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12/03/2013

Del Turco

“Soldi, bugie, foto false. Affondano le accuse contro Del Turco”.  [continua]

TAG ottaviano del turco processo angelini la stampa

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Di Tarcisio Tarquini il 12/03/2013 alle 11:25 | Non ci sono commenti

05/03/2013

"Rossa" a Città della Scienza

Ho ripensato questa mattina, dopo aver letto la news di repubblica.it che informava del rogo notturno a Città della Scienza a Bagnoli, all’emozione del giorno in cui, sul finire dell’ottobre del 2007, in quegli ampi capannoni, inaugurammo la Mostra Rossa, l’evento più importante delle celebrazioni del centenario della Cgil. [continua]

TAG centenario cgil "rossa. immagine e comunicazione del lavoro" città della scienza

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Di Tarcisio Tarquini il 05/03/2013 alle 18:15 | Non ci sono commenti

22/01/2013

Franz Carraro

Mi pare sia sfuggito nei ritratti dei giornali di questa mattina.

“Franz Carraro, ca tene nu culo tanto”

(Gianni Brera, nel 1982: enumerando le ragioni del successo azzurro ai mondiali di quell’anno, vissuti dall’attuale onorevole in pectore del Pdl nella funzione di massimo dirigente dello sport italiano).

TAG franco carraro gianni brera liste pdl

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Di Tarcisio Tarquini il 22/01/2013 alle 23:50 | Non ci sono commenti

09/10/2012

Sindaci sui tetti

A me non piacciono i sindaci sui tetti delle fabbriche. Anche se li capisco. Non mi piace quello che è accaduto oggi a Piombino, dove il primo cittadino si è inerpicato sulle sommità della Lucchini per richiamare l’attenzione sull’ecatombe occupazionale che la crisi di quel colosso dell’acciaio lascia presagire ormai imminente. Lo capisco, certo, ma non mi piace: posso dirlo?
Leggo le tante dichiarazioni di solidarietà sul gesto e noto il rilievo che la notizia ha trovato sui giornali, le televisioni e le radio: certamente, dunque, dal punto di vista della comunicazione l’operazione è riuscita. In serata si apprende che il ministro ha concesso, dopo la protesta, il richiesto incontro. Bene, per adesso; vediamo poi che cosa viene fuori dal colloquio. E pure questo – un incontro strappato solo dopo un esercizio di acrobazia - è un segno dei tempi e della rincorsa di tutti per mantenersi nella scia dell’agenda dei media, solo per caso, stavolta, coincidente con la gerarchia effettiva dei fatti.

Detto questo, però, continuo a esprimere riserve, e anche un po’ di fastidio.
I tetti delle fabbriche se li sono guadagnati gli operai (anche quelli delle mie zone, i cui problemi adesso sembrano solo riassumersi nella sventurata circostanza che esse, o almeno gran parte, coincidono con la patria elettorale dell’ormai notissimo Fiorito – mentre della Videocon, che sorge nella patria del suddetto, del suo dramma e dei suoi operai che sul tetto sono saliti tra i primi non dice più nulla nessuno) per valersi di una tribuna che altrimenti non avrebbero avuto; i sindaci è meglio che continuino a restare (fattualmente e simbolicamente) dietro le loro scrivanie, incollati ai telefoni sulle cui linee passano i rapporti con i ministeri, impegnati a presiedere senza distrazioni le giunte comunali che decidono da anni (a Piombino, come altrove) verso quale sviluppo indirizzare le loro città, irriducibili nell’incalzare, fino allo sfinimento i loro partiti, perché si riconcilino con le realtà drammatiche che spesso dimenticano.

Il sospetto è che se i sindaci (ma possiamo dire i deputati, i senatori, tutti quelli che per mandato popolare rappresentano i cittadini in qualsiasi sede) salgono sui tetti vogliano, esaltando la loro impotenza, fare un passo indietro rispetto alle loro responsabilità. Che puntino, in sostanza, (e qui il sindaco di Piombino non c’entra più di tanti altri) a tirarsi fuori, fingendo di buttarsi dentro: si aggiungono alla protesta, scendono in piazza, salgono sui tetti, mentre dovrebbero – e proprio per questo i loro concittadini li hanno eletti - condurci fuori dal tunnel (almeno provarci), senza dimenticare che il loro dovere è creare il contesto (l’ambiente istituzionale, politico, economico, sociale) grazie al quale i lavoratori possano restare dentro le fabbriche e sul tetto ci vadano solo i piccioni.
 

TAG piombino videocon acciaieria lucchini operai e tetti

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Di Tarcisio Tarquini il 09/10/2012 alle 22:50 | Non ci sono commenti

27/09/2012

Sallusti e noi

Condivido, naturalmente, l’opinione di tutti quelli che – colleghi giornalisti o meno – esprimono lagnanze sull’imminente arresto del direttore del “Giornale” Sallusti, condannato a quattordici mesi di reclusione – confermati in Cassazione – per aver omesso di controllare la veridicità di una notizia, pubblicata sul quotidiano che dirigeva all’epoca dei fatti (cinque anni fa), rivelatasi poi falsa. Alcuni giornali, ricostruendo la vicenda, ricordano che la prova della falsità della notizia in questione (un giudice avrebbe autorizzato l’aborto di una tredicenne a dispetto dei genitori, - questo scriveva il quotidiano – mentre, in realtà il giudice, consenziente la madre e, in assenza del padre, avrebbe solamente esercitato il suo ruolo di tutore della minore, tutelandone appunto gli interessi) si sarebbe potuto verificarla facilmente leggendo le agenzie del giorno prima, tanto che altri organi di stampa avevano raccontato compiutamente e correttamente l’accaduto. Particolarmente violento, poi, era stato il commento del quotidiano contro il giudice, espresso in un corsivo firmato con uno pseudonimo (e perciò attribuito al direttore, ma adesso c'è stata la tardiva confessione del vero autore), e questo era stato oggetto di una querela del giudice censurato, al quale diversi gradi di giudizio hanno riconosciuto d’essere stato diffamato, punendo con severità l'accusato della diffamazione a mezzo stampa.

Non sono d’accordo sulla carcerazione, ripeto, trovo saggia la posizione di chi dice che sarebbe stata sufficiente una consistente ammenda amministrativa o magari anche l’obbligo di una palinodia a tutta pagina, sul giornale propalatore della diffamazione, con notizia della condanna, ma non mi pare che il caso sia inquadrabile in quelli riguardanti i reati di opinione, o peggio di coartazione della libertà di stampa. Non si possono diffamare le persone e insultarle sui giornali, tanto più se questo avviene creando, per superficialità o malizia non importa, un falso presupposto, confezionando cioè la notizia in modo da rendere motivabile la censura o l’insulto. Se interviene la magistratura è perché non interviene, come e quando sarebbe opportuno o necessario, l’ordine dei giornalisti, che dovrebbe sorvegliare costantemente che non si passi il segno e che alcune regole minime della professione siano rispettate.

Questo è quello che penso. Aggiungo, però, che nella vita di un giornalista può accadere anche qualcosa di più strabiliante. Per me, il collega Davide Orecchio e un nostro collaboratore, Antonio Fico, è stato chiesto un rinvio a giudizio per un articolo che non abbiamo mai scritto. Protagonista dell’iniziativa è il tribunale di Salerno, sollecitato ad agire da un imprenditore che ci accusa di averlo definito “parassita”, in un volantino o articolo pubblicato da un sito della felice città campana (felice, perché rinomato esempio di buona amministrazione), di cui abbiamo appreso l’esistenza solo nel momento in cui ad esso siamo stati assimilati del tutto impropriamente. Su Rassegna.it abbiamo pubblicato un articolo di Fico in cui viene raccontata, in termini del tutto consoni alla dignità delle persone menzionate - delle quali possiamo tutt’al più aver notato come abbiano esse stesse derogato dalle regole della dignità civile – una lunga vertenza sindacale che ha tenuto impegnato il sindacato e i lavoratori di un’azienda di forniture telefoniche.

Il capo di imputazione contestatoci è così descritto nella richiesta di rinvio a giudizio per diffamazione “con l’aggravante dell’attribuzione di un fatto specifico”: “offendevano la reputazione di (puntini, puntini – non si sa mai), attribuendogli un fatto determinato, segnatamente redigendo e pubblicando il predetto comunicato (si spiega prima che i redigenti erano state le sigle sindacali RdB e SdL di Salerrno, ndr) nel quale, tra l’altro veniva affermato che la vittima (notiamo il sostantivo, poteva dirsi con maggiore esattezza “danneggiato”) era “un parassita di fama comprovata”, veniva poi ripetuto che “il (puntini, puntini, non si sa mai) il prenditore parassita e sfruttatore” e che il Sindaco “il Sindaco sostiene un soggetto che alimenta un sistema che mette a repentaglio la salute dei lavoratori e li sfrutta. (puntini, puntini – non si sa mai) ottiene commesse dall’(puntini, puntini – non si sa mai) facendosi pagare il lavoro 20 euro all’ora e poi lo fa eseguire dagli schiavi a due euro l’ora”.

Di queste affermazioni siamo, dunque, accusati, con tanto di richiesta di rinvio a giudizio, ma di queste affermazioni non siamo affatto gli autori, né io né Davide né Fico: compaiono su un volantino che non abbiamo mai né pubblicato né, sia pure succintamente, citato. E del resto la nostra estraneità ai fatti contestati dovrebbe essere chiara, essendo indirettamente comprovata nello stesso atto della Procura della Repubblica di Salerno, là dove si attribuisce a Davide Orecchio la qualifica di direttore responsabile del sito www.dentrosalerno.it, a me quella di responsabile del sito www.dentrosalerrno.it (responsabilità poche righe prima attribuita a un’altra collega di Salerno, la vera direttrice del sito) e a Antonio Fico, quella di “giornalista firmatario dell’articolo pubblicato sul detto sito”.

Quando abbiamo avuto notizia del procedimento (denuncia e successiva indagine della polizia giudiziaria), abbiamo inviato una nota che ci era parsa sufficiente a chiarire l’equivoco, abbiamo poi docvuto constatare con progressivo sbalordimento che questa precisazione veniva costantemente trascurata in tutti gli atti successivi; ci siamo comunque sentiti sicuri che la svista sarebbe stata corretta dalla stessa procura nel momento in cui si fosse arrivati alla conclusione delle indagini preliminari. Alla fine delle indagini abbiamo, invece, registrato – stavolta con preoccupato avvilimento - che la procura aveva avvalorato con il suo timbro l’accusa per una diffamazione che non abbiamo mai fatto, per un reato mai commesso.

Ci dicono le persone esperte che non c’è da meravigliarsi. C’è chi parla dell’ennesimo caso di protagonismo di un magistrato, ma francamente c’è qualcuno che possa sperare di diventare protagonista accanendosi contro un modesto e oscuro giornalista quale io sono? Un amico magistrato mi dà un’interpretazione per così dire strutturale: il lavoro di una procura è così strabordante e l'organico così ridotto che i procedimenti passano senza essere visti, un timbro e via alla fase successiva; alla fine qualcuno si leggerà gli atti e chiarirà il qui pro quo. Comincio a temere che possa non andare così e faccio adeguati scongiuri. Essere condannati per un’opinione fa ribollire il sangue, ma addirittura per un’opinione espressa da altri sarebbe - stavolta è questo il caso - proprio troppo.



TAG reato d'opinione procura della repubblica di salerno diffamazione alessandro sallusti

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Di Tarcisio Tarquini il 27/09/2012 alle 18:23 | C'e' un commento

08/07/2012

Saluto a Federico Coen

Bisogna arrivare alla pagina delle lettere del Corriere della Sera di oggi per venire a conoscenza della morte di Federico Coen. Ci informa, con parole affettuose e misurate, Bianca Maria Bruno, direttrice di Lettera Internazionale da tre anni, da quando cioè lo stesso Coen, messosi da parte per motivi di salute, le ha affidato la bella eredità della rivista da lui fondata, che per decenni ha osservato, grazie a un periscopio rivolto verso il mondo e proprio per questo capace di farci comprendere meglio il nostro paese, i cambiamenti dell’Europa; una rivista che per un lungo periodo è stata pensata e realizzata in più edizioni nazionali, a segnalare una riflessione che voleva abbracciare tutta intera la grande patria europea, nel sogno di una comunità di intellettuali che si misurava con la missione di preparare il terreno su cui sarebbe cresciuta una comune identità.


Federico Coen era stato il direttore del mensile socialista
Mondo operaio (fondato a metà degli anni cinquanta dello scorso secolo da Pietro Nenni) nel periodo migliore: quello in cui il periodico aveva contribuito a rilanciare l’autonoma cultura del socialismo riformista italiano ingaggiando una dura competizione culturale con la ancora granitica intellighenzia comunista, e riuscendo ad anticipare temi e problemi (come la teoria socialista dello stato, proposta in un basilare saggio di Norberto Bobbio) che sarebbero diventati, più avanti, "luoghi comuni" della sinistra e contenuto, per una deriva che Coen avrebbe contrastato pagando pena con l’estromissione dalla direzione del giornale, di una battaglia politica agitata da Craxi in una prospettiva che, dall’originaria ipotesi di una sinistra liberata dai blocchi mentali e dalle ottusità ideologiche del passato e rinnovatrice del paese, sarebbe franata (con i danni che tuttora scontiamo) nel meta-pentapartito degli anni ottanta, nella vergogna di tangentopoli, nell’amara diaspora socialista, nella crisi irrisolta della politica.

La foto che accompagna la lettera testimonianza di Bianca Maria Bruno coglie Federico Coen sulla tribuna di un congresso o convegno della Cgil: Coen, infatti, dopo aver lasciato Mondo Operaio, era diventato direttore del mensile Thema, voluto da Luciano Lama e Ottaviano Del Turco a metà degli anni ottanta, quando i due leader della CGIL avevano maturato la convinzione di dover aprire un luogo in cui socialisti e comunisti potessero confrontarsi nell’ottica di costruire una strategia unitaria della sinistra, resa difficile dallo scontro politico quotidiano ma che, forse (tale era almeno l’auspicio), avrebbe potuto trovare le sue ragioni allungando lo sguardo, andando al di là dello stretto confine delle questioni di governabilità e del tatticismo delle convenienze dell’irrisolto duello a sinistra (come sintetizzarono Giuliano Amato e Luciano Cafagna, anche loro del gruppo di Mondo operaio che si era avvicinato alla Cgil).

Della redazione di Thema feci parte, con altri colleghi con i quali ho condiviso anche fasi successive della mia carriera professionale: Enrico Galantini, Carlo Gnetti, Anna Avitabile; insieme con noi c’era Marco D’Eramo, l’autore del progetto grafico era Francesco Alfani, tra gli illustratori ricordo Mojmir Jezek, Riccardo Paoletti, Roberto Perini, tanti erano i collaboratori attirati dal prestigio di Coen (tra loro, alcuni esuli dell’est europeo, come Wlodek Goldkorn) che non esitò ad accettare l’idea, che gli venne proposta, di lasciare l’apertura della rivista a un “prologo” affidato a uno scrittore che - ripescando l’esempio del famoso apologo sulla “gran bonaccia delle Antille” con cui Italo Calvino, trenta anni prima su Città aperta, aveva dimostrato quanta energia politica potesse sprigionarsi da un testo letterario - scommetteva sulla possibilità di offrire altre parole al discorso politico, per provare se con quell’ottica si potesse rinnovarlo, sottoponendogli un altro punto di vista e purificandolo così dal corrompimento retorico che ormai lo allontanava dalla realtà.

Thema
fu un clamoroso fallimento; non seppe conquistare il mercato esterno delle edicole (il primo numero, del febbraio 1986, vendette appena tremila copie che si ridussero drasticamente già con il numero successivo) né seppe tenere il mercato degli abbonati interni. A suo favore non giocò nemmeno la conclusione della segreteria Lama e, soprattutto, l’aver affrontato con piglio argomenti che si scoprirono in quell’occasione ancora tabu per molti: l’ultimo numero (e forse non fu un caso) pubblicò in copertina una bella illustrazione di Perini in cui lo scarpone militare di un gigante schiaccia un omino in fuga con le mani avvinghiate all’asta di una bandiera rossa su una strada sul cui sfondo si scorgono le sagome di due carri armati: era l’ottobre del 1986 e il titolo della pagina diceva: “Budapest 1956. Una ferita che brucia ancora”. Coen, presentando il servizio, scriveva: “Il futuro dei paesi dell’est è un’incognita per il futuro dell’Europa intera e per la stessa pace mondiale. Non c’è stabilità politica, non c’è sicurezza, non c’è cooperazione economica che possa mettere radici veramente solide sulla base della sovranità limitata di una parte così importante dei popoli di questo continente. Per questo le formule diplomatiche o le faticate riabilitazioni postume non bastano a esorcizzare il 1956. Bisogna raccoglierne l’eredità politica”. Non tutti gradirono. A Coen, alle sue testimonianze di socialista partigiano delle libertà senza se e senza ma, è capitato spesso. Un saluto da tutti noi della redazione di Thema.


 

TAG mondo operaio norberto bobbio thema federico coen ottaviano del turco luciano lama lettera internazionale

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Di Tarcisio Tarquini il 08/07/2012 alle 17:56 | C'e' un commento

28/03/2012

Il centrosinistra di Piazzola sul Brenta




Qualche giorno fa, a Piazzola sul Brenta, in provincia di Padova, abbiamo discusso per una serata del centrosinistra.

Ovviamente, la tavola rotonda, organizzata dall’amministrazione comunale di Piazzola con l’apporto di molti compagni del vecchio partito socialista ma anche della Cgil (tra tutti, Roberto Franco del quale sono diventato amico dopo averlo scoperto, da una sua telefonata, lettore del mio blog – soprattutto dei post che ricordano il comune passato politico), non puntava alla storia, ma alle questioni di oggi e partiva da un enunciato piuttosto deciso, e cioè che il centrosinistra di ieri - quello iniziato negli anni sessanta del secolo passato per intenderci – fece del bene al paese, per arrivare alla domanda se oggi dall’alambicco della politica italiana sia ancora possibile estrarre qualcosa di analogo, distillare un’esperienza politica capace di portare le innovazioni necessarie, rilanciando un riformismo con le riforme, e non solo con le penitenze.

Ci sono le condizioni di un nuovo centrosinistra? È possibile un terzo tempo della politica riformista del centrosinistra, dopo le vicende di cinquanta anni fa e quelle più recenti, che hanno tentato di rinnovare la formula, con la successione dei governi guidati da Prodi, D’Alema e Amato? Si vedono da qualche parte gli elementi che possano portarci a una politica capace di riconnettersi con lo sviluppo del paese, la sua nuova mentalità, i suoi nuovi bisogni, cercando strade diverse rispetto a quelle che ci vengono indicate come le uniche possibili e praticabili?

In una sala comunale piena di gente fin quasi a mezzanotte, introdotti e moderati da me ne hanno parlato l’ex vicesegretario del Psi Valdo Spini, il presidente della Fondazione Di Vittorio, Carlo Ghezzi, il vicepresidente PD della commissione bilancio della Camera Paolo Giaretta e il sindaco di Piazzola, Renato Marcon (tutti nella foto sopra).
Al di là delle cose – tutte interessanti – che sono state dette, mi pare significativa, e pertanto da segnalare, la coincidenza del momento del dibattito con il giorno stesso in cui il governo ha riscritto, manomettendolo, l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, una delle riforme simbolo del primo centrosinistra, additata adesso come un tabu da abbattere.
Sulle periodizzazioni, in realtà, ci sono pareri diversi, ma per comodità possiamo chiamare primo centrosinistra quello che incomincia con il governo Fanfani (delle convergenze parallele, come lo definì Aldo Moro, spiegando il senso delle astensioni parlamentari che lo fecero nascere) e si conclude proprio con l’approvazione dello Statuto nel 1970, l’anno dell’approvazione della legge sul divorzio e dell’istituzione delle Regioni.
In quel decennio fu nazionalizzata l’energia elettrica, venne approvata la riforma della scuola media, venne presentata una riforma urbanistica che modificava il regime della la proprietà dei suoli, subito ritirata per la reazione dei proprietari colpiti da questa misura che si proponeva di governare i grandi processi di urbanizzazione alimentati dallo sviluppo industriale del paese (restò comunque la 167 che incentivava l’edilizia economica e popolare), venne istituita la cedolare d'acconto, furono abolite le gabbie salariali, si approvò la riforma delle pensioni.

In questi stessi anni si afferma l'idea della programmazione economica e della politica dei redditi – sulla cui versione lamalfiana e giolittiana molto si dibatté. Il confronto politico fu drammatico, le gerarchie ecclesiastiche vi giocarono un ruolo importante come – altrettanto o addirittura più scompostamente - la confindustria; si paventò persino un colpo di stato (il Piano Solo), il “tintinnar di sciabole” denunciato da Pietro Nenni.
Ancora oggi appassiona la lettura di un classico della saggistica politica di quegli anni, Storia e cronaca del centrosinistra di Giuseppe Tamburrano, che ricorda la profondità del dibattito che si sviluppò nel paese, racconta le asprezze della riflessione nel partito comunista (sulle caratteristiche del neocapitalismo e perciò sul senso politico e storico del centrosinistra) e sottolinea le stesse difficoltà della Cgil - che seppe però mantenere la sua unità - a dare credito all’apertura a sinistra propugnata dai socialisti che sul tema si dilaniarono fino alla scissione. Certo, è un’altra epoca; ma all’Agorà di Piazzola sul Brenta è sembrato giusto ripartire da lì per trarre qualche ispirazione buona per il futuro.
 

TAG piazzola del brenta piano solo giuseppe tamburrano partito socialista centrosinistra

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Di Tarcisio Tarquini il 28/03/2012 alle 01:26 | C'e' un commento

22/03/2012

No, non è lui

Su Repubblica di oggi, a firma di Piero Ottone un pezzo sul “freno della Fiom”, con censura della rigidità ideologica del suo segretario.

“(...) Al centro del suo universo (di Maurizio Landini segretario della Fiom, ndr), quello in cui crede, campeggia il lavoratore, col pieno diritto, sacro e inviolabile, a un posto equamente retribuito, a una paga che gli consenta di mantenere se stesso e la sua famiglia, a una pensione quando non dovrà più lavorare. Questi sono i dati di partenza, i dati imprescindibili (...)”.

“(...) A me sembra che l'impostazione sindacale di Landini, che parte dai principi (repubblica imperniata sul lavoro, diritto di ogni cittadino al lavoro) piuttosto che dalle leggi naturali (domanda, offerta, libero scambio) appartenga alla cultura di sinistra di quegli anni ormai lontani (...)”.

No, non ci credo: non è Piero Ottone.

TAG fiom piero ottone landini

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Di Tarcisio Tarquini il 22/03/2012 alle 10:41 | Non ci sono commenti

03/12/2011

Sciopero

Da tempo si discute sulla produttività delle forme di lotta del sindacato, nate tutte tra fine ottocento e novecento e perciò un po' affaticate dagli anni e dall'uso. [continua]

TAG yvan jean pierre sagnet assemblea dei delegati della cgil sciopero caporalato

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Di Tarcisio Tarquini il 03/12/2011 alle 19:01 | Non ci sono commenti

24/11/2011

Populismi

Si è aperto questa mattina (24 novembre) il Forum organizzato dalla Rivista delle politiche sociali (diretta ottimamente da Maria Luisa Mirabile, edita con eleganza editoriale e grafica dall’Ediesse, sostenuta con lungimiranza politica dalla Cgil, da Spi e da Inca) sui populismi in Europa. Il Forum si tiene nel novembre di ogni anno e gli atti dei lavori vengono pubblicati sul primo numero della rivista dell’anno successivo; il tema, ovviamente, viene scelto diversi mesi prima: colpisce perciò l’attualità della discussione proposta in questa edizione, che nasce dalla capacità di leggere in profondità e tempestivamente quello che si muove all’interno della società italiana e la segna con traiettorie di lungo periodo.

Nella prima sessione (quella che ho seguito) sono emersi spunti originali che non passerebbero sotto silenzio se il discorso politico fosse nel nostro paese ancora capace di individuare i nodi veri da affrontare e si rifiutasse per un attimo di ridursi alle battute, agli slogan e agli aneddoti che contraddistinguono tanta parte delle argomentazioni che contrappongono i protagonisti dell’arena politico-mediatica.

Roberto Biorcio (Università di Milano Bicocca) ha parlato, per esempio, di un populismo che nel nostro paese nasce dal vuoto apertosi al centro con la fine della DC e successivamente spostatosi verso destra; un populismo dalla doppia matrice, da cui origina da una parte quello di marca leghista, che dal basso si dirige verso l’alto, e dall’altra quello che va nella direzione opposta (dall’alto verso il basso) che si riassume nel berlusconismo, fatalmente congiuntisi l’uno con l’altro a un punto del loro percorso per la forza di un’attrazione fatale, tutt’altro che episodica e tattica.
Michele Prospero (Università di Roma), un politologo che continua a confermarsi come uno degli studiosi più profondi e anticonformisti della politica italiana, ha suggerito una lettura fenomenologica del sistema politico del nostro paese degli ultimi decenni e ha individuato, almeno negli ultimi venti anni, un alternarsi di governi populisti e governi tecnici in un ciclo coerente il cui tratto di fondo è dato da una bassa qualità della guida politica: la politica che è la grande accusata per essersi staccata dal suo soggetto sociale e aver conseguentemente spalancato le porte alla sua sconfitta, che qualche volta prende le sembianze di Berlusconi e qualche altra di Ciampi, o Dini, o Monti.

Alfio Mastropaolo (Università di Torino) ha sintetizzato così l’effetto della frattura dentro cui è precipitata la società italiana e europea dopo la crisi della prospettiva socialista, anche nella versione più moderata, quella socialdemocratica: “Se in precedenza politica e economia erano in rotta di collisione, e la politica contrastava l’economia, e proteggeva la società dal mercato anche quando a governare erano i partiti conservatori, da allora la politica si è messa al servizio dell’economia e la società è rimasta indifesa”.
È davvero, come ha ipotizzato lo studioso torinese, un ciclo in via di esaurimento? Chissà. Forse qualcosa è arrivato davvero a un passo dalla parola fine, ma il danno prodotto è profondo.
Per Raimondo Catanzaro (Università di Bologna) la pratica della politica negli ultimi dieci anni si è volta “a negare la creazione di beni collettivi” distruggendo così “la fede pubblica e la fiducia nelle istituzioni”. E’ mancato il soggetto capace di “convertire” il capitale sociale di tipo relazionale (di cui ciascuno di noi ha una dotazione più o meno cospicua) in capitale sociale di tipo "istituzionale” e perciò la società italiana non ha potuto disporre “di una potente arma di mobilitazione collettiva” da opporre come antidoto alla sua crisi.

Ricostruire, dunque, è difficile; e le scelte e le pratiche che si stanno affermando in questa ennesima fase di transizione “tecnica” non sembrano aver colto l’essenzialità del ruolo, nella ricostruzione, di convertitori sociali o, per dirla in altro modo, di quei partiti (certi partiti) che pure questa funzione nel passato avevano saputo svolgere, avendo ben chiaro quali soggetti sociali rappresentare e come tradurre i loro interessi in un modo capace di creare ricchezza pubblica a vantaggio della società e dello stato, grazie all’esercizio di quella severa pratica pedagogica che sapeva trasformare – a volte anche deviandolo – l’impulso privato in un movimento collettivo, il valore privato in un valore pubblico. I convertitori oggi funzionano al contrario, sono tarati per svilire ciò che c’è di vitale nella società: e c’è da dire che riescono benissimo nello scopo.
(nella foto, populismo in America Latina)

TAG la rivista delle politiche sociali populismi governi tecnici berlusconi lega peron

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Di Tarcisio Tarquini il 24/11/2011 alle 23:50 | Non ci sono commenti

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