Post in Memoria

18/01/2012

Archivi sotto gli occhi

Passo da anni su via Piemonte, la strada che da Via 20 settembre porta a corso d'Italia dove ha sede la Cgil e che taglia via Boncompagni e via Sicilia: [continua]

TAG donne nella storia della cgil archivio luciano lama cenenario della cgil

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Di Tarcisio Tarquini il 18/01/2012 alle 20:00 | C'e' un commento

26/10/2011

Le responsabilità di chi ha affossato la Olivetti

Paolo Tombolesi, pianista jazz che insegna al Conservatorio di Frosinone, ha letto il mio post su Olivetti e lo ha commentato. Ecco il testo del suo intervento. [continua]

TAG ivrea futuro adriano olivetti mario tchou

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Di Tarcisio Tarquini il 26/10/2011 alle 18:44 | Non ci sono commenti

02/09/2011

Lotta agli evasori

Questa della pubblicazione on line dei redditi, a pensarci bene, fa molto fumo e poco arrosto. [continua]

TAG socialisti evasione fiscale giuliano amato pubblicazione online vincenzo visco psi

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Di Tarcisio Tarquini il 02/09/2011 alle 14:23 | Non ci sono commenti

30/04/2011

La storia di Alfredo Bonelli

Qualche giorno fa ho lanciato un appello su face book perché, nella ricorrenza del 25 aprile, la mia città intitolasse una strada ad Alfredo Bonelli, che ad Alatri visse clandestinamente alcuni mesi tra il 1943 e il 1944 partecipando all’organizzazione della resistenza e della federazione comunista della provincia di Frosinone.
C’è stata qualche adesione, meno di quelle che mi aspettavo e certo assai meno di quante io credo meriti il personaggio e di quanto gli debba la nostra città che pure in quanto a intitolazioni – in specie di recente – sembra piuttosto (e giustamente, perché no?) prodiga. [continua]

TAG alfredo bonelli confino di ventotene pietro secchia resistenza ciociara

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Di Tarcisio Tarquini il 30/04/2011 alle 23:17 | Non ci sono commenti

18/04/2011

Gilberto Evangelisti

L’ultima volta che l’ho visto – ma non sospettavo fosse l’ultima perché l’avevo trovato sereno e vitale come se non sentisse più il peso della malattia che l’aveva afferrato da qualche anno – è stato a Fiuggi nella primavera passata, durante il corso di formazione per giovani giornalisti che l’Ordine organizza due volte all’anno prima di ogni sessione d’esame. [continua]

TAG gilberto evangelisti ordine nazionale dei giornalisti esame dei giornalisti franco evangelisti

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Di Tarcisio Tarquini il 18/04/2011 alle 18:09 | Non ci sono commenti

17/03/2011

Unità d'Italia a Corso Italia

Il lavoro salverà l’Italia. È il titolo di un articolo uscito sull’Unità il 31 luglio 1946, autore Giuseppe Di Vittorio. L’ha ricordato Enrico Panini, spiegando il tema della tavola rotonda che ha raccolto poche ore fa, nella sala intitolata a Fernando Santi della Cgil nazionale, le voci e le opinioni di Andrea Camilleri, Vincenzo Cerami, Giuliano Montaldo, Pino Caruso, Lucio Villari e Susanna Camusso.

Quel futuro (salverà) coniuga il verbo in modo da assegnargli una permanente attualità; parla dell’Italia del dopoguerra, ma è anche la certezza (una delle poche) che indica una strada valida per oggi. Nella sala dedicata al dirigente che fu per anni il prestigioso vice di Di Vittorio (della quale Panini ha raccontato come era e come si è trasformata in questi ultimi sessanta anni, nello spirito dell’iniziativa che la Cgil ha voluto, aprendo le sue sedi e facendone conoscere grande storia e piccole storie per celebrare anche così il giorno dei centocinquanta anni dell’unità italiana) ci sono state allegria, emozione, preoccupazione.

Pino Caruso ha denunciato la soppressione, a partire dal 2014, di treni diretti dalla Sicilia al resto del paese e si è domandato se anche questo non sia un colpo all’unità degli italiani, Giuliano Montaldo ha ricordato quella volta che appena sedicenne in una piazza genovese raggelata dal vento ascoltò Di Vittorio definirsi “cafone”, forse per chiedersi se anche in questo suo esibire con orgoglio la propria origine di contadino povero del sud non ci fosse un sentimento della nazione più elevato che in tante retoriche, di prima e di dopo. Vincenzo Cerami ha detto che la vera identità da conquistare è quella europea, se non ci si vuole arrendere agli effetti altrimenti irreversibili della mutazione antropologica avvertita da Pasolini e esplosa subito appresso nelle menti e nei comportamenti di tutti fino a farci oggi assai diversi, nelle fibre, di come eravamo. Andrea Camilleri ha ricordato, tornando alla storia, il patriottismo italiano dei siciliani e le quasi immediate delusioni, finite in tasse, coscrizione obbligatoria e stati di assedio (contro i fasci siciliani, alla vigilia dei cannoni di Bava Beccaris).

Tornando a casa, durante il viaggio in treno, su una carrozza i cui passeggeri sembravano lo spaccato multietnico della nostra patria attuale, ho sfogliato le pagine della biografia di Cavour scritta da Luciano Cafagna. Spiega perché fare l’Italia è stato un miracolo e che l’unica Italia possibile è stata quella fatta, unita dal nord al sud. Lo dice anche Giuliano Amato nella bella intervista di Stefano Iucci e Carlo Ruggiero che si può vedere su questo sito: la necessità di unire e centralizzare per evitare che nascesse uno stato debole, come erano e sarebbero rimasti – in balia delle forti potenze confinanti - gli stati regionali che saggiamente vennero condotti invece a unità. Il lavoro salverà l’Italia, non c’è dubbio e già l’ha fatto in epoche più dure delle nostre che pure tanto semplici non sono. Un po’ di studio, però, aiuterebbe a salvare gli italiani, almeno dal livore delle recriminazioni postume.
 

TAG cgil sala santi vincenzo cerami andrea camilleri luciano cafagna unità d'italia giuliano amato

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Di Tarcisio Tarquini il 17/03/2011 alle 00:04 | Non ci sono commenti

10/03/2011

Per Luigi Di Ruscio, a Fermo


23/02/2011

Le targhe di Luigi Di Ruscio

Forse c’è ancora affissa a una parete della redazione dell’Ediesse la targa che il sindacato dei metalmeccanici norvegese gli aveva offerto al momento della pensione, dopo quarantacinque anni di lavoro nella fabbrica di chiodi e fil di ferro dove era arrivato subito dopo la sua partenza dall’Italia, proprio negli anni in cui il boom economico cominciava a prendere forma proiettando il nostro paese – ma non tutti i nostri paesani, evidentemente – nell’età dello sviluppo industriale. [continua]

TAG palmiro luigi di ruscio poesie operaie angelo ferracuti la neve nera di oslo

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Di Tarcisio Tarquini il 23/02/2011 alle 22:00 | C'e' un commento

19/05/2010

Salvatore Carnevale

Leggo sul numero di questa settimana di Rassegna Sindacale un articolo del segretario della Camera del lavoro di Corleone, Dino Paternostro, che ricorda la figura di Salvatore Carnevale, il sindacalista ammazzato (appena trentenne) dalla mafia il 16 maggio di cinquantacinque anni fa, dalla cui vicenda i fratelli Taviani e Valentino Orsini trassero, nel 1962, uno dei loro primi film Un uomo da bruciare (con Gian Maria Volontè).
C’è stato, la settimana scorsa, un convegno organizzato dalla Cgil siciliana a Sciara per ricordare l’attività e il coraggio di questo leader dei contadini che si oppose a latifondisti e mafiosi e organizzò il primo sciopero dei cavatori di una miniera locale per il rispetto dell’orario di lavoro e il pagamento del salario.
Penso che queste memorie vadano curate e conservate, e penso anche che – in aggiunta alla Cgil – non siano rimasti in molti a farlo, come se il sentimento dei più, nei confronti della storia, della propria storia, sia di vergogna; o, forse, temano di restarne inibiti per i disinvolti trasformismi correnti.
Nell’articolo viene ricordata anche Francesca Serio, la straordinaria madre di Carnevale, che testimoniò per anni il sacrificio del figlio diventando un’icona itinerante della lotta alla mafia, allora certo più disperata di quella di oggi.
Ricordo di aver incontrato da lontano questa madre, chiamata alla presidenza del Congresso del partito Socialista, il partito suo e del figlio, tenutosi a Genova nel 1972. Una donna minuta, avvolta nella sua veste nera, quasi esitante davanti all’applauso di tutti i delegati in piedi.


TAG rassegna sindacale salvatore carnevale fratelli taviani valentino orsini un uomo da bruciare sciara cgil

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Di Tarcisio Tarquini il 19/05/2010 alle 20:04 | Non ci sono commenti

09/05/2010

Il Sindaco Gianni Astrei

Lunedì scorso, 3 maggio, in una seduta del Consiglio Comunale di Alatri indetta per l'occasione, ho ricordato l'attività di sindaco di Gianni Astrei, il mio amico morto da un anno per una caduta in montagna.
Propongo il mio discorso ai lettori del mio blog, che di Gianni sanno già qualcosa che ho pubblicamente annotato appunto un anno fa.




Signor Sindaco, Signori Consiglieri, Autorità presenti, Cara Antonella, Cittadine e Cittadini,

io e Gianni siamo stati amici tutta la vita. Siamo nati da madri che erano amiche e che vivevano a poche decine di metri l’una dall’altra; il padre di Gianni – Angelo, morto a ventinove anni quando Gianni aveva tre anni – frequentava gli stessi amici e amiche che frequentavano i miei genitori, io ho trascorso intere giornate a casa di Gianni e Gianni a casa mia: è stato così da bambini, da ragazzi e, infine, da adulti. La sera prima che mio padre morisse improvvisamente, Gianni era stato a cena con noi e tutti e tre avevamo parlato con molta confidenza, cogliendo inconsapevolmente l’occasione che il destino a volte ci offre di sentirci pacificati con noi stessi e gli altri, in modo da illuderci che chi se ne va possa averlo fatto senza rimpianti e chi rimane possa sperare di aver pronunciato tutte le parole giuste per non restarne stordito.
Dico questo, e mi fermerò a questo, per ricordare il mio rapporto privato con Gianni e la sua presenza nei passaggi cruciali della mia vita, solamente per condividere con tutti voi la difficoltà e la pena di questo giorno; ma anche l’orgoglio e la gioia di essere io la persona alla quale l’Amministrazione Comunale di Alatri e la Famiglia hanno voluto assegnare il compito di ricordare, nella sede più ufficiale e prestigiosa, la figura di Gianni Astrei Sindaco di questa città, la sua opera al servizio dei cittadini e delle Istituzioni, il senso di un impegno civile e sociale che, spinto e sorretto da valori umani e religiosi, si è espresso in tanti campi ma ha avuto un momento essenziale, oggi finalmente riproposto, in una vicenda politica che è stata breve, e tuttavia assai intensa: e tale comunque da lasciare un’eredità di cui la nostra Città si è giovata e potrà ancora giovarsi nel futuro.

UN'ESPERIENZA BREVE
Certo, la brevità di questa esperienza, che si snoda lungo i tre anni o poco più che vanno dal giugno 1990 al novembre del 1993 e che vede Gianni prima assessore ai servizi sociali, nella prima Giunta guidata dal Sindaco Silvio Tagliaferri durata circa un anno fino all’estate del 1991, e poi Sindaco dalla fine di agosto 1993 a metà novembre dello stesso anno, indica già che il disegno politico e amministrativo che la caratterizzò non ebbe modo di dispiegarsi nella sua pienezza; ma i progetti che vennero allora impostati, le linee amministrative che vennero tracciate, le idee che furono offerte al discorso pubblico della città, a riconsiderarle oggi – con occhi più freddi di quanto permettesse l’aspra polemica politica di quegli anni – appaiono solide, ben motivate, ispirate da un sentire profondo su quelli che erano i bisogni della città e da uno spirito di concreta fattività ben documentato dall’ampiezza delle questioni che vennero affrontate e dalle iniziative che vennero intraprese.
Nei giorni scorsi, non fidandomi di una memoria dei fatti che temevo troppo condizionata dalle emozioni di oggi e di allora, ho riletto i verbali e le delibere di quel periodo. E pur sentendo – durante la lettura che mi è parso di condividere con Gianni - rinnovarsi spesso l’amarezza per parole eccessive, per giudizi che mi sembrarono allora e continuano a sembrarmi oggi ingenerosi o addirittura ingiusti, confesso di essere rimasto colpito dalla sostanza politica di molti di quei discorsi, dalla serietà delle argomentazioni esposte, dalla preoccupazione per le ricadute sociali delle decisioni che venivano proposte o contrastate. La verità è che il triennio 1990-1993 è stato segnato da cambiamenti che non è esagerato definire epocali e anche da noi, all’interno della nostra comunità cittadina, si sono scaricate tensioni di straordinaria intensità, che hanno dato esca, in parte anche rafforzandole, a lacerazioni e cambiamenti più locali: quelli che i Consigli comunali eletti nel 1990 e nel 1992 hanno dovuto affrontare e gestire senza avvalersi delle risorse, non solo finanziarie ma soprattutto di relazioni, garantite dai rapporti tradizionali di un quadro politico e istituzionale ormai in via di smantellamento.

UN CAMBIAMENTO D'EPOCA
Ricordiamo il contesto di quegli anni, guardandolo come con una zoomata che ci proietti dal più lontano al più vicino. Quando il Consiglio comunale viene eletto nel maggio del 1990, non esiste già più la divisione del mondo in due blocchi contrapposti; nei paesi dell’est si stanno determinando le condizioni del grande esodo i cui flussi riguarderanno tanto da vicino, negli anni successivi, il nostro paese e la nostra città. Nel 1990 siamo già dentro la grande crisi finanziaria dello Stato che si rivelerà con tutta la sua violenza due anni più tardi e investirà direttamente gli equilibri del sistema finanziario locale. Nel 1990 entra in vigore la legge che riforma, dopo decenni di minimi aggiustamenti sul vecchio testo delle leggi comunali e provinciali, l’ordinamento degli enti locali attribuendo maggiori poteri esecutivi al sindaco e alla Giunta e lasciando al Consiglio quelli di programmazione. Ancora nel 1990 viene approvata la legge sulla cosiddetta trasparenza amministrativa, che riconosce al cittadino più espliciti diritti di informazione e partecipazione. Nel 1992 vengono varati dal governo presieduto da Giuliano Amato i decreti legislativi che cambiano la finanza locale e impongono, sia pure con un processo graduale, l’autonomia impositiva e finanziaria di comuni e province. In quello stesso anno esplode Tangentopoli e si avvia la crisi che devasterà e cancellerà i partiti che hanno governato il paese nei decenni precedenti. Ad Alatri, nel giugno del 1990 si dà vita ad una giunta, che sarà definita esacolore, con parte della DC – presentatasi alle elezioni divisa in due liste, una ufficiale l’altra civica - alleata ai partiti dell’allora centrosinistra, Psi, Pri e Psdi – più i Verdi e il Pci, che si trasformerà presto in Pds. Il 12 gennaio del 1991 viene deliberato il dissesto di bilancio, per l’impossibilità denunciata dalla nuova maggioranza amministrativa di far fronte agli impegni debitori contratti dalle amministrazioni precedenti, di fronte a entrate tributarie pressoché inesistenti. Nella primavera del 1991 questa maggioranza viene sostituita da un’altra, più ristretta priva dell’appoggio del Pds, che entrerà in crisi un anno più tardi. Nel 1992 si voterà anticipatamente, e verrà eletto un Consiglio comunale molto frammentato, con una forte presenza del Msi, un nuovo raggruppamento civico e un gruppo di Alternativa Democratica nato dalla unione elettorale dei partiti di sinistra: un Consiglio che esprimerà due giunte di centrosinistra dalla vita assai breve, la prima guidata da Lucia Padovani e la seconda da Gianni Astrei. Nel 1993 viene approvata la nuova legge per l’elezione diretta del Sindaco, sulla base della quale ad Alatri si andrà al voto nella primavera del 1994, con un quadro politico cittadino e nazionale ormai del tutto diverso da quello di quattro anni prima.

LE TURBOLENZE DI QUEI MESI
Ho voluto ricordare, con il semplice elenco dei cambiamenti intervenuti in un arco di tempo molto breve, quale sia stato il contesto in cui si è operato a livello amministrativo in quegli anni; e in quali temperie, quindi, Gianni sia stato chiamato a ricoprire l’incarico di Sindaco, nel pieno delle turbolenze che rendevano difficile se non impossibile attuare con tranquillità il piano di risanamento amministrativo che pure era indispensabile e che veniva richiesto perché il Comune potesse far fronte ai suoi impegni istituzionali. La scelta cadde su di lui per la convinzione di molti, tra cui anche io, che la sua figura potesse, sia pure con il tempo, creare un consenso più vasto e che perciò si potesse azzardare la partenza con una maggioranza minima. In realtà non fu così; si trattò certamente di un errore di valutazione, di fiducia eccessiva nella fattibilità di quella che a noi sembrava l’unica prospettiva dotata di razionalità politica evidente e che perciò alla fine proprio per questo avrebbe incontrato adesioni e sostegni. Non mi paiono oggi, però, immotivate, come mi sembrarono in quelle settimane, le ragioni di chi spingeva per lo scioglimento del Consiglio, denunciando tutta la debolezza di una risposta politica fragile, anche per i contrasti interni non risolti, di fronte a problemi finanziari enormi che avrebbero comportato scelte severe difficili da far accettare senza il supporto di una forte concordia delle forze politiche.
Questa consapevolezza emerge da uno dei discorsi pronunciati da Gianni nel Consiglio comunale del suo insediamento; replicando ad alcuni consiglieri egli, infatti, ammette il carattere di transitorietà della Giunta (e io mi ricordo che ogni volta che lo faceva mi arrabbiavo con lui, per quella che ritenevo fosse arrendevolezza e invece era una visione assai realistica della situazione), ma afferma anche la necessità di questo passaggio per evitare che non si facesse nemmeno l’indispensabile, lasciando il campo alla totale delegittimazione dell’istituzione locale.

IL RISANAMENTO DEL BILANCIO E L'EQUITA'
Dunque, Gianni Astrei viene eletto sindaco il 28 agosto 1993, entra in carica il 7 settembre successivo. Il suo primo Consiglio comunale da sindaco, dopo l’elezione, è del 27 settembre e affronta la questione dell’adeguamento delle tariffe, da quelle dell’acqua a quelle dei servizi a domanda e del trasporto scolastico. Ma il punto più importante è l’approvazione della relazione economico-finanziaria che, in sostituzione del bilancio rimasto fermo all’ultimo approvato prima del dissesto nel 1990, è lo strumento per lo svolgimento dell’attività amministrativa minima. Non ricordavo le cifre, le ho rilette nel verbale della seduta e nell’ordine del giorno che approva la Relazione: le entrate, dopo gli accertamenti effettuati, vengono rideterminate con una diminuzione di circa 4 miliardi di lire di allora; si passa dai 21 miliardi inscritti nel bilancio del 1990 ai 17 miliardi che la Relazione programmatica di spesa dice realmente disponibili. Le spese, di conseguenza, vengono ridotte di 4 miliardi, per la quasi interezza gravanti sulla spesa corrente e cioè, considerata l’impossibilità di toccare gli stipendi dei dipendenti, su tutte le spese che alimentavano i servizi ordinari ai cittadini e la quotidiana vita amministrativa. È un intervento consistente, che chiama gli alatrini a partecipare al risanamento sopportando tariffe con la copertura dei costi portata ai massimi livelli previsti dalla legge; alcuni servizi storici rischiano di essere sospesi, come l’asilo nido. Si toccano quei servizi sociali che nella visione politica di Gianni sono essenziali perché la loro mancanza colpisce soprattutto le fasce più deboli della popolazione e, tra queste, quella che egli ha avuto il merito – credo tra i primi nel nostro paese – di collocare all’interno della tutela offerta dal welfare comunale, le madri sole che rischiano di soccombere davanti alla difficoltà di crescere i propri figli.
La proposta che Gianni illustra al Consiglio si fonda sul riconoscimento della necessità di tagliare le spese e di innalzare, anche con un intervento sulle tariffe, le entrate da tasse comunali e tributi. Ma egli chiarisce quelle che gli sembrano le condizioni perché questo possa accadere senza compromettere un sistema minimo di equità distributiva, in assenza del quale non sarebbe stato possibile appellarsi alla fiducia dei cittadini. Propone, perciò, una sorta di controllo diretto degli utenti sulla qualità dei servizi e sull’effettivo miglioramento di essi che dovrà accompagnare l’adeguamento delle tariffe perché, spiega, “ sia sempre presente la corrispondenza che deve realizzarsi tra costo e resa”. E avverte che “la politica dell’amministrazione deve basarsi sulla salvaguardia delle fasce sociali più deboli”. “Il prossimo impegno a cui il Consiglio dovrà lavorare – prosegue – è perciò l’elaborazione e l’approvazione di regolamenti di applicazione di tasse e tariffe per stabilire i modi di tutela e le facilitazioni per alcune categorie di cittadini” e cita i pensionati sociali, annunciando quote tariffarie determinate sulla base del reddito.
Il Consiglio comunale approva la Relazione e sembra compiere il primo passo nella direzione che la maggioranza auspica. Il vero punto di non ritorno che fa precipitare la crisi è però di appena un paio di settimane dopo, quando iniziano le convocazioni delle riunioni per approvare i bilanci comunali 1991 e 1992 e i consuntivi relativi, passaggi tutti essenziali che la legge impone per ripristinare, pur nell’eccezionalità della condizione di dissesto, la regolarità della situazione contabile del Comune. Su questo la maggioranza si sfalda e si imbocca la strada delle dimissioni della Giunta e dello scioglimento del Consiglio di cui Gianni, contro l’insistenza di chi riteneva ci fosse ancora qualche possibilità di costruire un’aggregazione più solida, prenderà rapidamente atto considerando ormai privo di senso qualsiasi indugio ulteriore.
Nella concitazione di questi avvenimenti il Consiglio, per un’iniziativa che Gianni sollecita con energia e quell’ostinazione di cui era capace quando affrontava temi che sentiva urgenti, conferisce la cittadinanza onoraria a Don Giuseppe Capone. È bello il discorso che da sindaco pronuncia per motivare il riconoscimento, dato a una personalità che è stata per decenni nel cuore delle vicende cittadine, con partecipe discrezione. “Senza dubbio – egli dice – riconoscimenti del genere di quello che il massimo consesso cittadino è chiamato oggi a tributare nei confronti di un personaggio che per tutta la sua vita non ha mai smesso di osservare, nel senso più completo, ma anche più intimo e riservato, il pensiero cristiano dell’ama il prossimo tuo come te stesso possono apparire fuori moda e comunque non in linea con i tempi. Ma proprio ciò deve indurre ad una maggiore riflessione e a ritenere che forse la società contemporanea non è, per fortuna, ancora totalmente schiava e succube del materialismo imperante, del consumismo sfrenato, del desiderio e delle brame di denaro e di potere”. Con una nota, che lascia trapelare anche un’esperienza personale, Gianni conclude poi ricordando di Don Giuseppe “l’abnegazione dimostrata verso una popolazione che allora aveva bisogno di tutto, anche di quelle buone parole che uscivano dalle sue labbra con la gioia e l’amore di chi sente e partecipa ai drammi reali degli strati dell’umanità meno favoriti dalla buona sorte”.

LA CITTA' DEL BAMBINO
Gianni avrebbe voluto che Alatri diventasse la città del bambino, nel senso che tutta la città, i servizi, gli spazi si sarebbero dovuti modellare sulle esigenze dei bambini; e che tutte le politiche amministrative avrebbero dovuto preoccuparsi di tenere conto dei loro effetti sui bambini, sulla loro salute, sulla loro educazione, sui loro divertimenti. Era stato un proponimento perseguito anche nel periodo in cui ricoprì la carica di assessore ai servizi sociali, quando aveva invitato a una seduta del Consiglio comunale – quella del 7 gennaio 1991, negli stessi giorni della proclamazione del dissesto di bilancio – lo storico presidente dell’Unicef Arnoldo Farina, che aveva assistito all’intitolazione della scuola materna di Fiura all’Unicef e aveva conferito al sindaco di Alatri dell’epoca, Silvio Tagliaferri, il titolo di “difensore dei diritti del bambino”.
Strenuo fu il suo impegno perché venisse inserito nel primo articolo dello Statuto di Alatri, approvato in una seduta ricca di discussione ma davvero attenta a proporre alla Città una legge fondamentale alla quale anche chi fosse venuto dopo avrebbe potuto riferirsi in una continuità ideale da tutti sentita in quell’occasione, un’esplicita dichiarazione che il Comune avrebbe “difeso e tutelato la vita umana fin dal concepimento”, ma quella volta non portò sulle sue posizioni i consiglieri comunali, anche quelli che condividendo l’obiettivo ritenevano, però, che scriverlo in un documento che doveva essere di tutti separasse anziché unire, perché privilegiava una visione del manifestarsi della vita umana secondo un’opzione religiosa e morale non da tutti condivisa.
Il progetto, comunque, di una città del bambino e della famiglia è stato il suo vero sogno di Sindaco. Quello alla cui realizzazione avrebbe affidato volentieri il senso di tutto il suo impegno nelle istituzioni.
Non lo ha raggiunto da sindaco, ma lo ha inseguito in tutta la sua attività successiva, lontana ma non estranea alla politica. Ha scritto libri, organizzato convegni e seminari, immaginato e attuato una serie di prestigiosi appuntamenti medici dedicati al “Puer Alatrensis”, ha militato per questo suo disegno di mettere al centro del mondo la famiglia e i bambini, che ne sono l’esaltazione più gioiosa, con dedizione personale, coinvolgendo tutti coloro che hanno avuto la fortuna e il privilegio di stargli vicini, fino a questa manifestazione straordinaria che è il Fiuggi Family Festival, un patrimonio comune a tutela del quale, anche in questa occasione, credo sia giusto sollecitare l’appoggio appassionato e senza riserve di tutti: persone, aziende e istituzioni.

IL VESTITO DI QUEL GIORNO
C’è da ultimo un’immagine privata, intima, che tante volte in questo anno mi è tornata alla mente, che voglio confidare a tutti voi, pubblicamente. È il giorno della sua elezione a sindaco, il 28 agosto 1993. Gianni – che aveva molti dubbi sull’opportunità di accettare una candidatura che vedeva contrastata ed esposta a mille rischi politici – tornò in fretta e furia dalle vacanze che aveva appena iniziato in Calabria con Antonella, Angelo e Giorgio. Non aveva con sé – mi disse - vestiti estivi adatti all’occasione. Nel guardaroba di casa aveva solo un vestito invernale che era stato cucito per sé da suo padre, sarto giovane ma di qualità, come viene ricordato ancora oggi. Fu il vestito che Gianni indossò per la sua elezione. E io penso ancora oggi, e questo pomeriggio più di sempre, a quel giovane di quaranta anni che, incoraggiato dagli amici e dai presenti che si congratulano per l’elezione, si avvicina allo scranno più alto, con indosso il vestito del padre: il sarto morto a ventinove anni che in quel momento, per le vie misteriose che si aprono agli uomini, aveva voluto esserci e compiacersi di quel figlio lasciato troppo presto.
Per aver permesso quel momento, ringrazio il Consiglio comunale ed i consiglieri di allora. Oggi ringrazio voi tutti, per aver voluto ricordare quale motivo di onore sia per noi e per tutta la città l’avere annoverato tra i suoi sindaci Gianni Astrei.

Nelle Foto, nell'ordine: Gianni, la sua famiglia (da destra Angelo, Antonella, Maria Michela, Giorgio), la copertina di uno dei suoi libri

TAG consiglio comunale di alatri fiuggi family festival gianni astrei famiglia

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Di Tarcisio Tarquini il 09/05/2010 alle 10:51 | Non ci sono commenti

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