27/01/2012

La musica della giornata della memoria

Nel giorno della Memoria, il Conservatorio di cui sono presidente – il Licinio Refice di Frosinone – ha presentato un suo programma “Voci e Musiche nella memoria” accettando il palcoscenico messo a disposizione dalla Questura di Frosinone che ha organizzato, chiamando a raccolta un pubblico di alcune centinaia di studenti delle scuole della provincia, una manifestazione in ricordo di Giovanni Palatucci, il questore di Fiume (nato a Montella in provincia di Avellino) che mise in salvo migliaia di ebrei e per questo venne internato a Dachau dove morì, a trentasei anni, nel 1945.
 
Palatucci oggi compare tra i Giusti d’Israele e di recente è stato avviato il suo processo di beatificazione; a Frosinone gli è stata intitolata una strada che passa davanti alla sede della polizia di stato.
Non credo che abbia avuto rapporti particolari con la nostra provincia, anche se mi è stato detto che alcuni suoi parenti vivono in una cittadina non lontana dal capoluogo; ma una figura del genere, del resto, non ha bisogno di origini locali per essere ricordata con la commozione e il rispetto che ho potuto respirare oggi nell’ampia sala dove hanno riecheggiato i fatti della sua vita e gli atti dell’opera spericolata di cui è stato protagonista.

Debbo confessare che il nostro “Voci e Musiche nella Memoria” è stato uno dei momenti più intensi della mia esperienza in questo Conservatorio che non finisce di regalarmi emozioni e motivazioni, che da sole giustificano in pieno il serio impegno che mi chiede di mettere a disposizione.
Lo spettacolo è un itinerario di musiche e parole sui campi di sterminio e sulla musica che in quei luoghi è nata, incurante della tragica contraddizione che segna le vicende della storia e degli uomini. I nostri maestri (il pianista Roberto Murra che ha curato tutto, la violinista Francesca Vicari, l’oboista Orlando D’Achille), quattro nostre giovanissime allieve della scuola di archi (Fiammetta Borgognoni, Irma Villani, Teresa Iannilli, Irene Maggi) che hanno suonato un brano di un nostro diplomato (Marco Werba), un attore che ha dato voce a testi bellissimi e durissimi (Fabio Cavalli), hanno ammutolito per un’ora l’uditorio: “Ad Auschwitz c’era un’orchestra” si intitola il libro di Fania Fenelon che racconta delle lacrime degli aguzzini, mentre si riempivano dell’ascolto di Schumann e scherzavano sulle note della Vedova Allegra, un attimo prima di decidere chi meritasse la camera a gas e chi, invece, dovesse restare appeso ancora qualche settimana alla vita, illudendolo così di una resipiscenza di umanità da parte del persecutore, in ragione della misteriosa forza della musica.

L’ultimo movimento del “Quartetto per la fine dei tempi” di Messiaen, composto nel 1940 in un campo di prigionia, eseguito a conclusione, mi ha fatto ricordare che la musica dopo Auschwitz, la musica della ricerca del secondo novecento, che in Messiaen trova uno dei suoi riconosciuti precursori, si è interrogata – forse senza ammetterlo – sulla incongruenza di se stessa, capace di esporsi alla retorica dei sentimenti e di essere nello stesso tempo mallevadrice dell’atrocità: molti dei suoi esperimenti più astratti sembrano, perciò, una sorta di sollecitazione di anticorpi per bonificarsi dagli eccessi delle rovinose passioni del secolo passato.

Mi è tornata in mente anche una riflessione che Alberto Moravia ha scritto nella sua prefazione a un’edizione del racconto di Giacomo Debenedetti “16 marzo 1943” che racconta, attraverso la coralità di più punti di vista, il drammatico susseguirsi di eventi della giornata della razzia nazista nel ghetto di Roma, dopo che gli ebrei – per scansarne la minaccia – avevano raccolto e depositato nel quartier generale tedesco i cinquanta chili di oro che erano stati richiesti a preventivo riscatto. Scrive Moravia, in quel suo prezioso e dimenticato testo, che in quella giornata di persecuzione l’ingiustizia era diventata attiva e zelante: come a voler dire che l’ingiustizia è sempre latente nella storia, è una sua condizione permanente, pronta a manifestarsi nella quotidianità di tutti per un niente, per un’omissione, per un torpore, per una nota che si insinua nelle ulcere infette di anime perse.

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questura di frosinone giorno della memoria quartetto per la fine dei tempi messiaen conservatorio licinio refice giovanni palatucci

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Di Tarcisio Tarquini il 27/01/2012 alle 17:21



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