Ho letto con interesse l’articolo della violinista precaria che, a giudicare dai tanti commenti, ha suscitato in molti lettori interesse analogo al mio.
È la storia di una musicista senza lavoro (ma speriamo che il contratto al San Carlo, di cui parla, abbia futuro non precario) che si domanda, e fa domandare a tanti altri, se sia valsa la pena studiare tanto e tanto duramente se il risultato è questo. Il problema ce l’ho davanti quotidianamente, sono infatti presidente di un Conservatorio (il Licinio Refice Frosinone) ormai da quattro anni e mezzo e gli interrogativi sul destino lavorativo, in questo caso anche artistico, di tanti giovani me li sono posti fin dal primo giorno;
qualche tempo fa ne ho anche scritto su questo blog raccontando le confessioni di una giovane cantante coreana che constatava con amarezza come ormai, nel nostro paese dove lei aveva studiato e si era diplomata, nessuno investisse nemmeno più le poche centinaia di euro necessarie per organizzare un concerto di canto barocco (la sua raffinata e polemica specializzazione contro la routine del melodramma ottocentesco, tanto in voga presso gli Apuli – chioserebbe il gran lombardo del
Pasticciaccio).
Nei conservatori italiani sono iscritti circa 30 mila studenti, ogni anno – ha scritto un lettore – se ne diplomano cinquecento (ma credo sia una cifra per difetto), il mercato del lavoro dei musicisti si è ristretto drasticamente con la crisi o la chiusura delle orchestre stabili regionali, una parte dei diplomati degli ultimi anni sono stati assorbiti nella scuola (tre anni fa venne autorizzato, in diversi conservatori, un corso biennale abilitante di didattica della musica che venne preso letteralmente d’assalto e che ha fornito docenti per le ultime immissioni nei ruoli della pubblica istruzione; quest’anno ce ne dovrebbe essere un altro, con numeri assai più ridotti e perciò con uno sbarramento che sarà problematico gestire), altri diplomati – specialmente quelli di jazz e di popular musica – danno vita a formazioni proprie e si inventano manager della loro arte, altri ancora stanno nella condizione descritta dalla nostra violinista e dei molti che, spinti da lei, hanno parlato di esperienze analoghe, i restanti aprono e gestiscono scuolette private per preparare, magari, coloro che vogliono entrare in conservatorio.
Meno accidentata si presenta la strada lavorativa degli studenti del corso di tecnico per sala di registrazione, una cattedra che abbiamo istituito da due anni, all’interno del dipartimento di composizione e musica elettronica, che utilizza un centro di produzione multimediale (costruito con fondi del nostro bilancio integrati dal contributo della direzione generale dell’Afam) attraverso cui si garantisce una professionalità molto apprezzata e richiesta dal “mercato” (
nella foto sopra, la sala di registrazione del CREA).
Uno dei grandi fattori di crisi, a mio parere, risiede nella committenza pubblica: non solo perché essa è venuta meno ormai quasi del tutto (la crisi costringe a tagliare su ciò che opinione prevalente e ministri del passato – o anche quelli nuovi? - hanno considerato superfluo), ma anche perché quel poco che di essa è rimasta non guarda molto alla qualità e se si trova a dover scegliere tra il musicista diplomato in Conservatorio e il disinvolto strimpellatore di piazza non esita a preferire quest’ultimo, facendo un pessimo servizio alla decenza pubblica e alle già limitate finanze comuni, senza però che nessuno si indigni.
Nel nostro Conservatorio cerchiamo, da qualche anno, di creare noi stessi modeste occasioni di lavoro, ma non siamo un ente di produzione, anche se la produzione artistica è uno degli obiettivi che la riforma del 1999 ha assegnato alle nostre Istituzioni. La cosa, però, più interessante che siamo riusciti a fare è un progetto europeo (working with music, nell’ambito del programma Leonardo) che consente da due anni, e stiamo preparando adesso la terza annualità, di inviare i nostri migliori diplomati (insieme con quelli di altri conservatori italiani che sono diventati partner della nostra iniziativa)
a svolgere stage presso importanti istituzioni musicali e artistiche europee, in modo che si confrontino con i loro coetanei degli altri paesi, maturino un’esperienza di formazione e lavoro per tanti versi eccezionale, allarghino il campo delle opportunità.
In questa maniera una giovanissima pianista ha trovato lavoro come docente al Royal College di Londra (la prima donna nella storia di quella istituzione), un nostro direttore d’orchestra è stato assunto da un ente artistico tedesco, un jazzista ha trovato, in Francia e Belgio, occasioni che qui da noi non avrebbe mai avuto.
Anche questo rientra nel grande capitolo della fuga dei cervelli? Forse; però è più saggio convincersi che l’Europa non è solo la matrigna che ci costringe a fare i servigi da cenerentola per punirci di colpe passate, presunte o reali che tali colpe siano: è anche la casa comune disposta ad accogliere i nostri giovani musicisti, riconoscendo così che il nostro paese genera ancora tanta qualità che, circolando, può accrescere la qualità di tutti.
Per i nostri giovani musicisti, non è un atto di resa, piuttosto un momento di tregua. In attesa che anche qui da noi si torni a pesare il talento, la serietà, lo studio; e persino l’assessore del comune tal dei tali avendo da spendere un euro decida di utilizzarne almeno mezzo per manifestare la sua fiducia e riconoscenza a un giovane che ha passato dieci anni o giù di lì in Conservatorio per imparare a suonare il violino bene come la nostra
violinista precaria, simbolo del precariato più ingiusto e stupido del mondo.