10/04/2011

Videocon, la verità nascosta

Sul Sole 24 Ore di questa mattina, si annuncia che la Compagnia di San Paolo “dice sì all’aumento di capitale deliberato da Intesa San Paolo”. Un impegno pari a 500 milioni di euro sui totali cinque miliardi previsti per la ricapitalizzazione, motivata da Corrado Passera, amministratore delegato della Banca di cui la Fondazione è primo azionista, con la necessità di acquisire risorse per finanziare il piano industriale del gruppo “che prevede fra l’altro – spiega il quotidiano – l’erogazione di cedole agli azionisti per 13.5 miliardi entro la fine del 2015”.

Annoto la notizia e le cifre, qualche minuto dopo aver chiesto informazioni al mio amico Silvio Campoli, segretario della Filctem Cgil di Frosinone, sull’evolversi della vicenda della Videocon, l’azienda di Anagni (di cui in questo blog – e non solo - mi sono occupato più volte) che qualche giorno fa era sembrata sul punto di risolvere finalmente l’ormai lunga disputa sulla ristrutturazione del suo debito con Banca Intesa San Paolo, premessa per l’arrivo di un nuovo gruppo (con core business incentrato sulle energie rinnovabili) disposto a subentrare al vecchio padrone indiano e riprendere le attività assorbendo pressoché tutti gli operai, da mesi in cassa integrazione. Apprendo da Silvio che, dopo quella che era sembrata una svolta positiva, si è invece ancora al punto di partenza, perché la banca non avrebbe consentito (nonostante assicurazioni e impegni autorevoli) a rateizzare il debito della multinazionale, complicando la prospettiva di una soluzione positiva.

C’è qualcosa (o più di qualcosa) che non torna in questa storia. Stiamo parlando, infatti, di una cifra oggetto di trattativa di 35-40 milioni di euro (garantita da fideiussioni) che non dovrebbe costituire problema né per la banca, né per l’azienda che con le sue imprese sparse per il mondo ha un consolidato stratosferico.
Per ottenere dall’Istituto di credito – il medesimo che sta alla vigilia di una tanto onerosa ricapitalizzazione - condizioni di restituzione che il gruppo indiano considera accettabili (si è parlato di un milione di euro mensili per circa tre anni) hanno proposto i loro buoni uffici le autorità locali e il ministro dello sviluppo economico, quindi il governo, ricevendo da Passera in persona l’auspicato via libera (reso pubblico dagli autorevoli mediatori).

Al momento della trattativa, però, questo non è stato più vero. La Banca è tornata alla rigidità iniziale, l’azienda all’indisponibilità, il governo italiano (e soprattutto gli operai - sempre più sconcertati) a registrare un nuovo intoppo,
senza che nessuno sappia bene se e quando potrà essere rimosso. Sembra quasi che nel passaggio dal vertice agli apparati che devono attuarne le decisioni ci sia una zona grigia in cui il si diventa ma e il certo si trasforma in forse. C’è una verità nascosta, che non riusciamo a vedere. Prima ci riusciamo e prima capiremo.

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Di Tarcisio Tarquini il 10/04/2011 alle 20:49



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