10/12/2011

La versione di Emiliano

Questa mattina, ho partecipato alla presentazione del libro di Emiliano Sbaraglia, Il Bambino della spiaggia (Fanucci, pp. 165, 13 euro).
 
È il diario della sua esperienza in Senegal, come coordinatore didattico della scuola di francese – in quel paese lingua nazionale - istituita in un centro di accoglienza fondato da “alcuni italiani di buona volontà”. L’iniziativa di parlare ad Alatri di questo libro l’ha presa Martina Toti, giornalista e collega di Emiliano a radioarticolo1; insieme con lei, me ed Emiliano c’è stato Antonio Martino, insegnante ora in pensione che, letto quasi casualmente il libro, alcuni mesi fa è andato anche lui in Senegal per dare una mano, condividendo viaggio e permanenza con la moglie altrettanto curiosa di itinerari non scontati e “neutri”. Davanti a noi abbiamo avuto ragazzi e ragazze di alcune scolaresche della media inferiore e superiore, che hanno rivolto tante domande a Emiliano e hanno seguito le due ore di racconti e riflessioni senza muoversi dalla sedia e senza uno sbadiglio.

Avevo letto nei giorni scorsi il libro e, non sapendo ancora bene il tipo di pubblico che avrei incontrato, avevo annotato alcune considerazioni che però nel mio intervento di oggi ho in gran parte tralasciato, cercando di soffermarmi piuttosto su alcuni elementi del racconto che ho ritenuto potessero interessare di più una platea tanto giovane. È andata bene così, ma metto sul post la traccia che mi ero preparato: trovo, infatti, giusto segnalare il libro di Emiliano, prima di tutto perché è un bel libro e voglio consigliare a tutti di leggerlo; e poi perché fa una scelta precisa, non rinuncia al timbro della denuncia sociale e culturale ma ne affida i contenuti a una scrittura tranquilla, che però è gonfia – non mi viene altro termine – di tutto l’umore, la dolcezza, lo stupore e la rabbia di questa esperienza. Si possono scrivere cose dure e vere, senza “granguignoleggiare”, senza effetti e truculenze speciali: la versione di Emiliano. Ecco i miei appunti.

1. La lettera. Fa da preludio al diario una lettera aperta alla ministra Gelmini (ora ex) con cui Emiliano spiega la sua scelta di insegnante precario e ormai stufo di questa condizione, di andare via dall’Italia, di provare a fare l’insegnante da un’altra parte. La precarietà, che Emiliano non sopporta, però, non è solo quella (denunciata da tanti altri) del suo incerto rapporto di lavoro che nega persino la possibilità di un progetto di vita. Emiliano spiazza un po’ tutti perché dice qualcosa in più, lamenta che i suoi contratti spezzettati in tante supplenze non gli danno mai la possibilità “di organizzare un programma didattico completo”. La precarietà contro cui egli si ribella è, dunque, quella del progetto didattico; quella di non poter arrivare mai a termine di un programma che varrebbe a provare (o smentire) il valore e l’efficacia di ciò che ha insegnato. È la precarietà dell’insegnamento prima ancora di quella dell’insegnante, la condanna da cui fugge Emiliano.

2. Insegnare. L’insegnante va dove può insegnare, va alla ricerca dei ragazzi ai quali insegnare. Emiliano emigra per fare il coordinatore didattico in Senegal in una scuola dove si studia il francese. La materia, comunque, non è l’essenziale. Ciò che conta è il rapporto che l’azione di insegnare realizza; in Senegal ci sono bambini che vogliono imparare e perciò cercano il loro insegnante. Emiliano si dispone a questo, al di là dei contenuti di una disciplina specifica. È un atteggiamento agostiniano, di quell’Agostino di Tagaste che vede nell’insegnamento un atto che nasce da un trasporto amoroso in cui docente e allievo si trovano coinvolti e che infrange la barriera che li separa. È un atto propedeutico all’apprendimento di una materia o di una lingua. È come la creazione di una condizione da cui nasce poi l’apprendimento concreto.

3. Raccontare.
In tante parti del racconto la conversazione nasce da un invito a raccontare. Per esempio, quando il giovane Ibrah ricorda a Emiliano il suo tentativo di emigrare in Spagna. Dice: “Si poco meno di dieci anni fa ho provato a raggiungere la Spagna. Un viaggio lungo e faticosissimo, che non dimenticherò mai”. Ed Emiliano lo incoraggia: “Beh racconta come è andata”. In tanti altri passi ci sono snodi di questo tipo. Emiliano potrebbe troncare la conversazione (magari per la fretta di fare un’altra cosa), potrebbe rinviare il racconto a migliore occasione. E invece si ferma e invita a proseguire, ciò che conta è il cammino della memoria non quello dei passi. Mi ha fatto tornare in mente Pian della Tortilla di Steinbeck, ma anche alcuni racconti di Cesare Zavattini (come quello che parla di Cesare Cadabra che non rinuncia alle sue storiette, nemmeno in paradiso). Si tratta dello stesso tipo di disponibilità sociale, culturale, o semplicemente umana: le storie creano un ponte tra gli uomini. Ascoltarle e ri-raccontarle, dopo averne ascoltato il racconto, è un’azione che le rende nostre: le metabolizziamo e quindi ci arricchiamo di esse. A me piacciono quelli che raccontano (anche se qualche volta per fretta non indugio ad ascoltarli); apprezzo coloro che si fermano e si dispongono al racconto (anche se qualche volta per impazienza li evito). Parlano di se stessi ma compiono un atto di generosità anche nei nostri confronti. Emiliano ascolta tutto e poi inserisce ciò che ha sentito in quella sorta di meta racconto che è il suo libro-diario. Quest’atto di assorbimento di quanto gli altri gli dicono o narrano serve ad attutire una piuttosto evidente (ma apparente) incongruenza letteraria. I discorsi dei ragazzi, riproposti da Emiliano, sono sempre forbiti, sostenuti, sono racconti di adulti, anche abbastanza colti, e perciò mettono un po’ alla prova il lettore, perché gli fanno sospettare l’artificio che è già un mezzo inganno. Insomma, sembrano discorsi troppo compiuti, rigorosi, convincenti per suonare veritieri. Basta, però, rifletterci sopra per arrivare a capirne la ragione. Emiliano quei discorsi li ridice con parole sue non solo perché questo può anche essere un diritto del narratore, ma soprattutto perché anche in questo caso lui sta facendo il mestiere dell’insegnante: prende i frammenti dei pensieri dei suoi scolari, ne capisce i sentimenti e il senso, e li rimette in bella prosa perché diventino un discorso udibile da tutti; fa da mediatore tra i bambini e il mondo degli adulti al quale, come insegnante, vuole avvicinare i suoi alunni, ma senza che si perdano nel passaggio.

4. Dialogare. Emiliano organizza un convegno di insegnanti per fare il punto su cosa significhi insegnare e chiede di pronunciarsi su come debba intendersi oggi la pedagogia in Italia, nel Senegal, nel mondo globalizzato. Ne scaturisce un confronto serrato tra punti di vista diversi, che si conclude quando l’insegnante senegalese musulmano dice che nel suo paese si spende in istruzione il 40 per cento del bilancio statale, mentre non si può certo dire che l’Italia faccia lo stesso. Emiliano capisce che è una polemica personale contro di lui europeo e bianco, perciò si irrita e replica: “Non sono venuto a dare lezioni di civiltà a nessuno”. Poche pagine prima, però, ha raccontato come durante il pranzo che ha preceduto la lezione abbia chiamato a sedere al tavolo principale due ragazze che, secondo l’usanza del posto quando ci sono cerimonie ufficiali, si sono messe da parte, discoste dagli altri. Le due giovani donne in un primo momento rifiutano ma, dopo qualche insistenza, accettano l’invito, sorprendendo tutti. Emiliano commenta: “Il messaggio è stato recepito; ed è un messaggio di forte contenuto simbolico” .
E allora come la mettiamo con l’altra affermazione? Come stanno insieme l’umile ammissione di non essere venuto a insegnare nulla a nessuno e la forte affermazione di un “messaggio simbolico”, un atto volutamente pedagogico che impone il suo punto di vista culturale su quello degli altri? A me sembra che vada bene così, che ci sia coerenza tra l’una e l’altra affermazione; e che il filo della coerenza sia nella logica dell’insegnante di vocazione quale è Emiliano. È certo giusto “non dare lezioni di civiltà”, ma non si deve nemmeno rinunciare a chiamare inciviltà quello che lo è; non sarebbe didatticamente efficace.
In un libro di Ernesto De Martino, c’è la riflessione sul ruolo dell’etnologo, del ricercatore davanti alla società arretrata oggetto della sua ricerca: chi ha e perché il diritto di cambiarla in nome di principi che le sono estranei? De Martino confessa la sua incertezza. Qui Emiliano si trova davanti allo stesso nodo problematico e lo scioglie nella maniera giusta; ciò che umilia le persone, le divide, le pone su piani diversi e con poteri diversi è sempre sbagliato. Si può comprenderne la radice storica ma non si può non combatterne il contenuto e il significato regressivo: bisogna accettare la realtà dell’altro ma essere capaci di atti simbolici per correggere l’ingiustizia dell’altro. Il relativismo culturale deve essere sempre temperato da principi universali.

5. Augurare. In wolof (una delle tre grandi lingue parlate dai senegalesi) c’è un’espressione “Niu fana Ac Diam” che sta per buona notte, ma letteralmente – ci spiega Emiliano - significa: ti auguriamo di dormire il giusto, per fare in modo che tutti dormano almeno un poco. Zavattini diceva di desiderare un mondo in cui buon giorno volesse significare davvero buon giorno. Il buona notte della lingua wolof dà senso, contenuto e verità a quell’augurio abitudinario, ormai inespressivo, ricordando che non può esserci una notte buona per uno se non lo è anche per gli altri. E che in fondo dipende da noi, dalla nostra disponibilità, se questo accadrà o meno.
D’ora in poi, quando mi troverò davanti a un torto e vorrò augurare che le cose si rimettano a posto o vadano bene, ricorderò questa frase che ci dice che la giustizia comincia da noi, dalla nostra moderazione; dal contenimento del nostro interesse per un beneficio di tutti. Nel nostro dialogo interculturale dobbiamo essere capaci di ammettere che da qualche parte ci sia chi sa dire le cose meglio di noi. Qualche posto in cui buona notte significhi davvero buona notte. Ce lo ricorda l’insegnante Emiliano.
 

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Di Tarcisio Tarquini il 10/12/2011 alle 17:19



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