27/05/2012
Su "Conservatorio" per e-mail
Ho ricevuto la mail, di cui vi propongo un ampio stralcio, sul mio libro, Conservatorio, uscito da alcune settimane nella collana Carta Bianca dell’Ediesse. È di Alessandro Cipriani, compositore e docente di musica elettronica, un giovane maestro già noto e apprezzato a livello internazionale, del cui lavoro creativo racconto alcuni momenti in uno dei capitoli del volume che sta lentamente guadagnandosi i suoi lettori.
La pubblico perché mi rinfranca molto l’idea che Conservatorio sia stato letto con l’occhio e la sensibilità del musicista, superando, in un certo, senso l’esame, ma anche perché Alessandro propone un tema più generale – quello dell’avvenire lavorativo dei nostri studenti di musica – che ha interessato recentemente rassegna.it e molti suoi lettori: e che io trovo decisivo affrontare oggi, quando si sta riaprendo una discussione pubblica – in alcuni punti ingenerosa e poco informata - sui Conservatori e sul loro ruolo.
Ecco cosa scrive Alessandro.
"Seguo il tuo libro come un film di avventure ad episodi brevi collegati fra loro, mi invita continuamente alla lettura ulteriore, con una scrittura scorrevole nello stile ma piena di riflessioni. La cosa che ho trovato interessante, è innanzitutto la forma del libro. Non ti stupirà sapere che non lo sto leggendo in modo lineare, ma scegliendo di volta in volta il capitolo e saltando dall'uno all'altro e trovando dei link/ponti fra l'uno e l'altro. La forma mi appare infatti a rete, una specie di ipertesto, in cui i salti logici fra una sezione e l'altra vengono poi riempiti man mano che si attraversano i diversi poli della rete stessa. Penso che ognuno dei capitoli potrebbe essere linkato ad almeno altri due o tre in un’immaginaria mappa concettuale da cui scegliere un percorso per attraversarlo tutto. In qualche modo posso rimandarne la forma ad un pezzo in alea controllata, cioè quei pezzi in cui l'esecutore (nel tuo caso il lettore) può scegliere l'ordine delle sezioni del pezzo, ad esempio come nel Klavierstück XI di Stockhausen. (In realtà una forma di alea si ritrova già nella pratica dei Musikalisches Würfelspiele , cioè nel il gioco dei dadi che, nel secondo Settecento, consentiva di scegliere a caso alcuni frammenti di musica che poi venivano suonati e combinati dall’esecutore in forma improvvisata, ma preferisco il paragone con il modello di Stockhausen perché sia nel tuo scrivere, sia nel nostro leggere la forma del tuo libro c’è una scelta ragionata e non una casualità).
E’ proprio in questa forma a tasselli (che io interpreto come una rete) che trovo una straordinaria attualità del tuo libro, il quale si combina con uno stile che invece ha continui rimandi al passato, nell’uso delle espressioni, delle parole, delle metafore. Ecco che forma e contenuto si sposano. Si tratta infatti di un libro che parla del passato del presente e del futuro nei contenuti. Analogamente è scritto in una forma attuale se non futuribile, unita ad uno stile pieno di rimandi ad una scrittura colta e con tanti riferimenti alla letteratura e alla storia (locale e globale) del passato. I tre tempi sono presenti nella forma e nel contenuto, insomma, in una idea profondamente organica che sottostà ad una solo apparente frammentarietà."
"Al termine del libro i due capitoli finali scoprono ancora di più un’intelligenza del percorso umano, della vita dei singoli nelle loro difficoltà, nei loro sogni, e nella comprensione che c’è qualcosa di profondo nelle aspirazioni di chi studia musica che non può essere ridotto ad un semplice mestiere. Come docenti ci preoccupiamo sempre del destino dei nostri studenti: ce la faranno, almeno i più bravi? Potranno occuparsi di musica nella vita? O finiranno in un call center? O forse neanche in quello? E ci accorgiamo continuamente dei loro dubbi, delle loro insicurezze (e anche quelle dei loro genitori) mentre studiano e lavorano tanto, senza alcuna certezza del futuro. Ho visto in questi venti anni miei studenti volare alto, e costruire curricula di livello internazionale, altri, forse altrettanto talentuosi, dover lasciare il Conservatorio per accontentarsi di lavori molto lontani dalla musica, lavori da prendere al volo, perché i genitori erano troppo preoccupati, o perché oggettivamente non c’erano più soldi per continuare. Uno straordinario strumentista mio amico, è oggi in un’ottima carriera nella telefonia, forse guadagna 10 volte quanto guadagno io, ma quando gli ho chiesto se era felice, mi ha detto che non riesce più a suonare per la tristezza che gli dà l’idea di aver chiuso il suo sogno nel cassetto, e sembra rassegnato alla sua brillante carriera e alla rimozione di una parte importante di sé".
"Ecco dal tuo libro traspare anche questo, il fatto che per molti di noi la musica è una necessità profonda, niente a che fare con l’idea di intrattenimento, niente a che vedere con la percezione (che ne danno alcuni) di qualcosa di superfluo, in fondo di inutile ad una società che lotta per la sua sopravvivenza materiale. E invece, se vista in una prospettiva di vita, la musica è necessaria ad un livello più profondo, proprio nel momento in cui l’impoverimento sistematico della vita sociale viene imposto dalla logica del debito, in cui ci si chiede di aderire al concetto che la vita, la scuola, i diritti umani, la politica debbano ormai necessariamente conformarsi agli algoritmi e alle equazioni della matematica finanziaria.
Al massimo ci si concede di considerare la musica come un sottofondo, o una forma di distrazione di massa…ma dal tuo libro si ricava un’altra idea di musica, un’altra idea di formazione, quella per cui “la cultura è una resistenza alla distrazione” (Pier Paolo Pasolini)".
(Nelle foto, passato e futuro della musica elettronica)
Ecco cosa scrive Alessandro.
E’ proprio in questa forma a tasselli (che io interpreto come una rete) che trovo una straordinaria attualità del tuo libro, il quale si combina con uno stile che invece ha continui rimandi al passato, nell’uso delle espressioni, delle parole, delle metafore. Ecco che forma e contenuto si sposano. Si tratta infatti di un libro che parla del passato del presente e del futuro nei contenuti. Analogamente è scritto in una forma attuale se non futuribile, unita ad uno stile pieno di rimandi ad una scrittura colta e con tanti riferimenti alla letteratura e alla storia (locale e globale) del passato. I tre tempi sono presenti nella forma e nel contenuto, insomma, in una idea profondamente organica che sottostà ad una solo apparente frammentarietà."
"Al termine del libro i due capitoli finali scoprono ancora di più un’intelligenza del percorso umano, della vita dei singoli nelle loro difficoltà, nei loro sogni, e nella comprensione che c’è qualcosa di profondo nelle aspirazioni di chi studia musica che non può essere ridotto ad un semplice mestiere. Come docenti ci preoccupiamo sempre del destino dei nostri studenti: ce la faranno, almeno i più bravi? Potranno occuparsi di musica nella vita? O finiranno in un call center? O forse neanche in quello? E ci accorgiamo continuamente dei loro dubbi, delle loro insicurezze (e anche quelle dei loro genitori) mentre studiano e lavorano tanto, senza alcuna certezza del futuro. Ho visto in questi venti anni miei studenti volare alto, e costruire curricula di livello internazionale, altri, forse altrettanto talentuosi, dover lasciare il Conservatorio per accontentarsi di lavori molto lontani dalla musica, lavori da prendere al volo, perché i genitori erano troppo preoccupati, o perché oggettivamente non c’erano più soldi per continuare. Uno straordinario strumentista mio amico, è oggi in un’ottima carriera nella telefonia, forse guadagna 10 volte quanto guadagno io, ma quando gli ho chiesto se era felice, mi ha detto che non riesce più a suonare per la tristezza che gli dà l’idea di aver chiuso il suo sogno nel cassetto, e sembra rassegnato alla sua brillante carriera e alla rimozione di una parte importante di sé".
Al massimo ci si concede di considerare la musica come un sottofondo, o una forma di distrazione di massa…ma dal tuo libro si ricava un’altra idea di musica, un’altra idea di formazione, quella per cui “la cultura è una resistenza alla distrazione” (Pier Paolo Pasolini)".
(Nelle foto, passato e futuro della musica elettronica)
Di Tarcisio Tarquini il 27/05/2012 alle 14:21
