Bs oppure viceversa perchè non lo fa. Da quanto ho capito sono tutte chiacchiere. Rispondete in molti tutte le vostre osservazioni mi sono utili. Grazie [continua]
Di Tarcisio Tarquini il 04/10/2011 alle 17:46 | C'e' un commento
31/08/2011
Governo, ci hai fatto un baffo!
Di Tarcisio Tarquini il 31/08/2011 alle 18:01 | C'e' un commento
25/05/2011
L'azione giusta di Amartya Sen e del sindacato
Di Tarcisio Tarquini il 25/05/2011 alle 11:22 | Non ci sono commenti
10/05/2011
Giusta causa contro le ferrovie
Leggo di questa vicenda adesso che sono le 22.20 e sono rientrato a casa almeno due ore oltre il previsto, dopo aver passato più di quattro ore sopra un treno strapieno che - a me è la prima volta che capita ma dai racconti dei miei sfortunati compagni di viaggio pare che sia già successo altre volte - fermatosi per un altro treno rotto che ostruiva il binario della Roma Cassino è tornato indietro, alla stazione precedente, in modo da poter effettuare lo scambio e immettersi su un binario libero.
Mi domando cosa debba fare io con le ferrovie dello stato per notificare ufficialmente che è venuto meno il rapporto di fiducia, che testardamente ho cercato di confermare in questi anni pure contro l'evidenza, nei confronti loro e del loro servizio. Se potessi licenziarle, le ferrovie, le licenzierei per giusta causa.
Di Tarcisio Tarquini il 10/05/2011 alle 22:15 | Non ci sono commenti
23/03/2011
Equitalia, el pibe de oro, e noi
Di Tarcisio Tarquini il 23/03/2011 alle 18:05 | Non ci sono commenti
