20/09/2011
Pasti comuni
Merita un commento, perché oltre ai guai che abbiamo è la stupidità che rischia di darci il colpo mortale, quello per cui non ci rialzeremo più perché dalle crisi economiche si esce ma dal ridicolo ci si rimette più a fatica.
Lo stato non rispetta un suo impegno, questo è innegabile, perché la refezione, se è riconosciuta, deve essere a suo carico e i lavoratori, suoi dipendenti, non restano a fare assistenza agli scolari, anche durante la mensa, per propria libera scelta. Il comune, perciò, ha tutto il diritto di pretendere il rimborso della spesa sopportata per questi pasti aggiuntivi e, soprattutto se la questione cade nelle mani di un funzionario scrupoloso nel distinguere tra quanto è dovuto e quanto no – magari per evitare richiami dai revisori che controllano i bilanci –, può dare luogo a una controversia difficilissima da dipanare, perché si mescolano punti di principio e esigenze di cassa che, come si sa, messi insieme sono l'esplosivo di ogni guerra santa.
In realtà, sarebbe bastata un po' di ragionevolezza. Visto che lo stato non onora i suoi impegni, il comune avrebbe potuto, se - come è probabile - non gestisce direttamente il servizio mensa ma lo affida in appalto, chiedere alla ditta vincitrice della gara una condizione migliorativa mettendoci di suo l'altra metà del pasto.
Nel mio blog indulgo spesso, come chi mi legge sa e sopporta, in qualche memoria del mio passato di amministratore comunale. Colgo l'occasione, perciò, di ricordare che venti anni fa mi trovai anch'io, ero vicesindaco e assessore alla pubblica istruzione di un comune che adesso ha trentamila abitanti, in una situazione analoga. L'arrivo di una segretaria comunale assai puntigliosa, ma soprattutto l'acclarato fallimento dei conti comunali (che avrebbe portato da lì a poche settimane alla dichiarazione del dissesto finanziario – un default antelitteram e a dimensione casalinga - per un debito fuori bilancio che allora metteva paura, venti miliardi di lire), spinsero qualche collega di giunta e i funzionari del settore a porre la questione: chi paga la mensa dei professori?
Attenti a non fare altri buchi alle già bucatissime casse comunali, ci pensammo, ci consultammo, avviammo una trattativa sindacale, durante la quale un professore che era pure consigliere comunale e sindacalista autonomo (insomma, potremmo dire, un multiavente causa) improvvisò una sceneggiata con tanto della riduzione a pezzettini “della diecimila lire” per fugare ogni nostro sospetto di un suo, pur misero, interesse venale nella disputa.
Alla fine, dopo esserci fatti due conti che evidenziavano con la loro eloquente sinteticità, che stavamo discutendo di cifre irrisorie, sottoscrivemmo un accordo con cui il comune, in ragione di un'innegabile pubblica utilità e delle superiori ragioni del quieto vivere, riconosceva e anticipava la spesa per la mensa dei docenti, salvo successiva rivalsa nei confronti del ministero della pubblica istruzione, al quale si concluse di dover inviare (senza sperarne esito - ammettemmo) un quesito. L'anno appresso inserimmo la clausola della copertura della mensa per i docenti come aggiunta migliorativa chiesta alla ditta vincitrice dell'appalto e non se ne è parlato più.
Di Tarcisio Tarquini il 20/09/2011 alle 14:01
