25/11/2011
Bilanci sociali in Cgil
Con la buona compagnia di due esperti di rendicontazione sociale, Patrizio Di Nicola e Mario Viviani (il primo gran conoscitore, tra l'altro, della macchina organizzativa del sindacato e il secondo pioniere nel nostro paese degli studi sulla responsabilità sociale) si è tenuto qualche giorno fa (23 novembre) il seminario della Cgil nazionale sulle esperienze di bilanci sociali elaborati dalle strutture centrali (confederali e di categoria) e territoriali del sindacato.
È opportuno sottolineare l’assoluta eccezionalità di questo incontro (aperto da una relazione di Mauro Soldini e da una nota metodologica di Cristiana Rogate) e soprattutto delle esperienze analizzate, perché ancora adesso, a tre anni dalla “prima pietra” la Cgil resta l’unico sindacato, l’unica grande organizzazione che ha fatto della responsabilità sociale un asset della propria azione sindacale, politica, comunicativa. E l’importanza del seminario è stata sottolineata dalla presenza di segretari generali di categorie impegnate, da più o meno tempo, in processi di gestione responsabile (Franco Martini, Mimmo Pantaleo, Walter Schiavella), dell’Inca il cui bilancio sociale è stato tra i primi ad assumere la metodologia ora sposata da gran parte del “sistema” Cgil, quella che Cristiana Rogate (che ne tiene il marchio) ha chiamato del rendersi conto per rendere conto (anche per la necessità di rendicontare a quelli da cui si pretendeva il rendiconto confrontandosi molto laicamente – ha commentato Morena Piccinini – con i “valori” degli altri), di numerosi regionali: tutti convinti alla fine della validità del percorso fin qui portato avanti e della necessità di proseguirlo fino ad arrivare – ha detto Enrico Panini, concludendo i lavori - all’ambizioso risultato di “un bilancio sociale consolidato” di tutta la Cgil. Ma sui lavori e su alcune delle argomentazioni esposte torneremo ancora in altri post.
Tre parole chiave del progetto: responsabilità sociale, rendicontazione sociale, bilancio sociale. La prima definisce l’orizzonte, la cultura, l’etica; la seconda indica il processo e nello stesso tempo il modo d’essere e di rappresentarsi all’interno e all’esterno; il terzo è lo strumento: il più completo perché il più esplicito (Cristiana Rogate ha individuato nella catena di senso la traccia che ne costituisce l’ossatura) ma non il solo.
Questi tre concetti debbono esserci tutti e tre; non è un’acquisizione scontata, ma se non si parte da questo si mettono in vita mostri teorici e strumenti inadeguati, forse anche svianti. Per esempio, un bilancio sociale che non sia collegato al resto, che nasca senza essere il segno del cambiamento di una cultura, di un’etica e di un processo di conoscenza e rappresentazione di sé, finisce con l’essere una cartolina pubblicitaria.
Le domande alle quali il seminario era chiamato a dare risposte sono diverse e dalle risposte si voleva capire quanto e quale cammino debba ancora essere percorso per dire di essere non solo entrati ma di aver trovato un “ubi consistam” solido alla Cgil e alle sue strutture e articolazioni dentro la cultura e la pratica della responsabilità sociale d’impresa precisando quale sia il contributo originale che il sindacato possa dare e abbia già dato ad essa.
Ma c’è una domanda che fonda tutte le altre: questo progetto vale molto per la Cgil: ma quanto vale per i lavoratori che rappresenta? Quanto vale per il paese? Una domanda che può essere formulata anche così: ha senso parlare di responsabilità sociale, rendicontazione sociale, bilancio sociale in un momento in cui la grande crisi sta modificando tutto? Ha senso che un sindacato indirizzi parte delle sue energie in una sfida così impegnativa? Quale è il vantaggio generale che se ne ricava e, per così dire, si redistribuisce a tutti gli interlocutori?
Per me, ovviamente, questa è una domanda retorica, so la risposta. In un ampio servizio pubblicato qualche settimana fa su Rassegna Sindacale da essa ho preso spunto per segnalare qualche elemento di riflessione. La risposta vera, però, è venuta dalle esperienze che sono state illustrate nel convegno dello scorso mercoledì, che tutte insieme danno immediatamente il senso di un’operazione di lunga portata condotta dalla Cgil e dal dipartimento di organizzazione con convinta determinazione.
Nel seminario si è distinto tra esperienze di prima generazione e di seconda generazione. Esaminandole una per una (e ciascuna contrassegnata da una maturità anche teorica che Mario Viviani ha tenuto a sottolineare “a microfoni spenti”) constatiamo che comincia a evidenziarsi una molteplicità di approcci, indice di curiosità e ricchezza e della versatilità che il mondo degli esperti e consulenti esterni apporta nel confronto costante con le strutture protagoniste della rendicontazione.
Questo comporta però una responsabilità in più, un ruolo e una prospettiva che credo il regista centrale debba assegnarsi: l’elaborazione di Linee Guida valide per tutti; ciascuno resta libero di scegliere la sua strada, il suo progetto di rendicontazione; è opportuno però che tutti tengano conto di alcuni criteri di fondo e di alcune azioni necessarie per consentire la stessa validità scientifica, lo stesso rigore metodologico ai documenti e alle azioni che si producono (a cominciare – ha osservato Giovanni Barba – dalla certezza dei dati di base). In questo modo si possono rendere coerente la nostra rendicontazione sociale, comparabili i nostri bilanci sociali, efficace la comunicazione. Cercando di superare i punti critici non ancora risolti sui quali sia Viviani che Di Nicola si sono soffermati, a partire dall'interrogativo con cui quest’ultimo ha chiuso il suo intervento: come si diventa dirigenti della Cgil? Come “si fa carriera” nell’organizzazione? Il bilancio sociale può documentare in modo trasparente questo processo (importante almeno quanto il nodo della distribuzione delle risorse), dimostrando che anche in questo, tutto sommato, risiede l’ancora solida e positiva “diversità” del sindacato.
Tre parole chiave del progetto: responsabilità sociale, rendicontazione sociale, bilancio sociale. La prima definisce l’orizzonte, la cultura, l’etica; la seconda indica il processo e nello stesso tempo il modo d’essere e di rappresentarsi all’interno e all’esterno; il terzo è lo strumento: il più completo perché il più esplicito (Cristiana Rogate ha individuato nella catena di senso la traccia che ne costituisce l’ossatura) ma non il solo.
Questi tre concetti debbono esserci tutti e tre; non è un’acquisizione scontata, ma se non si parte da questo si mettono in vita mostri teorici e strumenti inadeguati, forse anche svianti. Per esempio, un bilancio sociale che non sia collegato al resto, che nasca senza essere il segno del cambiamento di una cultura, di un’etica e di un processo di conoscenza e rappresentazione di sé, finisce con l’essere una cartolina pubblicitaria.
Le domande alle quali il seminario era chiamato a dare risposte sono diverse e dalle risposte si voleva capire quanto e quale cammino debba ancora essere percorso per dire di essere non solo entrati ma di aver trovato un “ubi consistam” solido alla Cgil e alle sue strutture e articolazioni dentro la cultura e la pratica della responsabilità sociale d’impresa precisando quale sia il contributo originale che il sindacato possa dare e abbia già dato ad essa.
Ma c’è una domanda che fonda tutte le altre: questo progetto vale molto per la Cgil: ma quanto vale per i lavoratori che rappresenta? Quanto vale per il paese? Una domanda che può essere formulata anche così: ha senso parlare di responsabilità sociale, rendicontazione sociale, bilancio sociale in un momento in cui la grande crisi sta modificando tutto? Ha senso che un sindacato indirizzi parte delle sue energie in una sfida così impegnativa? Quale è il vantaggio generale che se ne ricava e, per così dire, si redistribuisce a tutti gli interlocutori?
Per me, ovviamente, questa è una domanda retorica, so la risposta. In un ampio servizio pubblicato qualche settimana fa su Rassegna Sindacale da essa ho preso spunto per segnalare qualche elemento di riflessione. La risposta vera, però, è venuta dalle esperienze che sono state illustrate nel convegno dello scorso mercoledì, che tutte insieme danno immediatamente il senso di un’operazione di lunga portata condotta dalla Cgil e dal dipartimento di organizzazione con convinta determinazione.
Nel seminario si è distinto tra esperienze di prima generazione e di seconda generazione. Esaminandole una per una (e ciascuna contrassegnata da una maturità anche teorica che Mario Viviani ha tenuto a sottolineare “a microfoni spenti”) constatiamo che comincia a evidenziarsi una molteplicità di approcci, indice di curiosità e ricchezza e della versatilità che il mondo degli esperti e consulenti esterni apporta nel confronto costante con le strutture protagoniste della rendicontazione.
Questo comporta però una responsabilità in più, un ruolo e una prospettiva che credo il regista centrale debba assegnarsi: l’elaborazione di Linee Guida valide per tutti; ciascuno resta libero di scegliere la sua strada, il suo progetto di rendicontazione; è opportuno però che tutti tengano conto di alcuni criteri di fondo e di alcune azioni necessarie per consentire la stessa validità scientifica, lo stesso rigore metodologico ai documenti e alle azioni che si producono (a cominciare – ha osservato Giovanni Barba – dalla certezza dei dati di base). In questo modo si possono rendere coerente la nostra rendicontazione sociale, comparabili i nostri bilanci sociali, efficace la comunicazione. Cercando di superare i punti critici non ancora risolti sui quali sia Viviani che Di Nicola si sono soffermati, a partire dall'interrogativo con cui quest’ultimo ha chiuso il suo intervento: come si diventa dirigenti della Cgil? Come “si fa carriera” nell’organizzazione? Il bilancio sociale può documentare in modo trasparente questo processo (importante almeno quanto il nodo della distribuzione delle risorse), dimostrando che anche in questo, tutto sommato, risiede l’ancora solida e positiva “diversità” del sindacato.
Di Tarcisio Tarquini il 25/11/2011 alle 10:17
