20/11/2011

Ritorno da Fermo

Ho preso parte alla giornata dedicata a Luigi Di Ruscio nell’ambito dell’ottava edizione del Premio Volponi, che il mio amico Angelo Ferracuti (da due anni incoraggiato e aiutato da Peppino Buondonno, assessore alla cultura della provincia) organizza a Fermo (e dintorni).
 
Abbiamo presentato la nuova edizione di Palmiro, il gran romanzo dello scrittore fermano (che per oltre mezzo secolo è vissuto e ha lavorato, come metalmeccanico, a Oslo) e ho preso con soddisfazione e un po’ di orgoglio i tanti complimenti che a questa ristampa dell’Ediesse, curata da un Massimo Raffaeli nel pieno della forma, sono stati espressi un po’ da tutti. E che io doverosamente mi incarico di trasmettere a Barbara Pierro e Antonella Lupi, redattrice e grafica del libro (nell'immagine, la bella copertina).

La mattinata di sabato è stata dedicata a un seminario di gran livello, aperto agli studenti che ci hanno sorpreso per l’attenzione con cui hanno seguito discorsi che uno di loro ha definito “un po’ aulici” su uno scrittore che è ancora per tanti aspetti una novità e una scoperta nella sua stessa terra natale. Hanno parlato, coordinati e stimolati da Ferracuti e Raffaeli, Andrea Cortellessa, Massimo Gezzi, Gilda Policastro, Emanuele Zinato (che per l’Ediesse ha anche curato Parlamenti, un inedito di Volponi presentato qui a Fermo per la prima volta). Interventi seri, approfonditi, che hanno affrontato i testi di Di Ruscio, e di Palmiro in particolare, con l’attenzione che si deve a un classico. Ho cercato anch’io – ragionando su questi interventi critici – di trovare nelle pagine di Palmiro una traccia che potesse condurre al segreto della sua scrittura potente e diversa da ogni altra. Nelle prime righe di Palmiro Di Ruscio scrive: “E profondamente imparai la teoria dell’eterogeneità dei fini: il regno di Dio si realizzerà soprattutto per gli sforzi disperati dei nemici e negatori del regno di Dio”. È evidente che, per esprimere il concetto, il termine giusto sarebbe stato “eterogenesi”, ma Di Ruscio ci ha abituati a errori o imprecisioni commessi a ragion veduta. Quello che vuole dire è, dunque, proprio eterogeneità, e l’eterogeneità dei fini mi pare una definizione straordinariamente pregnante della sua narrativa, una sorta di ribaltamento della pluralità della “causa” gaddiana, per la quale il fine e l’effetto sono il dato da cui partire per ricostruire, sotto l’apparenza, la trama complicata del reale. Con Di Ruscio la causa può essere una, ma non si acquieta in un unico effetto, non si determina in un solo fine. E la narrativa, invece che lo “sberretamento” gaddiano-ingravalliano, è la costruzione di un intrico; è l’ingarbugliamento delle azioni, che nascono lineari e diventano eterogenee, fino a trovare finalità che si sono spontaneamente generate per via del loro autonomo dinamismo.

Insieme con Palmiro è stato presentato dall’editore Carlo Cannella (Senzapatria, è la casa editrice) il testo che può essere considerato il testamento di Di Ruscio Memorie immaginarie e ultime volontà. Queste le ultime righe, scritte poche ore prima di esser ricoverato nell’ospedale in cui sarebbe morto. “E’ così che capisci di andartene, gli sguardi dei tuoi cari si abbassano, le parole stentano ad esser pronunciate, i figli ammutoliscono. Divorato dalla febbre preparo la valigia per andare in ospedale. Le mani indugiano sulla cerniera, la paura è la stessa di quel giorno di maggio del 1957. Allora vi disponevo con cura i miei libri, con gli angoli delle pagine tutti arricciati; adesso i calzini, le mutande, i pigiami, perfettamente stirati e ricamati. Chiudo tutte le finestre, ripongo nella custodia la macchina da scrivere, ritorno tranquillamente nel niente da dove sono venuto. Nei miei versi è la mia resurrezione”.
 

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Di Tarcisio Tarquini il 20/11/2011 alle 14:12



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Bellissimo il tuo commento; commovente il ricordo di Luigi, nelle sue parole e nelle tue. Sei stato uno dei primi a riscoprire la grandiosa attività poetica di Di Ruscio; se la Casa editrice Ediesse ha potuto pubblicare le sue opere è stato anche grazie a te.
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Caro Tarcisio, sei stato come al solito affettuoso e puntuale, e come noi uno che ci mette sempre passione. La passione è un Patrimonio inestimabile! Grazie e a presto, Angelo

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