06/09/2012
Il bilancio sociale del PD
In uno di questi giorni di Festa, a Reggio Emilia, il PD presenta il suo primo (io non ne ricordo altri) bilancio sociale (lo ha realizzato con il supporto di PricewaterhouseCoopers Advisory SpA ed è stato approvato dal tesoriere del Partito Antonio Misiani).
Il documento, che ho potuto leggere nella versione pressoché definitiva su segnalazione di uno dei maestri della rendicontazione sociale italiana, Gianfranco Rusconi chiamato a fungere da chairman nella tavola rotonda di presentazione, ostenta molti elementi positivi, ma – questo è almeno il mio parere – è ancora da perfezionare; nulla di grave, ovviamente, l’essenziale è che non ci si fermi e che, come viene promesso in uno degli ultimi paragrafi del testo, si prosegua sulla strada del miglioramento del sistema di rendicontazione sociale adottato individuando “una più articolata e completa rappresentazione dei risultati conseguiti andando a definire degli indicatori più complessi” e accrescendo e migliorando “i dati quantitativi e qualitativi forniti relativamente all’impatto economico e ambientale delle proprie attività”.
In realtà, nel bilancio sociale dei democratici c’è innanzi tutto da migliorare lo schema di base sul quale esso è costruito, né convince la nota metodologica, posta a illustrazione del procedimento adottato, che enuncia una mescolanza di modelli di riferimento per arrivare alla formulazione di una sorta di sincretismo visto come unica soluzione per tentare di cogliere le indubbie specificità della rendicontazione di una forza politica, che è – lo ammettiamo anche noi – un soggetto un po’ difficile da definire e perciò da rendicontare.
Qual è la missione di un partito? Certo non quella di prendere voti, che sarà piuttosto un mezzo per avvicinarsi alla realizzazione della sua vera missione, quella di rendere più civile, giusta, libera la società (le "enfasi" dovrebbero segnare i caratteri distintivi dei partiti o delle politiche perseguite). Ma se i partiti non prendono voti, pur comportandosi con correttezza, trasparenza, onestà, in coerenza con le finalità dichiarate nel proprio codice di valori, la stessa capacità di cogliere la missione viene compromessa: e allora? Certo, si può sempre dire che gli elettori e i cittadini non hanno capito, o che non sono all’altezza della missione del tal partito, ma la questione non cambia. Insomma, la sindrome da partito d’azione (e del suo opposto, del partito demagogico) è una deriva logica sempre in agguato, che rende meno solidi gli elementi portanti del processo di rendicontazione e costituisce un nodo concettuale la cui discussione ci porterebbe su un terreno che richiederebbe (ben) altre riflessioni rispetto a quelle consentite a me e ai miei post.
Ma, tornando allo schema del bilancio sociale del PD, si può suggerire che – pur restando positive tutte le contaminazioni metodologiche possibili – occorrerebbe individuare un punto di partenza, uno schema base su cui elaborare la rendicontazione di un partito politico. A me pare, però, che questo punto di partenza non lo si debba scoprire, ma già ci sia e sia costituito dalle Linee Guida per la rendicontazione sociale della pubblica amministrazione emanate con direttiva del ministero della Funzione pubblica cinque anni fa, frutto di un complesso lavoro di ricerca condotto dal Formez (anche con alcuni esperti esterni).
Faccio un esempio. Un punto importante del bilancio sociale del Pd è la riclassificazione del conto economico: significa prendere le cifre, disincagliarle dai tradizionali e poco connotativi capitoli del bilancio economico e incasellarle secondo un ordine che si sforzi di rendere chiaro l’obiettivo, arrivando poi da qui al risultato e all’effetto, cioè al mutamento indotto nella realtà nella quale si opera, grazie al proprio operato. Nel documento del Pd, la tabella della “riclassificazione” non offre molti appigli per questa “narrazione” rendicontativa, si limita (e comunque non è poco) a chiarire un po’ meglio come si generano e dove finiscono le risorse disponibili (parliamo di un conto di circa 63 milioni di euro, oltre 57 dei quali risultanti dai rimborsi elettorali maturati dal 2008 al 2011), ma si tratta appena della premessa di una rendicontazione esaustiva, che faccia entrare sul serio il cittadino (soggetto che non compare tra gli stakeholder citati; si parla invece di elettori e iscritti, un cerchio un po’ più ristretto che rischia di limitare anche il perimetro della responsabilità sociale percepita) dentro il partito, la sua dinamica, la sua ragione d’essere che lo rende diverso da tutti gli altri, e perciò insostituibile.
Sarebbe un processo argomentativo molto utile, un’esercitazione di educazione civica che farebbe bene a tutti e darebbe nuovo senso al concetto di rappresentanza e partecipazione. Su questo ancora non ci siamo.
Ma, comunque, non va sottaciuto il merito di questo documento, quello di aver aperto una pista, di aver affrontato il problema dell’incomunicabilità tra partiti e società accettando la sfida della trasparenza. Anche se a piccole (e ancora insufficienti) dosi.
Credo che, in un tempo in cui i partiti vengono assimilati, senza distinzioni, a organizzazioni nate con il solo scopo di distribuire risorse e privilegi a una casta di tutti uguali, senza differenze di appartenenza, questo atto, semplice (e però troppo timidamente pubblicizzato), sia un passo fatto nella direzione giusta: un piccolo contributo a rendere meno opaco il rapporto tra un partito politico e i cittadini, nella speranza che si tratti non di uno spot ma dell’avvio di un processo di accountability impegnato a ricostruire un rapporto di fiducia oggi ridotto ai minimi termini.
Il documento, che ho potuto leggere nella versione pressoché definitiva su segnalazione di uno dei maestri della rendicontazione sociale italiana, Gianfranco Rusconi chiamato a fungere da chairman nella tavola rotonda di presentazione, ostenta molti elementi positivi, ma – questo è almeno il mio parere – è ancora da perfezionare; nulla di grave, ovviamente, l’essenziale è che non ci si fermi e che, come viene promesso in uno degli ultimi paragrafi del testo, si prosegua sulla strada del miglioramento del sistema di rendicontazione sociale adottato individuando “una più articolata e completa rappresentazione dei risultati conseguiti andando a definire degli indicatori più complessi” e accrescendo e migliorando “i dati quantitativi e qualitativi forniti relativamente all’impatto economico e ambientale delle proprie attività”.
In realtà, nel bilancio sociale dei democratici c’è innanzi tutto da migliorare lo schema di base sul quale esso è costruito, né convince la nota metodologica, posta a illustrazione del procedimento adottato, che enuncia una mescolanza di modelli di riferimento per arrivare alla formulazione di una sorta di sincretismo visto come unica soluzione per tentare di cogliere le indubbie specificità della rendicontazione di una forza politica, che è – lo ammettiamo anche noi – un soggetto un po’ difficile da definire e perciò da rendicontare.
Qual è la missione di un partito? Certo non quella di prendere voti, che sarà piuttosto un mezzo per avvicinarsi alla realizzazione della sua vera missione, quella di rendere più civile, giusta, libera la società (le "enfasi" dovrebbero segnare i caratteri distintivi dei partiti o delle politiche perseguite). Ma se i partiti non prendono voti, pur comportandosi con correttezza, trasparenza, onestà, in coerenza con le finalità dichiarate nel proprio codice di valori, la stessa capacità di cogliere la missione viene compromessa: e allora? Certo, si può sempre dire che gli elettori e i cittadini non hanno capito, o che non sono all’altezza della missione del tal partito, ma la questione non cambia. Insomma, la sindrome da partito d’azione (e del suo opposto, del partito demagogico) è una deriva logica sempre in agguato, che rende meno solidi gli elementi portanti del processo di rendicontazione e costituisce un nodo concettuale la cui discussione ci porterebbe su un terreno che richiederebbe (ben) altre riflessioni rispetto a quelle consentite a me e ai miei post.
Ma, tornando allo schema del bilancio sociale del PD, si può suggerire che – pur restando positive tutte le contaminazioni metodologiche possibili – occorrerebbe individuare un punto di partenza, uno schema base su cui elaborare la rendicontazione di un partito politico. A me pare, però, che questo punto di partenza non lo si debba scoprire, ma già ci sia e sia costituito dalle Linee Guida per la rendicontazione sociale della pubblica amministrazione emanate con direttiva del ministero della Funzione pubblica cinque anni fa, frutto di un complesso lavoro di ricerca condotto dal Formez (anche con alcuni esperti esterni).
Faccio un esempio. Un punto importante del bilancio sociale del Pd è la riclassificazione del conto economico: significa prendere le cifre, disincagliarle dai tradizionali e poco connotativi capitoli del bilancio economico e incasellarle secondo un ordine che si sforzi di rendere chiaro l’obiettivo, arrivando poi da qui al risultato e all’effetto, cioè al mutamento indotto nella realtà nella quale si opera, grazie al proprio operato. Nel documento del Pd, la tabella della “riclassificazione” non offre molti appigli per questa “narrazione” rendicontativa, si limita (e comunque non è poco) a chiarire un po’ meglio come si generano e dove finiscono le risorse disponibili (parliamo di un conto di circa 63 milioni di euro, oltre 57 dei quali risultanti dai rimborsi elettorali maturati dal 2008 al 2011), ma si tratta appena della premessa di una rendicontazione esaustiva, che faccia entrare sul serio il cittadino (soggetto che non compare tra gli stakeholder citati; si parla invece di elettori e iscritti, un cerchio un po’ più ristretto che rischia di limitare anche il perimetro della responsabilità sociale percepita) dentro il partito, la sua dinamica, la sua ragione d’essere che lo rende diverso da tutti gli altri, e perciò insostituibile.
Sarebbe un processo argomentativo molto utile, un’esercitazione di educazione civica che farebbe bene a tutti e darebbe nuovo senso al concetto di rappresentanza e partecipazione. Su questo ancora non ci siamo.
Ma, comunque, non va sottaciuto il merito di questo documento, quello di aver aperto una pista, di aver affrontato il problema dell’incomunicabilità tra partiti e società accettando la sfida della trasparenza. Anche se a piccole (e ancora insufficienti) dosi.
Di Tarcisio Tarquini il 06/09/2012 alle 19:01
