16/09/2011
Avanti!
Non è però di questo editore fasullo che voglio occuparmi nel post; di lui si è detto di tutto e con l’aggiunta di una morale adeguata. Quello di cui non mi capacito, al di là della difficilissima e intricata vicenda finanziaria che sicuramente ha scoraggiato altri e meno avventati tentativi, è perché mai nessuno, ma proprio nessuno, abbia sentito il dovere di fare il possibile e l’impossibile per mettere in salvo, e nelle mani giuste, un giornale che aveva accompagnato per un secolo le lotte politiche e sociali più audaci e generose che si siano combattute in questo paese. Eppure, in quei fatidici anni novanta immediatamente successivi al biennio di mani pulite, non erano del tutto spariti dalla scena della politica e del potere tanti autorevoli dirigenti socialisti che avrebbero potuto spendere una parola, un pensiero, un atto; che avrebbero potuto sollecitare una resistenza, appellandosi a tutti quelli che quel giornale l’avevano amato, per non lasciarlo alla sua sorte. Si tratta di gente che poi ha saputo ricostruire per sé un futuro, alcuni nella politica altri nell’impresa pubblica altri ancora nel mondo dei media. Ma che non ha mosso un dito, magari solo per proporre un appello, suggerire una sottoscrizione come quella che aveva raccolto le 66 mila lire che – lo scrive Arfè – avevano permesso i primi passi del quotidiano nel lontano e povero 1896.
Sull’Avanti! ho scritto i miei primi articoli, brevi recensioni di libri sulle pagine domenicali della cultura; la prima riguardò un libro di Luciano Pellicani che aveva studiato i contenuti regressivi delle rivoluzioni comuniste, prendendo lo spunto, mi pare, seppure alla larga, dalla lettura gramsciana della rivoluzione d’ottobre come rivoluzione contro il capitale. Ma prima ancora che recensore, io dell’Avanti! sono stato un diffusore. Ogni domenica mattina, insieme con i miei compagni montavo un tavolinetto sulla piazza del paese e insieme cercavamo se non di pareggiare almeno di non essere distanziati troppo dal risultato sempre clamoroso vantato dai comunisti nella vendita dell’Unità (ma in qualche occasione constatammo che millantavano un po’).
Dopo parecchie settimane di questa prova di forza che ci portava, superando una nostra certa scontrosa riservatezza a contattare chiunque supponessimo sensibile alla nostra richiesta, ci accorgemmo che anche i più incalliti, tra i nostri compagni, frequentatori domenicali della piazza evitavano accuratamente di farsi vedere, cambiando i percorsi delle loro passeggiate festive. I socialisti sono rimasti anarchici, dicevano, e noi ci domandavamo che c’entrasse questo richiamo a un innegabile carattere della nostra storia con il rifiuto della copia e dell’obolo che avremmo sperato. I soldi raccolti in più, per qualche benevola elargizione, finivano tutti al giornalaio per pagargli anche le copie restate invendute; quando erano troppe aggiungevamo noi qualcosa in modo che il conto restasse sempre pari. Lo rifarei, se servisse. Se qualcuno che può si adoperasse per far rinascere “questa grande tribuna” di cui Leonida Bissolati, chiudendo il suo primo fondo di direttore, il giorno di natale del 1896, pronosticava il sicuro successo.
Di Tarcisio Tarquini il 16/09/2011 alle 22:06
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Ciao Tarcisio condivido il tuo sentimento di nostalgia e rabbia per il giornale dei socialisti. Io non dimenticherò mai le feste dell'Avanti a Pontelongo (PD) il mio paese dove il PSI si attestava sopra il 20%, secondo partito dopo la DC. Se qualcuno rispondesse al tuo appello io e tanti altri socialisti padovani sarebbero pronti ad abbonarsi al loro storico quotidiano. Infine da militante e dirigente della CGIL padovana ricordo la lettura degli articolo di Giorgio Lauzi sulle vicende sindacali degli anni '70 e '80.
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Ma credo che Guido, quanto a ironia, sapesse ben replicare.
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Caro Tarcisio, ricordo la diffusione che "voi" socialisti facevate soprattutto il Primo Maggio perché nonno Guido rientrava sempre con con l'Avanti e un garofano nell'occhiello della giacca. Indimenticabili le ironie che tu puoi ben immaginare a tavola.
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