16/02/2012
Il racconto segreto di Gesumino
Mi dispiace non aver registrato l’intervento che Walter Pedullà ha tenuto ieri pomeriggio, nella bella sala di un convento ristrutturato che ospita uno dei numerosi circoli culturali di Roccella Jonica, concludendo la presentazione del suo libro autobiografico “Giro di vita”, alla quale ho avuto ventura e piacere di partecipare e di dire la mia.
Mi dispiace perché io che sono stato allievo di Pedullà, e perciò ho frequentato le sue lezioni e letto i suoi libri, non lo avevo mai sentito così convincente, appassionato, emozionato ed emozionante. È accaduto soprattutto nel momento in cui, per spiegarci la sua anima di critico e cosa abbia cercato sempre nel romanzo, si è fermato, indottovi da un mio precedente riferimento, su Stefano D’Arrigo e il suo immenso Horcynus Orca, che egli ha studiato con profondità raggiunta da nessun altro, e ci ha portato a toccare tutti i significati, e perciò il senso, di uno dei suoi momenti cruciali, quello della notte delle femminote, quando ‘Ndria Cambria incontra e ama Ciccina Circe’ e come in un sogno viene trasportato nell’abisso delle sue metamorfosi di femmina. Che importa interrogarsi se la lingua di D’Arrigo sia un impasto di calabrese e siciliano, quale scrittura abbia usato, quanto tempo gli sia costato costruire questa sua inusitata parlata: ciò che importa davvero – ha spiegato Pedullà, con parole ben più penetranti di questo mio riassunto - è che D’Arrigo sia riuscito in quella come in altre pagine a spingerci verso le profondità in cui ritroviamo l’essenza della vita e delle cose, dentro quel fondo oscuro in cui cogliamo l’unità da cui nasce poi il molteplice; a portarci davanti allo specchio attraverso cui guardiamo l’immagine della donna ancora "una" nelle sue potenzialità, al limite del luogo dove essa, senza patire contraddizioni, è madre, amante, moglie, prostituta, destinata sempre a sfuggirci, inafferrabile come, del resto, inafferrabili e molteplici siamo tutti noi.
In mattinata avevamo celebrato a Siderno, sua città natale, i cento anni dalla nascita del fratello maggiore di Pedullà, Gesumino, morto nel settembre del 1944 a 32 anni di una malattia infettiva resa inesorabile dal fisico indebolito dalle privazioni e dalle tensioni subite nei mesi in cui, professore di latino e greco nel liceo della mia città, Alatri (c'era arrivato per trasferimento da Locri, ma di fatto si era trattato di un confino, nell'ottobre del 1942), era stato tra gli organizzatori dell’attività antifascista e delle prime formazioni della resistenza ciociara. Walter ha dedicato a questo suo fratello uno dei capitoli più intensi della sua autobiografia, un libro un po’ particolare che per una buona metà è costituito da un’autointervista che senza preoccuparsi troppo della cronologia passa da un tema all’altro riuscendo però alla fine a proporci il compiuto ritratto intellettuale di un critico militante che ha cercato costantemente, raccogliendo la lezione di Giacomo Debenedetti - il maestro per il quale Walter ha preteso e ottenuto il risarcimento contro la sottovalutazione e le ingiustizie subite nella vita - di scoprire il narratore nascosto che sta dietro o sotto quello ufficiale; la voce che racconta la vera trama del romanzo.
In fondo, anche io – se ci rifletto – ho parlato di Gesumino ai quattrocento alunni della scuola media di Siderno tentando di capire quale sia stato il racconto segreto di questo giovane maestro che affascinò i suoi studenti lasciando una lunga coda di memoria della sua cultura e del suo coraggio civile. L’hanno capito i ragazzi di Siderno e glielo ha detto, anche qui con una passione che poche altre volte gli ho visto, Walter, il fratello minore oggi ottantenne, che li ha scossi invitandoli a guardare il mondo rinnovando il punto di vista; questo mondo non lo salveranno i vecchi, con la loro cultura: salvare il mondo spetta ogni volta ai giovani che debbono essere capaci di costruirsi da soli i loro strumenti, di dotarsi delle loro lenti, per capire e trovare le soluzioni. Lo raccontava anche Gesumino, quando insegnava ai suoi studenti quasi coetanei a rinnovare modo di guardare, a provare la strada di una cultura che cambiando la vita di ogni singola persona sarebbe riuscita anche, per una sorta di processo di accumulazione, a migliorare quella di tutti. Lui fu costretto a fermarsi a pochi chilometri da casa stroncato da miseria e fatiche mentre rientrava in famiglia per un periodo di congedo; altri grazie a lui sarebbero andati avanti.
In mattinata avevamo celebrato a Siderno, sua città natale, i cento anni dalla nascita del fratello maggiore di Pedullà, Gesumino, morto nel settembre del 1944 a 32 anni di una malattia infettiva resa inesorabile dal fisico indebolito dalle privazioni e dalle tensioni subite nei mesi in cui, professore di latino e greco nel liceo della mia città, Alatri (c'era arrivato per trasferimento da Locri, ma di fatto si era trattato di un confino, nell'ottobre del 1942), era stato tra gli organizzatori dell’attività antifascista e delle prime formazioni della resistenza ciociara. Walter ha dedicato a questo suo fratello uno dei capitoli più intensi della sua autobiografia, un libro un po’ particolare che per una buona metà è costituito da un’autointervista che senza preoccuparsi troppo della cronologia passa da un tema all’altro riuscendo però alla fine a proporci il compiuto ritratto intellettuale di un critico militante che ha cercato costantemente, raccogliendo la lezione di Giacomo Debenedetti - il maestro per il quale Walter ha preteso e ottenuto il risarcimento contro la sottovalutazione e le ingiustizie subite nella vita - di scoprire il narratore nascosto che sta dietro o sotto quello ufficiale; la voce che racconta la vera trama del romanzo.
Di Tarcisio Tarquini il 16/02/2012 alle 19:18
