21/10/2011

Adriano Olivetti

Ieri sera, alla Casa del cinema a Roma, abbiamo presentato – noi dell’Associazione Bruno Trentin e la Fondazione Olivetti - il film di Michele Fasano “In me non c’è che futuro. Ritratto di Adriano Olivetti”.
 
Abbiamo visto, in realtà, solo la seconda parte del lungometraggio, quella che indaga più a fondo sul modello Olivetti, sulla sua idea di impresa responsabile, sull’esperienza della comunità concreta con cui egli volle, negli anni cinquanta, provare a riformare dal basso, come si direbbe oggi, le istituzioni, l’impresa, il welfare aziendale e territoriale, le relazioni industriali, insomma l’insieme della società partendo dal valore centrale da assegnare sempre alla persona; una contaminazione (sottolineata da Innocenzo Cipolletta, uno dei partecipanti al dibattito seguito al film) che guardò al riformismo socialista non meno che al personalismo cristiano e che non ebbe paura di cercare nel mescolamento dei linguaggi e delle competenze la ricette nuove per governare lo sviluppo della sua azienda, partecipando così in maniera originale al boom economico del paese.

C’è da meravigliarsi che questa figura e la sua esperienza di industriale (i cui occhi – lo scriveva nel suo Lessico Familiare Natalia Ginzburg, ricordata da Melina Decaro, segretaria generale della Fondazione – inquieti, risoluti, curiosi erano il segno della sua passione civile e imprenditoriale) non sia studiata come meriterebbe e non trovi eco alcuna in questa contingenza della nostra storia, quando invece dalle sue proposte e dalle sue realizzazioni, non meno che dalle sue sconfitte, ci sarebbe molto da apprendere anche per le scelte di oggi.

Adriano Olivetti, è stato innanzi tutto un grande industriale; una specie di Steve Jobs quaranta anni prima, come ha sintetizzato Guglielmo Epifani, ricordando la sua idea di un prodotto che nel design esprimesse non solo la funzione ma l'anima e la grande avventura dell’elettronica che Adriano e suo figlio Roberto avevano visto e su cui avevano puntato chiamando intelligenze italiane e internazionali (il capo era un ingegnere italo-cinese, Mario Tchou, che sarebbe morto in un incidente automobilistico - che qualcuno continua a definire misterioso - a soli 31 anni) a progettare senza limiti di risorse e con la fiducia di aver intrapreso la strada del futuro. Con Adriano, ha detto Epifani, scompare non solo una straordinaria personalità ma si perde anche una parte possibile dello sviluppo industriale del nostro paese, intrecciato con un sistema di responsabilità sociale di impresa, anche questo ante litteram, che parte dalla governance dell’azienda, disegna un rapporto rispettoso con l’ambiente e il territorio e finisce con l’ipotizzare (c’è negli ultimi scritti di Adriano, che tra i tanti meriti ebbe anche quello di fondare le edizioni Comunità che portarono nel nostro paese il meglio della ricerca sociologica europea e nordamericana), anche qui con profetica visionarietà, l’affidamento dell’azienda (diventata multinazionale) a una Fondazione i cui padroni fossero in parti uguali la proprietà storica, la più vicina università (l’industria migliore italiana, ha notato Cipolletta, nasce dalla ricerca e dalla collaborazione con gli enti che la fanno), la comunità, i dipendenti.

Epifani ha ragionato sulle forti avversioni che il modello Olivetti incontrò in campo industriale, soprattutto in casa Fiat (l’altro modello, quello che avrebbe vinto, anche con la complicità di un sistema paese refrattario alle concrete utopie olivettiane) e ha ripescato a prova alcune crude considerazioni che l’ex amministratore delegato dell’azienda automobilistica Cesare Romiti affidò, qualche anno fa, alla registrazione di Giampaolo Pansa (Questi anni alla Fiat, un lungo libro intervista uscito nel 1988) nelle quali si liquidava l’olivettismo come un’eresia persino pericolosa, le cui stigmate avrebbero marchiato tutto il management venuto fuori da quell’esperienza. Ma Epifani ha anche ricordato, citando l’articolo che il settimanale della Cgil, Lavoro, pubblicò nel marzo 1960, la settimana successiva alla morte improvvisa dell’industriale, l’imbarazzo delle valutazioni sindacali su quanto era accaduto (e partito da) Ivrea, incerte se il modello Olivetti fosse un aggiornato paternalismo capitalista o qualcosa di più nuovo.

È un tema interessante questo della diffidenza e della difficoltà sindacale (non solo della Cgil) a misurarsi con un esperimento inedito, che ribaltava gli schemi tradizionali della coppia servo-padrone, lavoro-capitale. Ci si è soffermata Susanna Camusso (forte anche di una conoscenza diretta, perché il padre è stato lavoratore Olivetti) che ha delineato il contesto in cui questa diffidenza trovava la sua ragione e la sua giustificazione. Olivetti – ha ricordato – era tutto in quella comunità; era l’istituzione (è stato sindaco di Ivrea e deputato con il suo Movimento Comunità), era l’informazione (suo il quotidiano cittadino), era il welfare (i suoi asili nido nascevano da un’idea pedagogica non funzionavano solo per parcheggiare i bambini mentre le madri lavoravano), era l’urbanistica, era la cultura e l’università. La sua logica inglobava naturalmente tutto, il sindacato – ha spiegato la segretaria generale della Cgil - tentava di sottrarre a questa logica omnipervasiva le relazioni sindacali, i rapporti all’interno della fabbrica, in cui gli psicologi del lavoro a volte erano chiamati a sostituire ciò che più propriamente sarebbe appartenuto alla contrattazione. Il modello, dunque, era difficile per tutti, e tutti rimetteva in discussione: per prima la stessa Confindustria di impronta vallettiana alla quale Olivetti non volle mai aderire (ma non per sfuggire ai contratti nazionali – ha chiosato Epifani – perché all’Olivetti questi si applicavano rigorosamente).

La discussione è di oggi e il modello Olivetti può suggerire argomenti; ma non sembra un caso che i tanti innovatori che si offrono sulla scena politico-sindacale
ad esso non si siano mai rivolti nella loro inesausta ricerca della fabbrica, del padrone e del sindacato perfetti.
A un certo punto del film, c’è una carrellata degli intellettuali che collaborarono, che furono addirittura manager dell’Olivetti (quindi non un’aggiunta buona a soli fini di immagine): Paolo Volponi, Franco Fortini, Leonardo Sinisgalli, Roberto Guiducci, Cesare Musatti, Francesco Novara, Luciano Gallino, Franco Ferrarotti e tanti altri le cui foto si sono snodate davanti all’attentissima platea della Casa del Cinema: un elenco accompagnato da sospiri di sorpresa e di ammirazione; e con una stretta di nostalgia per quello che sarebbe potuto essere e non è stato.

(Nelle foto, Adriano Olivetti e Mario Tchou)
 

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Di Tarcisio Tarquini il 21/10/2011 alle 10:30



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Grazie per questo ricordo di Adriano Olivetti e del suo lavoro. Ricordo con emozione che all'inizio degli anni '70, in vacanza con i miei genitori in Piemonte, andammo a visitare Ivrea, proprio per vedere da vicino cosa restava di quell'esperienza. Poi da adulto, musicista appassionato di informatica, ho avuto modo di scoprire quanto gravi siano state le responsabilità di chi, dopo la morte di Adriano e di Mario Tchou, ha affossato la Olivetti, un'azienda italiana che deteneva il primato nell'innovazione in un campo che si sarebbe rivelato cruciale nell'economia mondiale nei decenni successivi. Si tratta di una storia che dovrebbe essere più conosciuta e mi auguro che iniziative come questa possano contrubuire a ciò; è anche dalla consapevolezza del nostro passato meno glorioso che può arrivare l'energia è l'intelligenza per capire e superare il momento che attraversa il nostro paese, e cercare di costruire un futuro.

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