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17/11/2012

Impresa responsabile e modello Olivetti. A Fermo nel Premio Volponi

Sono appena rientrato da una due giorni a Fermo, ospite del Premio Volponi le cui numerose e prestigiose iniziative, invitato dallo scrittore Angelo Ferracuti e dall’assessore provinciale alla cultura Peppino Buondonno, ho avuto la soddisfazione di aprire presentando, al Conservatorio cittadino, il mio libro “Conservatorio”, e partecipando nella mattinata di ieri alla tavola rotonda su “impresa responsabile e impresa irresponsabile” alla quale insieme con me hanno preso parte personalità a vario titolo legate alla vicenda “olivettiana” e al suo modello di impresa responsabile ante litteram. C’erano, infatti, Bruno Lamborghini, presidente dell’Associazione Archivio storico Olivetti, Valeriano Balloni, presidente dell’Istituto Olivetti delle Marche (che ha rivelato il suo passato di calciatore di serie A, nella Spal), Alvaro Cesaroni, un imprenditore di successo che ha introiettato la lezione della Olivetti da cui fu assunto appena ventenne e con una lettera in cui gli si comunicava che “l’azienda avrebbe gradito la sua collaborazione”, Giuseppe Lupo critico letterario specialista nella letteratura industriale (si è interrogato sulla “responsabilità” e autonomia degli scrittori dipendenti dell’azienda di Ivrea), Paola Mazzotti, dirigente dell’assessorato alla cultura della Regione Marche che ha illustrato alcuni progetti di creatività intrecciata a un’ipotesi di sviluppo produttivo su cui varrà la pena tornare in un prossimo post (in particolare sul progetto di ricerca e sperimentazione musicale elettroacustica Space: Sound Projection Ambisonic Controlled Environment).
Aggiungo che, per l’occasione offerta dal Premio Volponi, è stata inaugurata una mostra sul “modello” Olivetti ( e del suo ricco e intelligente welfare aziendale) che resterà aperta fino al 15 dicembre – e che consiglio di visitare.
Per la discussione avevo preparato una scaletta che poi, naturalmente, ho modificato sulla base delle altre relazioni, tutte molto articolate e stimolanti. Approfitto del post di oggi per pubblicare la “traccia” originaria dell’intervento che esprime sinteticamente, ma compiutamente, il mio punto di vista.


“Noi abbiamo la definizione di impresa responsabile (quella del libro verde della Comunità Europea) non abbiamo quella di impresa irresponsabile. Se l’impresa responsabile è quella che “integra” nella sua attività le preoccupazioni di tipo sociale e ambientale, e se è vero che questa integrazione si misura non sul metro del rispetto delle leggi, ma di norme e valori che nessuna legge impone e che, anzi, vengono assunte in maniera volontaria, allora “non responsabile” se non “irresponsabile” sarà l’impresa che pur rispettando le leggi di un certo paese nel quale opera non va al di là di esse, non si pone vincoli di tipo sociale ed ambientale che non siano quelli dettati dalle leggi.
Questo è un tema che non possiamo risolvere con i casi classici ricavati dai paesi più poveri del mondo o in via di sviluppo, per esempio riferendoci alle diverse legislazioni e anche necessità del lavoro minorile. Riguarda sempre di più anche noi, soprattutto con la crisi che porta a un restringimento dell’esercizio della responsabilità sociale e la schiaccia interamente sulla norma, sulla legge vigente.

Avviene, però, che la legge venga modificata (in Italia e in Europa quelle del mercato del lavoro, ma anche tutte quelle concernenti il diritto societario) e perciò i concetti di responsabilità e irresponsabilità cambiano contenuti. Questi sono casi che accadono anche da noi. Prendiamo le modifiche che sono state apportate alla legislazione sul lavoro e alle norme che regolano il mercato del lavoro. Una modifica dell’articolo 18 che dà maggiori possibilità all’impresa di licenziare è evidente che interferisce sulle nostre valutazioni sulla responsabilità sociale di un’impresa; la porta a un livello di partenza più arretrato rispetto a quello precedente.

Voglio dire che le nozioni di responsabilità e irresponsabilità sono piuttosto mutevoli, relative. Il quadro legislativo di un paese le condiziona, le spinge in avanti o le risospinge indietro. Quello che sta avvenendo in questi anni, con la crisi devastante dentro cui siamo immersi, la riscrittura delle regole in senso negativo determina un paradossale allargamento dell’area della responsabilità sociale dell’impresa dovuta al fatto che passa alla sfera della volontarietà quello che prima apparteneva a quella dell’obbligatorietà.
Luciano Gallino, nel suo libro sull’impresa irresponsabile, individua nel cambio del modello di governo dell’impresa - nel ritorno, sintetizziamo così, dei proprietari al controllo delle aziende prima delegato ai manager - l’origine della deriva dell’impresa verso l’irresponsabilità. Un ritorno mosso dalla volontà di recuperare profitti finanziari per contrastare le perdite produttive, l’accorciamento della prospettiva produttiva.

Per arrivare con successo a questo obiettivo, però, c’è necessità di tante complicità che rendono possibile una revisione profonda di concetti consolidati. Il cambiamento di natura dell’attività legislativa del potere pubblico, per esempio. Questa irresponsabilità, strettamente intrecciata al dominio della finanza, l’abbiamo vista all’opera fin dentro lo stato, nelle sue diverse articolazioni. Nei comuni e nell’uso spregiudicato dei derivati (una bomba che forse non è ancora esplosa del tutto, almeno stando alle analisi della Corte dei conti); nelle cartolarizzazioni spericolate. Ma poi nella produzione legislativa. L’irresponsabilità o la responsabilità forse possono essere incentivate dalle leggi, perché le leggi in genere sono il riflesso medio di un sentire, di un pensiero comune; ma anche perché definiscono il perimetro del campo; dettano quello che si deve fare e quello che è responsabile fare, anche se non si sarebbe obbligati.

L’atteggiamento della Cgil sul tema è articolato. In linea di massima, come si sa, la Cgil è il sindacato che più degli altri è legato all’idea che le relazioni industriali abbiano bisogno di un sostegno legislativo. In questo senso, è sullo stesso solco di quella generazione di gluslavoristi che dette vita allo statuto dei lavoratori proprio partendo dalla considerazione che la legge deve intervenire a riequilibrare un rapporto tra lavoratore e imprenditore che pende verso il secondo e in cui, perciò, il soggetto debole è il lavoratore. La legislazione pro labour e pro sindacato è un tutt’uno perché rafforzare il ruolo del sindacato, renderlo certo, significa dare forza allo strumento del riequilibrio del rapporto lavoro – impresa. Era vero ieri, possiamo onestamente dire che sia meno vero oggi? Ma dico questo per arrivare a un’altra considerazione: nella Cgil c’è diffidenza sull’enfasi di scelta volontaria della pratica della responsabilità sociale; ancorarla a più decise norme di legge ne garantirebbe un esercizio serio, anche ai fini di evitare che questo esercizio diventi un fattore di competitività, nel bene o nel male.

Il sindacato ha un ruolo, un punto di osservazione da far valere; è un portatore di interessi rispetto al quale l’impresa esercita una relazione di responsabilità sociale. Nello stesso tempo, in quanto soggetto, organizzazione, è produttore di responsabilità sociale, nel senso che tocca anche al sindacato integrare nella sua azione preoccupazioni di tipo sociale e ambientale. Vediamo quello che è accaduto all’Ilva di Bari, dove – alle tragedie accadute – si è aggiunto anche il più modesto dramma della diversificazione delle risposte sindacali, con una pare dei sindacati metalmeccanici che hanno contestato le decisioni giudiziarie di chiusura degli impianti e la Fiom che, invece, ha assunto una posizione meno perentoria, attenta – potremmo dire – a integrare nella sua azione le preoccupazioni per l’ambiente, la salute della comunità, il futuro delle generazioni più giovani non legandolo solo a quello occupazionale.

La Fiat ha una storia difficile riguardo la responsabilità sociale. Incomincia storicamente, intanto, dal momento in cui essa si caratterizza come impresa che attua un modello opposto a quello della Olivetti, esemplare rappresentativo della impresa responsabile socialmente. Per inciso anche qui la Cgil assume un atteggiamento diverso da quello degli altri sindacati, quasi contestando l’eccesso di esercizio di responsabilità sociale da parte dell’Olivetti che porta a un annebbiamento di ruoli. Ho ritrovato un articolo di Lavoro, il settimanale rotocalco della Cgil degli anni cinquanta e primi anni sessanta, che in morte di Adriano Olivetti incespica non poco tra riconoscimenti di merito e riserve. L’accusa di fondo è quella di paternalismo nelle scelte di Olivetti: dietro la formula c’è la diffidenza verso un’impresa e un imprenditore che giocano tutti i ruoli e rendono residuale quello del sindacato. (nella foto Pier Paolo Pasolini all'Olivetti per una conferenza)

Tornando alla Fiat, c'è da ricordare la lotta agli olivettiani, sul finire degli anni settanta, di cui racconta molto ampiamente Cesare Romiti nel libro intervista di Giampaolo Pansa, uscito qualche tempo dopo la marcia dei quarantamila che chiuse con la vittoria dell'azienda e la sconfitta del sindacato la dura vertenza dell'inizio degli anni ottanta del secolo scorso. Oggi Sergio Marchionne sembra il frutto più recente e compiuto del modello antiolivettiano, con la sua marcatura assoluta delle finalità produttivistiche e la quasi totale cancellazione delle “preoccupazioni” di altro tipo. Io penso che non possa essere questa l’impresa che vogliamo, che lo sforzo della mediazione tra le “preoccupazioni” e perciò tra gli stakeholder (che vanno comunque bene individuati e tutti) debba essere costante. Può anche esserci, in base alle formalità di una norma sfuggita dopo un referendum, che un sindacato non firmatario di un accordo sia escluso dalla rappresentanza, ma sarebbe per l’appunto una scelta di responsabilità sociale andare al di là della norma per integrare nel processo che porta alla scelta un punto di vista più ampio.

Una domanda riguarda l’esperienza Olivetti. Mi sono chiesto se riferirsi a questo modello non sia alla fine forviante, come se bastasse organizzare un po’ di welfare aziendale per essere responsabili socialmente. In realtà non è affatto fuorviante, a patto che il modello Olivetti lo si studi davvero bene.
L’originalità e l’autenticità della responsabilità sociale praticata a Ivrea è che non si tratta di un elemento esterno, sovrapposto, ma comincia investendo prima di tutto l’organizzazione del lavoro che viene riformata con la sperimentazione (come nel caso delle “isole”) di modi nuovi che si preoccupano di considerare il lavoratore al centro del progetto produttivo, collaboratore al raggiungimento dei risultati. Poi viene il welfare aziendale delle case assegnate a riscatto, degli asili nido interni, del salario indiretto in servizi, dei permessi di maternità retribuiti interamente per nove mesi, e tutto il resto. Si fa questo perché si crede contemporaneamente, e si attua, una organizzazione del lavoro diversa da quella adottata da tutti gli altri.

È indicativo un episodio raccontato da Renato Rozzi (nel libro che accompagna il dvd del film di Michele Fasano “In me non c’è che futuro” dedicato alla figura di Adriano Olivetti); un’indagine affidata agli psicologi dopo l’introduzione di nuovi metodi di lavoro nell’azienda con l’introduzione della “giostra”, in cui il montaggio viene eseguito su un prodotto in movimento che passa automaticamente davanti al montatore in una fase di 50 secondi. L’indagine evidenzia il rifiuto di questo lavoro da parte degli operai non solo perché più faticoso (per i tempi ridotti) ma perché meno qualificato e non ben organizzato. Lo studio, i cui risultati sono resi noti all’azienda l’anno dopo la morte di Olivetti (viene però pubblicata venti anni dopo), provoca un ripensamento e il sistema delle giostre viene superato. L’olivettismo dell’Olivetti continua dopo Adriano. La svolta ci sarà più tardi con l’arrivo di Carlo Debenedetti, responsabile, tra l'altro, di non aver capito che l'elettronica, nella quale l'azienda era all'avanguardia, sarebbe stata la strada da seguire e non invece, come avvenne, da abbandonare regalando questa strategica chance di futuro agli americani.

Nel disegno di Olivetti la stessa impresa avrebbe dovuto avere una proprietà condivisa, tenuta insieme in una Fondazione; non la proprietà capitalistica né la proprietà dello Stato o di una collettività, ma una paritaria partecipazione di diversi soggetti che Olivetti ipotizza in queste proporzioni: 25% alla Comunità; 25% all’università più vicina; 25% ai proprietari; 25% ai lavoratori: territorio, ricerca, proprietà, lavoratori.
È evidente, perciò, che quel modello e la prospettiva di sviluppo industriale ad esso connesso sono stati sconfitti, ma la loro forza evocativa è ancora intatta, destinata a tornare nei nostri ragionamenti sul futuro".


 

TAG adriano olivetti fiat premio volponi impresa responsabile luciano gallino

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Di Tarcisio Tarquini il 17/11/2012 alle 00:26 | Non ci sono commenti

06/09/2012

Il bilancio sociale del PD

In uno di questi giorni di Festa, a Reggio Emilia, il PD presenta il suo primo (io non ne ricordo altri) bilancio sociale (lo ha realizzato con il supporto di PricewaterhouseCoopers Advisory SpA ed è stato approvato dal tesoriere del Partito Antonio Misiani). [continua]

TAG festa del pd di reggio emilia bilancio sociale pd

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Di Tarcisio Tarquini il 06/09/2012 alle 19:01 | Non ci sono commenti

24/03/2012

Il licenziamento disciplinare di Michele Petraroia

Michele Petraroia è consigliere regionale del Molise, è stato fino a cinque anni fa segretario regionale della Cgil. Invia periodicamente una newsletter in cui rendiconta le sue iniziative, che sono tante: in tutte si riconosce il passato di sindacalista e la passione per le battaglie a difesa dei diritti del lavoro. Nella sua ultima news leggiamo il testo di una lettera che ha inviato a Susanna Camusso, ai dirigenti del PD (partito cui Petraroia appartiene), e a Elsa Fornero sull'articolo 18. E' una convinta difesa di questo articolo dello Statuto dei lavoratori, con un'argomentazione in più, rispetto a quelle che si sentono in questi giorni, frutto di un'esperienza diretta, il licenziamento disciplinare subito quando era attivista sindacale in una fabbrica che non gradiva sindacalisti, soprattutto della Cgil.

Ecco di seguito la lettera di Petraroia, con allegato provvedimento disciplinare comminatogli; penso che la ministra destinataria faccia bene, se mai la leggerà, a rifletterci un po' sopra: è un testo che arriva da quell'università della vita che spesso insegna più di dottorati e master. 
Scrive Michele Petraroia: "Alla vigilia del decimo anniversario della più grande manifestazione italiana di tutti i tempi, indetta dalla CGIL il 23 marzo 2002 in difesa della dignità del lavoro e contro l’idea di una competizione giocata sulla cancellazione dei diritti sociali, il Consiglio dei Ministri, ha voluto compiere un grave strappo politico con la pessima scelta di modificare arbitrariamente l’art.18, non contrastare efficacemente la precarietà e limitare l’accesso ad un sistema universalistico di tutela del reddito in caso di perdita dell’impiego o di passaggio da un’attività all’altra.
Questo testo non risponde alle aspettative di milioni di precari che sollecitano stabilità, persiste nella logica di togliere con immediatezza i diritti ai meno giovani ma rinvia ad una futura ed indefinita fase, i provvedimenti che mirano a coniugare flessibilità e sicurezza, che si attendono vanamente fin dalla Legge Treu del 1997.
La bozza può e deve essere cambiata dal Parlamento per renderla equa, temperarne le asprezze e orientarla verso un modello sociale che non abiuri l’art. 1 della Costituzione Italiana. Si può ipotizzare un superamento della crisi drammatica in cui versa l’Italia non riconoscendo un ruolo dignitoso alle confederazioni sindacali che vengono derubricate ad associazioni da ascoltare e non a soggetti della rappresentanza generale da coinvolgere attivamente per disegnare insieme un percorso virtuoso per il risanamento ed il rilancio della Nazione ? Spaccare il sindacato ed alimentare contrapposizioni in questa fase è un errore grave perché c’è un clima preoccupante sul territorio che potrebbe incanalarsi verso un diffuso ribellismo protestatario fine a sé stesso, e non sarà la Banca Centrale Europea o altri Organismi Internazionali a gestire un simile disagio. Le confederazioni sindacali sono chiamate ad una prova di straordinaria responsabilità nel governare questa transizione delicatissima ma vanno rispettate nel loro ruolo, riconosciute e messe in condizione di non ritrovarsi prive di strumenti nel confronto quotidiano con milioni di persone.

Sul merito della bozza
- prosegue Petaroia - mi limito ad allegare la mia lettera di licenziamento disciplinare che chiarisce le modalità con cui le imprese attuano le discriminazioni senza chiamarle in questo modo. In un’azienda con poco più di 40 addetti, aderimmo il 30 novembre 1985, per una metà alla CGIL per chiedere il
pagamento delle ore effettivamente lavorate, rinunciando anche all’applicazione del Contratto Nazionale. Dopo due giorni vennero licenziate due lavoratrici e al nostro sciopero la Ditta attivò una procedura per licenziamenti collettivi per riduzione del personale con cui il 31 gennaio 1986 licenziò tutti gli iscritti CGIL, e dopo quattro sanzioni disciplinari assolutamente inventate, mi venne recapitata la lettera per licenziamento disciplinare quale delegato sindacale aziendale. Il Tribunale di Campobasso riconobbe le mie ragioni nel 1990 e costrinse la Ditta a versarmi la differenza tra le 159 ore mensili retribuite e le 12 ore al giorno compreso il sabato effettivamente prestate, ma in realtà dopo 7 anni continuativo di lavoro con più imprese, il 6 marzo 1986 mi ero ritrovato disoccupato per aver osato chiedere una cosa ovvia. E lo strumento adottato fu il licenziamento disciplinare. Per questo bisogna essere cauti nella destrutturazione dell’art. 18, perché per un’impresa che volesse sostituire un dipendente scomodo anziano a tempo indeterminato con un giovane atipico è un gioco semplicissimo pagare da 15 a 27 mensilità di danni. Tali importi saranno recuperati sul minor costo del lavoro del sostituto in breve tempo e l’unico soggetto debole che si ritroverà fuori dal mercato del lavoro senza protezioni sarà il 60enne che finito l’indennizzo dovrà aspettare in condizioni di disagio i 67 anni che occorrono per maturare il diritto a pensione.
Dal giorno del mio licenziamento ho dedicato 20 anni di vita in CGIL a tutela della dignità violata di ogni singola persona che ferisce più in profondità del danno economico perché è come se qualcuno ti strappa la pelle e tu non puoi reagire se vuoi portare i soldi a casa per sostenere la famiglia. Ma la vita degli uomini che lavorano può fondarsi sul ricatto tra diritti e salario ? E in una Repubblica fondata sul lavoro, dov’è scritto che il ruolo del Governo è quello di svalorizzare, svilire, svuotare e rendere sempre più precario il lavoro salariato ? Se non si riparte da un idea di società coesa, solidale, equa e socialmente giusta, usciremo dalla crisi rientrando nel Medio Evo dei rapporti di classe dove il censo
farà la differenza tra chi può e chi non può.
Sono grato alla CGIL per il coraggio delle sue posizioni e sono convinto che in Parlamento la riforma del mercato del lavoro sarà emendata, corretta e modificata".



TAG articolo 18 michele peraroia licenziamento disciplinare

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Di Tarcisio Tarquini il 24/03/2012 alle 21:22 | Ci sono 2 commenti

07/03/2012

TAV partecipativa

Nei giorni scorsi, parlando di Tav e della protesta di parte della popolazione e delle comunità della Val di Susa, è stato ricordato sulla stampa (in particolare, con efficaci approfondimenti, Il Corriere della Sera) l’istituto francese del “debat public”, la modalità con cui – secondo quanto disposto da una legge del 1995, rivista e precisata nel 2002 e rafforzata, infine, da una successiva direttiva europea – in quel paese si decide sulla realizzazione di opere pubbliche che abbiano sensibili ricadute ambientali e sociali e superino una determinata soglia economica.

La procedura è nelle mani di una commissione nazionale
che, attivata dal responsabile del progetto o anche avviata da una sua propria e autonoma iniziativa, istruisce una lunga e articolata fase di consultazione dei cittadini (sei mesi), mettendo a disposizione dati e acquisendo suggerimenti per arrivare, a fine percorso, a una decisione condivisa. Per questa procedura si è parlato di democrazia partecipativa, ma il termine usato e la sostanza cui rinvia non sembrano del tutto appropriati; sarebbe più preciso ricorrere al concetto di sondaggio informato, quello di cui ci ha parlato Fishkin in un suo libro pubblicato da Marsilio in edizione italiana nel 2003, “La nostra voce”, e che ha il suo punto centrale proprio nelle modalità con cui si informa la pubblica opinione intorno a una questione di rilievo generale in modo tale che il giudizio sia espresso con piena cognizione di causa. Al fondo di queste tecniche (molto “sensibili” dal punto di vista delle forme della democrazia) c’è un elemento comune che, nella vicenda che viviamo oggi nel nostro paese, non è di valore secondario: l’idea che qualsiasi opera o progetto o decisione possano essere assunti da quelli che ne hanno il compito e il ruolo a patto che siano sufficientemente approfonditi e opportunamente motivati; mentre non si considera l’ipotesi (nella legge sul “debat public” l’evenienza non è contemplata) che l’opera venga semplicemente cancellata se le obiezioni mosse si rivelano insuperabili.

È un fatto che la democrazia partecipativa trovi terreno propizio di attuazione nella dimensione locale; tutte le esperienze condotte, a cominciare dalla prima e più nota di Porto Alegre (che pure è una città-regione molto vasta), si sono attuate in ambiti nei quali la comunità ha una sua evidente prerogativa decisionale, trattandosi di opere e interventi pubblici chiaramente destinati a quella comunità e che non toccano interessi al di fuori dei suoi confini. In questo caso, dunque, la deliberazione partecipativa segue itinerari diversi da quelli del “debat public” francese (in Francia, comunque, a livello locale la democrazia partecipativa è estesa e da tempo efficacemente formalizzata: esemplare l’esperienza del comune di Bobigny), perché essa si svolge lungo un intero ciclo politico - amministrativo che coinvolge sia i rappresentanti eletti delle diverse comunità sia i cittadini (non le associazioni alle quali sono garantiti altri ambiti di partecipazione) fin dal momento della individuazione dell’opera da sottoporre al percorso deliberativo, sulla base della decodificazione dei bisogni espressi (rilevati con schede analitiche) e della graduatoria delle priorità (anche qui con metodologie formalizzate e costruite con criteri resi espliciti fin dall’avvio).

Si è appreso, anche per l’intervista di Passera alla “Stampa” di ieri, che una legge tipo “debat public” si sta preparando pure da noi; i sostenitori della necessità di questo testo affermano, per provarne l’urgenza, che in questo modo i tempi della decisione forse si allungano, ma si tagliano quelli che passano dalla decisione alla realizzazione, perché le eventuali obiezioni avendo trovato il luogo nel quale esprimersi, incontrano risposte e determinano gli aggiustamenti dettati dai soggetti intervenuti nel dibattito. A me pare che, enunciato così il problema, non si tenga conto di un altro fatto, pure assai evidente in tutti i casi studiati di democrazia partecipativa locale (anche e soprattutto nel nostro paese): la scarsa partecipazione dei cittadini, e la quasi drammatica assenza di giovani e donne nei diversi forum di discussione (si è provato anche a variare orari e luoghi per superare questo limite). Ci si chiede: perché i cittadini non partecipano e, sebbene sollecitati, non intervengono su temi che riguardano i loro interessi più prossimi? La risposta tocca un nervo scoperto: guardando gli effetti delle decisioni scaturite da processi partecipativi, si scopre (è stata condotta più di un’indagine sul punto) che in molti casi le delibere partecipative restano lettera morta: e, come si sa, è sempre piuttosto difficile ottenere che la gente accetti con convinzione o entusiasmo di conferire una quota del suo tempo se alla fine deve constatare che questo atto di investimento civico è del tutto inutile. Alla fine, perciò, la partecipazione – come nota anche Gaetano Sateriale nel suo bel libro sull’esperienza di sindaco di Ferrara (“Mente locale”, Bompiani) – si restringe a numeri sempre più bassi e accade, alla fine, che alle assemblee, agli incontri, ai forum partecipi chi è contrario “a prescindere”, circostanza questa che limita ovviamente gli spazi per interventi di miglioramento delle decisioni.

La questione del dibattito pubblico, delle sue finalità e modalità, così come dei suoi limiti, non è, allora, da lasciare nelle mani dei tecnici di questo governo (o addirittura di un ministero solo) che, da quanto trapela, starebbero preparando un testo; c’è da meravigliarsi che non siano ancora le forze politiche a prendere in mano il tema. Non perché in questo modo si possano convincere oggi gli oppositori della Tav che il bene (supposto) di tutti coincida con il bene (supposto) di ciascuno di loro; ma perché questo è un tema che riguarda la democrazia e dovrebbe comparire in bella evidenza all’interno dei progetti di riforma istituzionale che questa stagione rende ormai ineludibili. Magari prendendo spunto proprio da un caso di democrazia locale, quello della cittadina americana di Chelsea che, dopo anni di corruzione pubblica e di disaffezione dei cittadini, ha riscritto il suo statuto affidandosi alla partecipazione e  recuperando per questa via la compromessa credibilità delle sue istituzioni pubbliche.

Post Scriptum bibliografico.

La nostra casa editrice, l’Ediesse, ha pubblicato alcuni libri fondamentali sul tema. Li ricordo: Salvatore Amura, “La città che partecipa” (2003), Hilary Wainwright, “Sulla strada della partecipazione” (2005), Sintomer Yves, Giovanni Allegretti, “I bilanci partecipativi in Europa” (2009).

Il caso della città di Chelsea lo racconta S. L. Podziba, “Chelsea story”, B. Mondadori (2006). L’introduzione è di Vittorio Foa.

E, poi, anche un capitolo nel libro mio e di Cristiana Rogate “Fiducia e responsabilità nel governo dell’ente pubblico” (Maggioli, 2008) che riflette sul rapporto tra pratiche partecipative locali e strumenti di rendicontazione.


 

TAG debat public democrazia partecipativa val di susa partecipazione tav

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Di Tarcisio Tarquini il 07/03/2012 alle 11:52 | Non ci sono commenti

25/11/2011

Bilanci sociali in Cgil

Con la buona compagnia di due esperti di rendicontazione sociale, Patrizio Di Nicola e Mario Viviani (il primo gran conoscitore, tra l'altro, della macchina organizzativa del sindacato e il secondo pioniere nel nostro paese degli studi sulla responsabilità sociale) si è tenuto qualche giorno fa (23 novembre) il seminario della Cgil nazionale sulle esperienze di bilanci sociali elaborati dalle strutture centrali (confederali e di categoria) e territoriali del sindacato. [continua]

TAG rendicontazione sociale responsabilità sociale bilancio sociale patrizio di nicola mario viviani

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Di Tarcisio Tarquini il 25/11/2011 alle 10:17 | Non ci sono commenti

04/10/2011

Virtù e miserie dei bilanci sociali

Mi scrive Francesca, commentando un mio post di parecchi mesi fa:

Salve, sono una studentessa di Economia e sto svolgendo un lavoro sulla rendicontazione sociale delle BANCHE NON QUOTATE! Mi rivolgo soprattutto a Cristiana Rogate, dato che è un'esperta, per sapere cosa può spingere una banca non quotata a redigere Bs oppure viceversa perchè non lo fa. Da quanto ho capito sono tutte chiacchiere. Rispondete in molti tutte le vostre osservazioni mi sono utili. Grazie [continua]

TAG rendicontazione sociale accountability bilancio sociale banca non quotata

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Di Tarcisio Tarquini il 04/10/2011 alle 17:46 | C'e' un commento

31/08/2011

Governo, ci hai fatto un baffo!

Dunque, secondo l’ultima boutade (scusatemi, volevo dire proposta) del governo, alle cooperative verrà tolta un’agevolazione. [continua]

TAG ires totò e maciste cooperarive riserva indivisibile

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Di Tarcisio Tarquini il 31/08/2011 alle 18:01 | C'e' un commento

25/05/2011

L'azione giusta di Amartya Sen e del sindacato

L’aspetto più interessante della lezione di Amartya Sen, tenuta ieri su invito dello Spi Cgil al teatro Capranica di Roma (posti tutti occupati), non è stato (o non è stato solo) ciò che il premio Nobel ha detto argomentando sulla questione dell'azione giusta, su ciò che è possibile e perciò necessario fare, nell'attuale contingenza, per eliminare – per dirla con le sue parole - l'ingiustizia eliminabile. [continua]

TAG amartya sen azione giusta ingiustizia eliminabile spi cgil

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Di Tarcisio Tarquini il 25/05/2011 alle 11:22 | Non ci sono commenti

10/05/2011

Giusta causa contro le ferrovie

Leggo nelle news di Rassegna.it che un capotreno in servizio alla stazione Termini è stato licenziato dalle ferrovie dello stato per il venir meno del rapporto di fiducia dell'azienda verso di lui. La vicenda - dice la Cgil - non è chiara e una rapida lettura delle motivazioni chiarisce invece che con ogni probabilità si tratta di un abuso contro il dipendente.

Leggo di questa vicenda adesso che sono le 22.20 e sono rientrato a casa almeno due ore oltre il previsto, dopo aver passato più di quattro ore sopra un treno strapieno che - a me è la prima volta che capita ma dai racconti dei miei sfortunati compagni di viaggio pare che sia già successo altre volte - fermatosi per un altro treno rotto che ostruiva il binario della Roma Cassino è tornato indietro, alla stazione precedente, in modo da poter effettuare lo scambio e immettersi su un  binario libero. 

Mi domando cosa debba fare io con le ferrovie dello stato per notificare ufficialmente che è venuto meno il  rapporto di fiducia, che testardamente ho cercato di confermare in questi anni pure contro l'evidenza, nei confronti loro e del loro servizio. Se potessi licenziarle, le ferrovie, le licenzierei per giusta causa. 

TAG rassegna.it ferrovie dello stato

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Di Tarcisio Tarquini il 10/05/2011 alle 22:15 | Non ci sono commenti

23/03/2011

Equitalia, el pibe de oro, e noi

L’avvocato di Diego Armando Maradona contesta la cartella esattoriale di Equitalia che impone al suo assistito di pagare al fisco 37 milioni di euro per mancati versamenti dell’Irpef. La ragione del rifiuto è che detta cartella non è stata notificata regolarmente, “come purtroppo - aggiunge l’avvocato - è successo negli anni a Napoli per decine di migliaia di contribuenti vessati dal fisco”. [continua]

TAG agenzia delle entrate el pibe de oro mano de diòs. diego armando maradona equitalia

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Di Tarcisio Tarquini il 23/03/2011 alle 18:05 | Non ci sono commenti

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