18/01/2012
Archivi sotto gli occhi
Passo da anni su via Piemonte, la strada che da Via 20 settembre porta a corso d'Italia dove ha sede la Cgil e che taglia via Boncompagni e via Sicilia:
Ho notato oggi, per la prima volta, sul lato sinistro della strada, lasciando dietro le spalle il varco delle mura aureliane che immette in corso d'Italia, due piccole targhe di un metallo lucido, grandi ciascuna non più della suola di una scarpa, su cui ci sono impressi due nomi con due date e mezza riga di spiegazione; una porta il nome di Lionello Alatri, l'altra quello di Evelina Chimichi Alatri, in tutte e due si dice che furono catturati dai nazisti il 16 ottobre 1943 e uccisi in un campo di concentramento una settimana dopo.
Sono rimasto colpito dal cognome, Alatri, che chiarisce che i due erano ebrei (Lionello fu un esponente di rilievo della comunità romana) e sono state vittime del rastrellamento compiuto in quella giornata, sulla quale ha lasciato un indimenticabile racconto lungo Giacomo Debenedetti; confesso, inoltre, che mi sono fermato, prima ancora di capire di che si trattasse, incuriosito proprio dal cognome, Alatri, che è quello del paese in cui sono nato. Ma ciò che mi ha davvero sorpreso è che queste due piccole targhe non siano apposte sulla facciata di un edificio ma sulla sua soglia d'ingresso, a terra, incastonate nel selciato del marciapiede, come se si trattasse delle chiusure di un tombino che reca la dicitura della ditta, dell'acqua o del gas, che vi fa passare i suoi tubi.
Si chiamano stolpersteine, pietre d'inciampo, e sono nate dalla fantasia di un artista tedesco Gunter Demnig per ricordare i deportati con un'opera asciutta d'ogni retorica. Non ne avevo mai incontrate, da qui la soprpresa, e documentandomi ho appreso che a Roma tra l'anno scorso e questo ne sono state collocate una novantina.
Stavo riflettendo, mentre camminavo con lo sguardo che si è abbassato proprio davanti a quel portone, aperto in modo da lasciare intravvedere un chiostro elegante, sull'iniziativa che la Cgil ha appena inaugurato per mettere in mostra, in questa settimana e parte della prossima, i documenti contenuti nell'archivio storico Luciano Lama e sul valore che per questa organizzazione ha ancora la memoria, dentro un mondo che – come dice in una bella riflessione video Alba Orti la dirigente che per lo Spi Cgil segue progetti di tale natura – tende a schiacciarsi tutto sul presente e, aggiungo io, all'interno di un panorama politico dove la necessità di autorigenerarsi e di proporsi con nuove credenziali porta spesso a mettere insieme improbabili autobiografie mescolanti vero e posticcio, così da cancellare quello che per la sinistra fu sempre un punto d'onore: rendere omaggio alla propria storia conservandone testi, fatti, immagini, documenti, anche quando essa si fosse presentata scomoda, in attesa magari del momento opportuno – e sarebbe arrivato - di farla conoscere.
Nei tre anni in cui ho coordinato, insieme con Beppe Casadio che ne è stato l'anima politica, il programma delle celebrazioni del centenario della Cgil, ho incoraggiato e cercato di facilitare dal punto di vista organizzativo le tante ricerche condotte su iniziativa di studiosi, strutture centrali e periferiche del nostro sindacato, università e associazioni, la maggior parte delle quali pubblicate grazie all' Ediesse (a cui non si riconoscerà mai a sufficienza il merito di aver investito in queste difficili ma essenziali operazioni editoriali). Anche il bellissimo volume delle donne della Cgil, il cui materiale fotografico costituisce la base della mostra di via dei Frentani sulle donne nella storia del sindacato, il che equivale a dire nella storia d'Italia, è stato pubblicato dalla nostra casa editrice, al pari della ricca ricerca iconografica da cui è stata poi realizzata la Mostra Rossa, appena sei mesi fa insignita del Compasso d'Oro, un premio che si assegna ai maestri del design industriale e agli eventi espositivi più suggestivi e innovativi.
Nell'archivio Luciano Lama ci sono custodite le centinaia di ore di documenti filmati provenienti da ogni parte d'Italia su momenti e figure della storia sindacale e politica del “secolo del lavoro”, c'è la galleria di cento ritratti, commissionati sempre per il centenario, per fissare in tante istantanee i volti di chi lavora oggi e che domani sarà storia visiva del lavoro della nostra epoca, ciascuna accompagnata da un micro documentario che è il racconto minimo delle persone che nell'opera di ogni giorno hanno fatto e continuano a fare grande l'Italia.
La settimana degli archivi aperti, a Roma e in tante città italiane, metterà davanti agli occhi di tutti una parte del patrimonio iconografico e documentale che in tanti anni, fino ai più recenti, abbiamo saputo conservare. Un'iniziativa, perciò, di straordinario valore. Ma forse da qui si dovrebbe partire per fare ancora di più; forse, si dovrebbe progettare qualcosa di più costante, ripetuto, insistito. Qualcosa che per non sparire dalle nostre menti e dare un'impronta ai nostri comportamenti sia mostrato, esposto, come un elemento consueto della nostra vita quotidiana: una targa che incontriamo, inciampandoci sopra, per strada, incollata sul selciato, come quella dei due coniugi ebrei di via Piemonte, in modo che quando abbassiamo gli occhi ci sia sempre un segno - di dolore, di umanità, di speranza, di lotta - ad ammonirci che li dobbiamo rialzare in fretta, per riportarli ben fissi in alto.
nella prima si trova l'associazione Trentin che è il mio luogo di lavoro attuale, all'angolo della seconda c'è la Mondadori dove per qualche tempo, anni fa, mi sono recato per partecipare alle riunioni della rivista Nuovi Argomenti, al tempo in cui era direttore Enzo Siciliano.
Sono rimasto colpito dal cognome, Alatri, che chiarisce che i due erano ebrei (Lionello fu un esponente di rilievo della comunità romana) e sono state vittime del rastrellamento compiuto in quella giornata, sulla quale ha lasciato un indimenticabile racconto lungo Giacomo Debenedetti; confesso, inoltre, che mi sono fermato, prima ancora di capire di che si trattasse, incuriosito proprio dal cognome, Alatri, che è quello del paese in cui sono nato. Ma ciò che mi ha davvero sorpreso è che queste due piccole targhe non siano apposte sulla facciata di un edificio ma sulla sua soglia d'ingresso, a terra, incastonate nel selciato del marciapiede, come se si trattasse delle chiusure di un tombino che reca la dicitura della ditta, dell'acqua o del gas, che vi fa passare i suoi tubi.
Si chiamano stolpersteine, pietre d'inciampo, e sono nate dalla fantasia di un artista tedesco Gunter Demnig per ricordare i deportati con un'opera asciutta d'ogni retorica. Non ne avevo mai incontrate, da qui la soprpresa, e documentandomi ho appreso che a Roma tra l'anno scorso e questo ne sono state collocate una novantina.
Stavo riflettendo, mentre camminavo con lo sguardo che si è abbassato proprio davanti a quel portone, aperto in modo da lasciare intravvedere un chiostro elegante, sull'iniziativa che la Cgil ha appena inaugurato per mettere in mostra, in questa settimana e parte della prossima, i documenti contenuti nell'archivio storico Luciano Lama e sul valore che per questa organizzazione ha ancora la memoria, dentro un mondo che – come dice in una bella riflessione video Alba Orti la dirigente che per lo Spi Cgil segue progetti di tale natura – tende a schiacciarsi tutto sul presente e, aggiungo io, all'interno di un panorama politico dove la necessità di autorigenerarsi e di proporsi con nuove credenziali porta spesso a mettere insieme improbabili autobiografie mescolanti vero e posticcio, così da cancellare quello che per la sinistra fu sempre un punto d'onore: rendere omaggio alla propria storia conservandone testi, fatti, immagini, documenti, anche quando essa si fosse presentata scomoda, in attesa magari del momento opportuno – e sarebbe arrivato - di farla conoscere.
Nell'archivio Luciano Lama ci sono custodite le centinaia di ore di documenti filmati provenienti da ogni parte d'Italia su momenti e figure della storia sindacale e politica del “secolo del lavoro”, c'è la galleria di cento ritratti, commissionati sempre per il centenario, per fissare in tante istantanee i volti di chi lavora oggi e che domani sarà storia visiva del lavoro della nostra epoca, ciascuna accompagnata da un micro documentario che è il racconto minimo delle persone che nell'opera di ogni giorno hanno fatto e continuano a fare grande l'Italia.
La settimana degli archivi aperti, a Roma e in tante città italiane, metterà davanti agli occhi di tutti una parte del patrimonio iconografico e documentale che in tanti anni, fino ai più recenti, abbiamo saputo conservare. Un'iniziativa, perciò, di straordinario valore. Ma forse da qui si dovrebbe partire per fare ancora di più; forse, si dovrebbe progettare qualcosa di più costante, ripetuto, insistito. Qualcosa che per non sparire dalle nostre menti e dare un'impronta ai nostri comportamenti sia mostrato, esposto, come un elemento consueto della nostra vita quotidiana: una targa che incontriamo, inciampandoci sopra, per strada, incollata sul selciato, come quella dei due coniugi ebrei di via Piemonte, in modo che quando abbassiamo gli occhi ci sia sempre un segno - di dolore, di umanità, di speranza, di lotta - ad ammonirci che li dobbiamo rialzare in fretta, per riportarli ben fissi in alto.
Di Tarcisio Tarquini il 18/01/2012 alle 20:00
