27/04/2012

Primo maggio

Fino a qualche anno fa, ho trascorso la giornata del primo maggio a Santa Croce di Magliano dove la Cgil organizzava (e organizza) un raduno dei lavoratori molisani per celebrare, in questo piccolo centro a pochi chilometri dal Tavoliere delle Puglie, la festa del lavoro, rendendo omaggio alla memoria di un leader locale del movimento sindacale e del partito comunista, Nicola Crapsi.
 

Prima del comizio conclusivo del lungo e, in genere, caldissimo pomeriggio, un corteo con il gonfalone comunale percorreva le strade del paese, scendeva verso i vicoli della parte più bassa, preceduto dal ritratto, mostrato come una reliquia da offrire alla venerazione popolare, del sindacalista (nella posa di un Lenin che arringa la folla) che i contadini della zona e, oggi, le loro famiglie e i nipoti e pronipoti, ricordano con gratitudine per alcune leggi che ebbe la lungimiranza di proporre – e soprattutto di gestire – per garantire diritti o privilegi pensionistici (come si direbbe ora, con puntualità professorale) a persone che non ne avevano mai avuti e che, grazie a quel modesto reddito, cambiarono le economie familiari e acquistarono un po’ di tranquillità.

Al passaggio del ritratto, dalle finestre aperte c’era chi ancora lanciava fiori e confetti e ripeteva formule di saluto, ad altri si inumidivano gli occhi, i più giovani, pur tenendosi ai margini, mettevano sul viso un’espressione cordiale. Per sapere qualcosa di più di Nicola Crapsi, si possono leggere le pagine che gli ha dedicato, nel suo bellissimo libro di biografie in parte vere e in parte inventate (mai, tuttavia, improbabili), il mio collega, direttore di rassegna.it, Davide Orecchio (Città distrutte, editore Gaffi) che partendo dalle zone conosciute della sua vita, e dai suoi resti distrutti restati finora una testimonianza inerte, disegna la parabola di un dirigente politico che visse finché ebbe la sensazione di essere utile alla sua gente e, venuto a Roma per ingrossare le fila parlamentari del suo partito, immalinconì fino a morire, stroncato da un cedimento del cuore che gli risparmiò quella crudele agonia civile e politica verso cui – ne ebbe certamente l’amara consapevolezza – si stava avviando.

Dieci anni fa, muovendo da questa particolare festa del primo maggio ho raccontato, su Nuovi Argomenti (n. 18, aprile-giugno 2002) le vicissitudini che il movimento sindacale stava allora vivendo e che si erano concentrate nella lotta per la difesa dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, la cui eco si era percepita nella mobilitazione del paese molisano, che in quella battaglia vedeva rinnovarsi tutti i simboli che l’avevano portato a diventare una piccola e sconosciuta capitale del sindacato del nostro paese.
Nel racconto, ricordavo le ragioni che rendevano importante – addirittura indispensabile – l’intransigenza di quella lotta in difesa di un principio che, come aveva scritto qualche settimana prima Giorgio Ghezzi – il grande giuslavorista che a questo tema dedicò le ultime fatiche intellettuali della sua vita – era l’architrave dello Statuto, e la vera garanzia di base per l’esercizio delle libertà sindacali dentro le fabbriche.
Dopo dieci anni, siamo allo stesso punto; con una più evidente mistificazione degli argomenti presentati dagli “abrogazionisti” che sembrano adesso riprendere vigore con l’approssimarsi dell’esame parlamentare del disegno di legge governativo nel cui articolato il tema sembrava essere stato devitalizzato, se non proprio espunto. Si afferma che ci si stia intestardendo troppo su un passaggio poco più che simbolico e che la riforma modernizzatrice del mercato del lavoro, premessa della ripresa dello sviluppo del paese, passi dall’abbattimento del simbolo: uno scalpo da offrire – come si è commentato – all’ansia che divora i mercati.

Quest’anno non andrò a Santa Croce di Magliano ma so che nel paese si rinnoverà quella processione laica cui ho preso parte per anni. È giusto così, perché se i riti conservano il loro significato e la loro necessità finché rimangono in circolazione i sentimenti che, con la promessa di assicurarne la continuità, li fanno nascere, oggi c’è ancora bisogno del primo maggio e dei confetti che salutano il passaggio del ritratto di Crapsi, lui pure simbolo di una lotta per i diritti che qualcuno - offendendoli - chiama privilegi.


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Di Tarcisio Tarquini il 27/04/2012 alle 12:37



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