11/01/2011

Saluto riconoscente a Lietta Tornabuoni

Lietta Tornabuoni era venuta a trovarci, in redazione, un paio di anni fa.
 
L’avevamo invitata cogliendo al volo l’occasione offertaci da Rossella Rega, una studiosa di comunicazione che, impegnata in una ricerca sul settimanale Lavoro (di cui stava curando l’edizione anastatica di alcuni numeri), aveva deciso di intervistarla per farla parlare della sua esperienza di giornalista alle prime armi nella redazione di quel giornale restato famoso come “rotocalco” della Cgil.

Lietta aveva incominciato, infatti, la sua importante carriera nel gruppo di giornalisti messo insieme da Gianni Toti, negli anni centrali del decennio cinquanta del secolo scorso, per dare un nuovo volto alla stampa sindacale aprendola alle esigenze e ai gusti di un nuovo pubblico di lettori ai quali la militanza sindacale non impediva di cercare un’informazione sul lavoro meno rinsecchita e scontata di quella allora corrente e pubblicazioni rivoluzionate graficamente dall’esempio dei grandi periodici di costume italiani e stranieri.
Lietta aveva accettato di buon grado sia di rispondere alle domande dell’intervista sia al nostro invito di far partecipi i nostri giornalisti del racconto sulle vicende che aveva vissuto in prima persona e che, a suo dire, l’avevano formata rendendo indimenticabile quella giovanile esperienza.

Ci aveva parlato di Gianni Toti, del suo versatile e irriverente approccio professionale che gli creava tanti nemici ma che – ed era stato ciò che alla fine aveva contato di più - gli era valso anche la stima e la paterna protezione di Giuseppe Di Vittorio.
Ci aveva raccontato di Ando Gilardi, fotogiornalista di tempra (c’è una sua sequenza fotografica in negativo di un comizio di Di Vittorio che, pubblicata nel numero che ne annunciava la morte, provoca ancora oggi un commovente effetto straniante).
Ci aveva raccontato delle inchieste che le venivano abitualmente affidate in quanto donna della redazione, prima fra tutte e ricorrente quella sulle mondine padane, impegno verso cui ci aveva confessato di aver provato alla fine un certo fastidio per la ritualità che stava assumendo. “Nel giornale, però, c’era un ambiente completamente libero da pregiudizi e discriminazioni contro le donne, come non ho più ritrovato in seguito” – aveva commentato subito dopo.

Di quella giovinezza Lietta aveva cercato di ritrovare qualche emozione sfogliando con noi le pagine di Lavoro, i cui numeri aveva visto conservati religiosamente nella nostra sala delle riunioni, quasi a suggerire, timidamente, una continuità capace di attribuire onore alla nostra professione di giornalisti sindacali e prestigio al nostro giornale di oggi.
Lietta uscì dalla nostra riunione carica di libri e copie dei nostri giornali. Mi chiese di ripeterle il mio nome e io rispondendole le ricordai anche un’intervista che le aveva fatto parecchi anni fa per un numero di Rassegna Sindacale che aveva celebrato gli anni del suo antenato Lavoro. Poi il commiato frettoloso, per prendere al volo un tassì che stava casualmente passando davanti alla porta della nostra sede e che le risparmiava la fatica di camminare, che – confessò, non riuscendo a celare il disappunto - cominciava a pesarle.

(nella foto Lietta Tornabuoni. La notizia della sua morte è arrivata oggi in redazione)


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Di Tarcisio Tarquini il 11/01/2011 alle 17:21



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