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24/03/2012

Il licenziamento disciplinare di Michele Petraroia

Michele Petraroia è consigliere regionale del Molise, è stato fino a cinque anni fa segretario regionale della Cgil. Invia periodicamente una newsletter in cui rendiconta le sue iniziative, che sono tante: in tutte si riconosce il passato di sindacalista e la passione per le battaglie a difesa dei diritti del lavoro. Nella sua ultima news leggiamo il testo di una lettera che ha inviato a Susanna Camusso, ai dirigenti del PD (partito cui Petraroia appartiene), e a Elsa Fornero sull'articolo 18. E' una convinta difesa di questo articolo dello Statuto dei lavoratori, con un'argomentazione in più, rispetto a quelle che si sentono in questi giorni, frutto di un'esperienza diretta, il licenziamento disciplinare subito quando era attivista sindacale in una fabbrica che non gradiva sindacalisti, soprattutto della Cgil.

Ecco di seguito la lettera di Petraroia, con allegato provvedimento disciplinare comminatogli; penso che la ministra destinataria faccia bene, se mai la leggerà, a rifletterci un po' sopra: è un testo che arriva da quell'università della vita che spesso insegna più di dottorati e master. 
Scrive Michele Petraroia: "Alla vigilia del decimo anniversario della più grande manifestazione italiana di tutti i tempi, indetta dalla CGIL il 23 marzo 2002 in difesa della dignità del lavoro e contro l’idea di una competizione giocata sulla cancellazione dei diritti sociali, il Consiglio dei Ministri, ha voluto compiere un grave strappo politico con la pessima scelta di modificare arbitrariamente l’art.18, non contrastare efficacemente la precarietà e limitare l’accesso ad un sistema universalistico di tutela del reddito in caso di perdita dell’impiego o di passaggio da un’attività all’altra.
Questo testo non risponde alle aspettative di milioni di precari che sollecitano stabilità, persiste nella logica di togliere con immediatezza i diritti ai meno giovani ma rinvia ad una futura ed indefinita fase, i provvedimenti che mirano a coniugare flessibilità e sicurezza, che si attendono vanamente fin dalla Legge Treu del 1997.
La bozza può e deve essere cambiata dal Parlamento per renderla equa, temperarne le asprezze e orientarla verso un modello sociale che non abiuri l’art. 1 della Costituzione Italiana. Si può ipotizzare un superamento della crisi drammatica in cui versa l’Italia non riconoscendo un ruolo dignitoso alle confederazioni sindacali che vengono derubricate ad associazioni da ascoltare e non a soggetti della rappresentanza generale da coinvolgere attivamente per disegnare insieme un percorso virtuoso per il risanamento ed il rilancio della Nazione ? Spaccare il sindacato ed alimentare contrapposizioni in questa fase è un errore grave perché c’è un clima preoccupante sul territorio che potrebbe incanalarsi verso un diffuso ribellismo protestatario fine a sé stesso, e non sarà la Banca Centrale Europea o altri Organismi Internazionali a gestire un simile disagio. Le confederazioni sindacali sono chiamate ad una prova di straordinaria responsabilità nel governare questa transizione delicatissima ma vanno rispettate nel loro ruolo, riconosciute e messe in condizione di non ritrovarsi prive di strumenti nel confronto quotidiano con milioni di persone.

Sul merito della bozza
- prosegue Petaroia - mi limito ad allegare la mia lettera di licenziamento disciplinare che chiarisce le modalità con cui le imprese attuano le discriminazioni senza chiamarle in questo modo. In un’azienda con poco più di 40 addetti, aderimmo il 30 novembre 1985, per una metà alla CGIL per chiedere il
pagamento delle ore effettivamente lavorate, rinunciando anche all’applicazione del Contratto Nazionale. Dopo due giorni vennero licenziate due lavoratrici e al nostro sciopero la Ditta attivò una procedura per licenziamenti collettivi per riduzione del personale con cui il 31 gennaio 1986 licenziò tutti gli iscritti CGIL, e dopo quattro sanzioni disciplinari assolutamente inventate, mi venne recapitata la lettera per licenziamento disciplinare quale delegato sindacale aziendale. Il Tribunale di Campobasso riconobbe le mie ragioni nel 1990 e costrinse la Ditta a versarmi la differenza tra le 159 ore mensili retribuite e le 12 ore al giorno compreso il sabato effettivamente prestate, ma in realtà dopo 7 anni continuativo di lavoro con più imprese, il 6 marzo 1986 mi ero ritrovato disoccupato per aver osato chiedere una cosa ovvia. E lo strumento adottato fu il licenziamento disciplinare. Per questo bisogna essere cauti nella destrutturazione dell’art. 18, perché per un’impresa che volesse sostituire un dipendente scomodo anziano a tempo indeterminato con un giovane atipico è un gioco semplicissimo pagare da 15 a 27 mensilità di danni. Tali importi saranno recuperati sul minor costo del lavoro del sostituto in breve tempo e l’unico soggetto debole che si ritroverà fuori dal mercato del lavoro senza protezioni sarà il 60enne che finito l’indennizzo dovrà aspettare in condizioni di disagio i 67 anni che occorrono per maturare il diritto a pensione.
Dal giorno del mio licenziamento ho dedicato 20 anni di vita in CGIL a tutela della dignità violata di ogni singola persona che ferisce più in profondità del danno economico perché è come se qualcuno ti strappa la pelle e tu non puoi reagire se vuoi portare i soldi a casa per sostenere la famiglia. Ma la vita degli uomini che lavorano può fondarsi sul ricatto tra diritti e salario ? E in una Repubblica fondata sul lavoro, dov’è scritto che il ruolo del Governo è quello di svalorizzare, svilire, svuotare e rendere sempre più precario il lavoro salariato ? Se non si riparte da un idea di società coesa, solidale, equa e socialmente giusta, usciremo dalla crisi rientrando nel Medio Evo dei rapporti di classe dove il censo
farà la differenza tra chi può e chi non può.
Sono grato alla CGIL per il coraggio delle sue posizioni e sono convinto che in Parlamento la riforma del mercato del lavoro sarà emendata, corretta e modificata".



TAG articolo 18 michele peraroia licenziamento disciplinare

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Di Tarcisio Tarquini il 24/03/2012 alle 21:22 | Ci sono 2 commenti

07/03/2012

TAV partecipativa

Nei giorni scorsi, parlando di Tav e della protesta di parte della popolazione e delle comunità della Val di Susa, è stato ricordato sulla stampa (in particolare, con efficaci approfondimenti, Il Corriere della Sera) l’istituto francese del “debat public”, la modalità con cui – secondo quanto disposto da una legge del 1995, rivista e precisata nel 2002 e rafforzata, infine, da una successiva direttiva europea – in quel paese si decide sulla realizzazione di opere pubbliche che abbiano sensibili ricadute ambientali e sociali e superino una determinata soglia economica.

La procedura è nelle mani di una commissione nazionale
che, attivata dal responsabile del progetto o anche avviata da una sua propria e autonoma iniziativa, istruisce una lunga e articolata fase di consultazione dei cittadini (sei mesi), mettendo a disposizione dati e acquisendo suggerimenti per arrivare, a fine percorso, a una decisione condivisa. Per questa procedura si è parlato di democrazia partecipativa, ma il termine usato e la sostanza cui rinvia non sembrano del tutto appropriati; sarebbe più preciso ricorrere al concetto di sondaggio informato, quello di cui ci ha parlato Fishkin in un suo libro pubblicato da Marsilio in edizione italiana nel 2003, “La nostra voce”, e che ha il suo punto centrale proprio nelle modalità con cui si informa la pubblica opinione intorno a una questione di rilievo generale in modo tale che il giudizio sia espresso con piena cognizione di causa. Al fondo di queste tecniche (molto “sensibili” dal punto di vista delle forme della democrazia) c’è un elemento comune che, nella vicenda che viviamo oggi nel nostro paese, non è di valore secondario: l’idea che qualsiasi opera o progetto o decisione possano essere assunti da quelli che ne hanno il compito e il ruolo a patto che siano sufficientemente approfonditi e opportunamente motivati; mentre non si considera l’ipotesi (nella legge sul “debat public” l’evenienza non è contemplata) che l’opera venga semplicemente cancellata se le obiezioni mosse si rivelano insuperabili.

È un fatto che la democrazia partecipativa trovi terreno propizio di attuazione nella dimensione locale; tutte le esperienze condotte, a cominciare dalla prima e più nota di Porto Alegre (che pure è una città-regione molto vasta), si sono attuate in ambiti nei quali la comunità ha una sua evidente prerogativa decisionale, trattandosi di opere e interventi pubblici chiaramente destinati a quella comunità e che non toccano interessi al di fuori dei suoi confini. In questo caso, dunque, la deliberazione partecipativa segue itinerari diversi da quelli del “debat public” francese (in Francia, comunque, a livello locale la democrazia partecipativa è estesa e da tempo efficacemente formalizzata: esemplare l’esperienza del comune di Bobigny), perché essa si svolge lungo un intero ciclo politico - amministrativo che coinvolge sia i rappresentanti eletti delle diverse comunità sia i cittadini (non le associazioni alle quali sono garantiti altri ambiti di partecipazione) fin dal momento della individuazione dell’opera da sottoporre al percorso deliberativo, sulla base della decodificazione dei bisogni espressi (rilevati con schede analitiche) e della graduatoria delle priorità (anche qui con metodologie formalizzate e costruite con criteri resi espliciti fin dall’avvio).

Si è appreso, anche per l’intervista di Passera alla “Stampa” di ieri, che una legge tipo “debat public” si sta preparando pure da noi; i sostenitori della necessità di questo testo affermano, per provarne l’urgenza, che in questo modo i tempi della decisione forse si allungano, ma si tagliano quelli che passano dalla decisione alla realizzazione, perché le eventuali obiezioni avendo trovato il luogo nel quale esprimersi, incontrano risposte e determinano gli aggiustamenti dettati dai soggetti intervenuti nel dibattito. A me pare che, enunciato così il problema, non si tenga conto di un altro fatto, pure assai evidente in tutti i casi studiati di democrazia partecipativa locale (anche e soprattutto nel nostro paese): la scarsa partecipazione dei cittadini, e la quasi drammatica assenza di giovani e donne nei diversi forum di discussione (si è provato anche a variare orari e luoghi per superare questo limite). Ci si chiede: perché i cittadini non partecipano e, sebbene sollecitati, non intervengono su temi che riguardano i loro interessi più prossimi? La risposta tocca un nervo scoperto: guardando gli effetti delle decisioni scaturite da processi partecipativi, si scopre (è stata condotta più di un’indagine sul punto) che in molti casi le delibere partecipative restano lettera morta: e, come si sa, è sempre piuttosto difficile ottenere che la gente accetti con convinzione o entusiasmo di conferire una quota del suo tempo se alla fine deve constatare che questo atto di investimento civico è del tutto inutile. Alla fine, perciò, la partecipazione – come nota anche Gaetano Sateriale nel suo bel libro sull’esperienza di sindaco di Ferrara (“Mente locale”, Bompiani) – si restringe a numeri sempre più bassi e accade, alla fine, che alle assemblee, agli incontri, ai forum partecipi chi è contrario “a prescindere”, circostanza questa che limita ovviamente gli spazi per interventi di miglioramento delle decisioni.

La questione del dibattito pubblico, delle sue finalità e modalità, così come dei suoi limiti, non è, allora, da lasciare nelle mani dei tecnici di questo governo (o addirittura di un ministero solo) che, da quanto trapela, starebbero preparando un testo; c’è da meravigliarsi che non siano ancora le forze politiche a prendere in mano il tema. Non perché in questo modo si possano convincere oggi gli oppositori della Tav che il bene (supposto) di tutti coincida con il bene (supposto) di ciascuno di loro; ma perché questo è un tema che riguarda la democrazia e dovrebbe comparire in bella evidenza all’interno dei progetti di riforma istituzionale che questa stagione rende ormai ineludibili. Magari prendendo spunto proprio da un caso di democrazia locale, quello della cittadina americana di Chelsea che, dopo anni di corruzione pubblica e di disaffezione dei cittadini, ha riscritto il suo statuto affidandosi alla partecipazione e  recuperando per questa via la compromessa credibilità delle sue istituzioni pubbliche.

Post Scriptum bibliografico.

La nostra casa editrice, l’Ediesse, ha pubblicato alcuni libri fondamentali sul tema. Li ricordo: Salvatore Amura, “La città che partecipa” (2003), Hilary Wainwright, “Sulla strada della partecipazione” (2005), Sintomer Yves, Giovanni Allegretti, “I bilanci partecipativi in Europa” (2009).

Il caso della città di Chelsea lo racconta S. L. Podziba, “Chelsea story”, B. Mondadori (2006). L’introduzione è di Vittorio Foa.

E, poi, anche un capitolo nel libro mio e di Cristiana Rogate “Fiducia e responsabilità nel governo dell’ente pubblico” (Maggioli, 2008) che riflette sul rapporto tra pratiche partecipative locali e strumenti di rendicontazione.


 

TAG debat public democrazia partecipativa val di susa partecipazione tav

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Di Tarcisio Tarquini il 07/03/2012 alle 11:52 | Non ci sono commenti

25/11/2011

Bilanci sociali in Cgil

Con la buona compagnia di due esperti di rendicontazione sociale, Patrizio Di Nicola e Mario Viviani (il primo gran conoscitore, tra l'altro, della macchina organizzativa del sindacato e il secondo pioniere nel nostro paese degli studi sulla responsabilità sociale) si è tenuto qualche giorno fa (23 novembre) il seminario della Cgil nazionale sulle esperienze di bilanci sociali elaborati dalle strutture centrali (confederali e di categoria) e territoriali del sindacato. [continua]

TAG rendicontazione sociale responsabilità sociale bilancio sociale patrizio di nicola mario viviani

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Di Tarcisio Tarquini il 25/11/2011 alle 10:17 | Non ci sono commenti

04/10/2011

Virtù e miserie dei bilanci sociali

Mi scrive Francesca, commentando un mio post di parecchi mesi fa:

Salve, sono una studentessa di Economia e sto svolgendo un lavoro sulla rendicontazione sociale delle BANCHE NON QUOTATE! Mi rivolgo soprattutto a Cristiana Rogate, dato che è un'esperta, per sapere cosa può spingere una banca non quotata a redigere Bs oppure viceversa perchè non lo fa. Da quanto ho capito sono tutte chiacchiere. Rispondete in molti tutte le vostre osservazioni mi sono utili. Grazie [continua]

TAG rendicontazione sociale accountability bilancio sociale banca non quotata

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Di Tarcisio Tarquini il 04/10/2011 alle 17:46 | C'e' un commento

31/08/2011

Governo, ci hai fatto un baffo!

Dunque, secondo l’ultima boutade (scusatemi, volevo dire proposta) del governo, alle cooperative verrà tolta un’agevolazione. [continua]

TAG ires totò e maciste cooperarive riserva indivisibile

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Di Tarcisio Tarquini il 31/08/2011 alle 18:01 | C'e' un commento

25/05/2011

L'azione giusta di Amartya Sen e del sindacato

L’aspetto più interessante della lezione di Amartya Sen, tenuta ieri su invito dello Spi Cgil al teatro Capranica di Roma (posti tutti occupati), non è stato (o non è stato solo) ciò che il premio Nobel ha detto argomentando sulla questione dell'azione giusta, su ciò che è possibile e perciò necessario fare, nell'attuale contingenza, per eliminare – per dirla con le sue parole - l'ingiustizia eliminabile. [continua]

TAG amartya sen azione giusta ingiustizia eliminabile spi cgil

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Di Tarcisio Tarquini il 25/05/2011 alle 11:22 | Non ci sono commenti

10/05/2011

Giusta causa contro le ferrovie

Leggo nelle news di Rassegna.it che un capotreno in servizio alla stazione Termini è stato licenziato dalle ferrovie dello stato per il venir meno del rapporto di fiducia dell'azienda verso di lui. La vicenda - dice la Cgil - non è chiara e una rapida lettura delle motivazioni chiarisce invece che con ogni probabilità si tratta di un abuso contro il dipendente.

Leggo di questa vicenda adesso che sono le 22.20 e sono rientrato a casa almeno due ore oltre il previsto, dopo aver passato più di quattro ore sopra un treno strapieno che - a me è la prima volta che capita ma dai racconti dei miei sfortunati compagni di viaggio pare che sia già successo altre volte - fermatosi per un altro treno rotto che ostruiva il binario della Roma Cassino è tornato indietro, alla stazione precedente, in modo da poter effettuare lo scambio e immettersi su un  binario libero. 

Mi domando cosa debba fare io con le ferrovie dello stato per notificare ufficialmente che è venuto meno il  rapporto di fiducia, che testardamente ho cercato di confermare in questi anni pure contro l'evidenza, nei confronti loro e del loro servizio. Se potessi licenziarle, le ferrovie, le licenzierei per giusta causa. 

TAG rassegna.it ferrovie dello stato

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Di Tarcisio Tarquini il 10/05/2011 alle 22:15 | Non ci sono commenti

23/03/2011

Equitalia, el pibe de oro, e noi

L’avvocato di Diego Armando Maradona contesta la cartella esattoriale di Equitalia che impone al suo assistito di pagare al fisco 37 milioni di euro per mancati versamenti dell’Irpef. La ragione del rifiuto è che detta cartella non è stata notificata regolarmente, “come purtroppo - aggiunge l’avvocato - è successo negli anni a Napoli per decine di migliaia di contribuenti vessati dal fisco”. [continua]

TAG agenzia delle entrate el pibe de oro mano de diòs. diego armando maradona equitalia

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Di Tarcisio Tarquini il 23/03/2011 alle 18:05 | Non ci sono commenti

09/03/2011

Il Bilancio sociale dell'Università di Cassino

Ieri sono stato presente (invitato in quanto presidente del Conservatorio di Frosinone) all’inaugurazione dell’anno accademico dell’Università di Cassino. [continua]

TAG bilancio sociale università di cassino il rettore ciro attaianese

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Di Tarcisio Tarquini il 09/03/2011 alle 17:57 | C'e' un commento

28/02/2011

Bilanci sociali, la notizia che non c'è

Colgo l’occasione di un lancio di agenzia che annuncia la crescita dell’attenzione verso il bilancio sociale nell’amministrazione pubblica (Adn Kronos di oggi, si può leggere su rassegna.it) per ricondurre questo blog alla sua matrice iniziale, quella di raccogliere riflessioni e notizie sulla rendicontazione sociale. [continua]

TAG sergio chiamparino linee guida per i bilanci sociali pubblici adn kronos bilancio sociale

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Di Tarcisio Tarquini il 28/02/2011 alle 16:49 | Non ci sono commenti

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