10/02/2012

Simboli e crolli

Penso, in questi giorni di quasi assoluto isolamento per la neve che scende copiosa anche questa mattina, che una delle ragioni dell’inconcludenza di tanti sia nel fatto che troppo spesso ci sia la tendenza a buttarla tutta – potremmo dire – sul simbolo.
 
Non mi riferisco alle tante tragedie che hanno angosciato le nostre vite con i delitti politici che, si spiegava con una supponenza pari alla crudeltà, erano la punizione esemplare non di persone ma di simboli: questo è un capitolo della nostra storia e non sarebbe serio ricondurlo a sintomo delle nostre malattie nazionali. No, penso a fatti meno eclatanti, di gravità più limitata e perciò meno straordinari: è qui che la scorciatoia comoda del simbolo si manifesta in tutta la sua vacuità sociale: in tutta la sua inconsistenza civile.

Mi ha spinto a rifletterci il mio amico Angelo Ferracuti quando gli ho domandato se ritenesse opportuno che la conclusione del mio libro sui conservatori (se supererà il vaglio della sua lettura, uscirà a maggio prossimo nella collana dell’Ediesse da lui diretta, Carta Bianca) la dedicassi al crollo della copertura del chiostro del Conservatorio di Frosinone, una vicenda di pochi giorni fa che naturalmente mi ha scosso e indotto ad amare considerazioni sulle nostre opere pubbliche, che non si sa mai se siano vittima di fatalità o di colpe nella lunga catena composta da tutti quelli che ci mettono mano e bocca. Angelo mi ha sconsigliato perché – ha osservato – alla fine verrebbe fuori, per una possibile pigrizia di scrittura, che il crollo è il simbolo di qualcosa: della crisi della musica in Italia, dell’insegnamento nei conservatori a metà tra il vecchio e il nuovo, della trascuratezza nazionale per il patrimonio edilizio pubblico, dell’imperizia nell’affrontare le emergenze, e così di questo passo, di simbolo in simbolo. La sua era una preoccupazione di tipo retorico, il timore di cadere nel luogo comune, nello scontato, nella battuta che può piacere a un giornalista che si atteggi a scrittore ma non a uno scrittore vero che deve farci guardare un aspetto delle cose che da soli non coglieremmo e che, invece, ci rivela un mondo nascosto. Ho accettato, perciò, di buon grado il consiglio e quasi contemporaneamente scorrendo i commenti di face book sul crollo sono incappato in un post, inoltrato da un ex studente del Conservatorio che, mosso da qualche astio personale a me ignoto, più o meno simboleggiava sulla sorte del nostro Istituto nel modo temuto da Angelo.

Ci ho riflettuto e ho capito che i simboli servono a non affrontare le questioni vere, concrete; sono in sostanza un’evasione facile dal problema, dalla fatica di conoscere e capire, dall’esercizio logico di ricostruire la catena di cause ed effetti che determina gli eventi, che poi riservano a sé sempre un qualcosa di inatteso, imprevisto, abnorme, che va anch’esso indagato per trarne le dovute lezioni. Un crollo è un crollo, un fatto determinato che ha le sue cause; dalle cause si può risalire alle responsabilità, dalle responsabilità alle persone responsabili. Non c’è nulla di simbolico in un crollo; il simbolo sposta il discorso, è il pretesto cui ricorre chi vuole buttarla, appunto, in caciara.


PS

C'è anche da dire che in provincia di Frosinone oltre alla copertura del Conservatorio, è caduta la tribuna di uno stadio del capoluogo e il palazzetto dello sport di un comune vicino.Per non contare le decine e decine di capannoni commerciali e industriali un po' dovunque. Sulla stampa nazionale si è scritto molto sui marciapiedi gelati di Roma. Un simbolo?

da frosinonewebmagazine
 

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Di Tarcisio Tarquini il 10/02/2012 alle 10:58



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Caro Tarcisio, ti ringrazio per la stima. Un abbraccio, Angelo

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