13/08/2012

Salvatore Borsellino

Qualche giorno fa, la sera dell'otto agosto, a Capracotta, in una manifestazione per il ventennale dell'assassinio di Paolo Borsellino,

 

ho intervistato suo fratello Salvatore. L'incontro è stato organizzato dalla Scuola di formazione all'impegno sociale e politico della diocesi di Trivento, costituitasi diciannove anni fa, pochi mesi dopo la strage di via d'Amelio e che proprio Salvatore aveva inaugurato, aprendo una lunga serie di appuntamenti con personalità italiane e internazionali chiamate, negli anni, a testimoniare ai giovani della scuola il loro ricordo di Paolo e l'impegno a proseguirne la lotta contro la mafia e le camorre d'ogni tipo e latitudine e per la legalità, come radice stessa della vita comune. “Qualcuno, poi, ci ha deluso – confessa oggi Don Alberto Conti, il direttore della Caritas di Trivento, che è stato il fondatore ed è rimasto l'animatore della scuola – ma il significato di queste lezioni, la missione della scuola, che ha voluto tradurre in un'attività costante di rinnovamento delle persone l'insegnamento di Paolo Borsellino, il suo ultimo appello, rivolto ai giovani, per un riscatto civile, non è venuto mai meno”.

L'intervista si è svolta davanti alla chiesa principale del paese molisano, che domina la Valle del Sangro; la piazza era piena, e raramente mi è capitato di percepire un'attenzione tanto emozionata e partecipe. Ho detto intervista, ma in realtà il mio compito – a dispetto della lunga serie di domande che mi ero preparato – è stato quello di punteggiare, sottolineare il lungo discorso di Salvatore che ha preso spunto dalle mie sollecitazioni per raccontare, ancora una volta, la difficile strada per arrivare alla verità della strage di via d'Amelio: una verità che egli, indotto a dare logiche spiegazioni alle tante cose strane, anomale, di quel 19 luglio del 1992, ha intuito da subito; la stessa verità che in queste settimane appare più evidente agli occhi di tutti e che chiama in causa le responsabilità di una “mente raffinatissima” che ha utilizzato la mafia per liberarsi dell'uomo che era l'ultimo ostacolo alla consumazione della “trattativa” che avrebbe dovuto concludersi nell'armistizio tra stato e mafia.

Credo che nessuno, oggi, si senta di affermare che – come è stato detto nel passato, irridendo le testarde certezze di Salvatore – si tratti di pazzie, frutto di una mente esacerbata dal dolore. Le vicende di queste settimane, l'inchiesta della procura di Palermo, con le velenose polemiche che ha provocato, portano prove che le cose sono andate in modo assai vicino alla denuncia di Salvatore. Bisogna avere il coraggio di abbattere l'ultimo muro, e l'impresa purtroppo – che dovrebbe essere incoraggiata da tutti – incontra ostacoli d'ogni tipo.

Salvatore, a Capracotta, ha detto quello che si sentiva di dire, con un'energia che ha scosso tutti (ancora il giorno dopo nelle strade del paese non si parlava d'altro) e che io avrei voluto che i miei figli (e i figli di tutti) avessero potuto sentire da vicino, perché sarebbe valso per loro più di mille lezioni di educazione civica. Non ha cercato polemiche, ha risposto alla mia domanda di quali siano state le parole che avrebbe voluto sentire e non ha sentito in questo ventennale dell'attentato al fratello, e quali invece ha ascoltato che non avrebbe voluto, dicendo che si sarebbe augurato, da parte delle massime autorità dello stato, un esplicito incoraggiamento ai magistrati di Palermo per andare fino in fondo, mentre si è lasciato supporre che vigano, per quell'assassinio di venti anni fa, le regole del silenzio di una “ragione di stato” davanti alla quale fermarsi (e da provocare la provocatoria domanda di Antonio Ingroia, se ci sia un interesse superiore a interrompere un'indagine arrivata alla soglia della verità).

Tanti i momenti intensi di questa che posso considerare l'intervista più importante che abbia mai fatta (anche se quella con meno domande); come quando Salvatore ha raccontato di aver acquistato recentemente una casa a Palermo, vicino al mare, lui che vive e ama vivere in una cittadina della periferia di Milano, per poter dire al fratello che lo aveva accusato di essere “scappato” dalla sua città “Paolo, lo vedi, sono tornato”.

Salvatore Borsellino ha pubblicato alcuni mesi fa un libro molto bello, scritto con un giovanissimo giornalista, Benny Calasanzio, che si intitola “Fino all'ultimo giorno della mia vita”, editore Aliberti. È un libro che parla di lui, della sua famiglia, di quanto la vita del fratello sia stata dentro la sua ma anche di quanto la sua vita sia stata dentro quella del fratello, prima e dopo il 1992. Il 1992 è un anno drammaticamente cruciale anche per Benny che aveva appena sette anni. In quell'anno suo zio e suo nonno, piccoli imprenditori del calcestruzzo, vengono uccisi dai criminali della mafia per punirli di non aver voluto passare di mano un'attività tanto faticosamente costruita. Lo zio e il nonno di Benny portavano il cognome Borsellino, una agghiacciante coincidenza che, però, aveva come causato la cancellazione della memoria del loro assassinio, sopraffatta da quella del magistrato famoso che si chiamava allo stesso modo. Benny ha scritto questo libro anche per riscattare quel sacrificio, ricordando altri Borsellino vittime della mafia e testimoni della volontà di non sottomettersi alle sue prepotenze. Salvatore lo ha scritto insieme con lui per chiudere il cerchio, per dire che con Paolo, e nel suo nome, egli sta lottando anche per le tante vittime non famose della mafia, in modo che tutti possiamo capire che la campana, che sta suonando, riguarda ciascuno di noi.

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Di Tarcisio Tarquini il 13/08/2012 alle 13:05



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