28/07/2011
Con i cinesi, arrivò l'IRAP
“….nei loro terribili dormiveglia gli imprenditori erano tormentati dal costo dei dipendenti come Amleto dai fantasmi, perché se erano diventati pesantissimi gli stipendi da pagare ogni mese insieme a tutti quei dannati contributi, un vero e proprio incubo parevano le liquidazioni, e così cominciavano a dirsi che forse non avevano davvero bisogno di tutta la gente che ogni mattina si trovavano tra i piedi, e avviavano a licenziare, spesso a caso pur di vedere ridotti i costi, tra i quali il boia maggiore era lo spettro delle spese generali:
Edoardo Nesi, lo scrittore pratese, ex imprenditore del tessile, che ha vinto l’ultimo Premio Strega con “storia della mia gente” (la “s” minuscola del titolo suona come un omaggio alla manzoniana nozione di storia della gente di piccolo affare) riesce a innalzare ad altezze metafisiche le vicende sue e di una generazione di imprenditori che, travolti dalla concorrenza cinese, chiudono le loro fabbriche, magari transitando per un momento, nelle more della definitiva caduta, nello status “swiftiano” dell’imprenditore no-profit. L’IRAP, in questa condizione personale e storica, diventa una trappola surreale che, al pari di quelle marchingegnate in modo tale che più ti muovi più resti intrappolato, si alimenta dell’attività del prigioniero, dissuadendola fino al punto di spegnerla completamente. E merita perciò una delle pagine più appassionate del romanzo che, a volerne riassumere il senso (o uno di quelli più evidenti), è l’epopea solitaria di un industriale sospinto ai margini dell’economia globale che sceglie non tanto di farsi cantore del mondo perduto, quanto piuttosto censore dell’incomprensione tra il suo mondo che finisce e l’ottusità, talvolta giuliva e irresponsabile, di politici e maitres a penser (diventa una categoria, i giavazzi, l’elegante editorialista del Corriere della Sera, convintissimo delle opportunità recate dai nuovi tempi) che invece di aiutarli, gli imprenditori, “li prendevano per il culo coi loro consigli di licenziare gli operai per assumere giovani matematici”.
Mi sono fermato sull’IRAP perché indubbiamente incuriosisce una tassa che suscita sentimenti ed emozioni tanto forti da diventare personaggio di romanzo. Ma, in effetti, è così, perché, in fondo, essa è rappresentativa della sovrana indifferenza che normalmente siamo portati ad attribuire allo Stato; e chiunque abbia una qualche pratica con le cose del mondo ne ha fatto prova diretta. Ne ho visto anch’io gli effetti grotteschi, per esempio, nei bilanci della cooperativa che ho guidato fino a un mese fa; ne vedo ogni giorno le paradossali applicazioni nei contratti di lavoro, ma anche negli assegni di studio, decisi dal Conservatorio di cui sono ancora presidente. Il libro di Nesi mi ha aiutato a capirne, al di là della distruttiva efficacia, la ragione sostanziale; che sta nell’assumere come certo che il contribuente è evasore e che, pertanto, può essere smascherato misurando non il rendimento ma il volume, e i fattori che lo determinano, della sua attività.
“Chi non è mai entrato in una tessitura che lavora non può capire quanto rumore possa fare. Il rumore di una tessitura è una cosa densa, quasi solida. È un’onda che ti investe, un vento che ti ingobbisce. Il rumore di una tessitura ti fa socchiudere gli occhi e sorridere, come quando si corre mentre nevica. Il rumore di una tessitura ti fa trattenere il respiro, come ai neonati quando gli soffi in faccia. Il rumore di una tessitura è continuo e inumano, fatto di mille suoni metallici sovrapposti, eppure a volte sembra una risata. Il rumore di una tessitura non ha origine e pare venire dalla terra o dall’aria, perché da lontano i telai sembrano immobili. Il rumore di una tessitura tocca e spesso supera i novanta decibel, e confonde e assorda chi non si mette i tappi nelle orecchie, come il canto delle sirene che perse i compagni di Ulisse. Il rumore di una tessitura somiglia al clangore di un esercito immane che avanza verso di te, al ronzio di un gigantesco alveare. A volte, quando è molto lontano, lo si può scambiare col rombare dei temporali. Il rumore della tessitura non si ferma mai, ed è il canto più antico della nostra città, e ai bambini pratesi fa da ninnananna”
Poi, arrivò – con i cinesi - l’IRAP.
quelle di struttura, fisse e immutabili ed eterne, che aumentano ogni giorno e vanno pagate comunque, come gli interessi passivi, l’affitto del capannone, la luce e il riscaldamento e tutte le tasse, compresa quella davvero punitiva creata dal primo governo Prodi sotto gli auspici dell’allora ministro delle finanze, l’ineffabile Vincenzo Visco, che porta il nome di IRAP e a Prato è stata ribattezzata IRAQ per la similare devastazione creata – un’invenzione infernale che ti costringe a pagare non in base all’eventuale utile conseguito, ma in base al fatturato che realizzi e al numero dei dipendenti che hai e agli interessi che paghi alle banche e persino alle perdite sui crediti che ti tocca sopportare; una tassa vecchia nata con il giusto intento di colpire i guadagni degli evasori e che oggi massacra le aziende in difficoltà e viene sentita come l’ingiustizia suprema perché si è obbligati a pagare le tasse anche quando si perde davvero.”
Mi sono fermato sull’IRAP perché indubbiamente incuriosisce una tassa che suscita sentimenti ed emozioni tanto forti da diventare personaggio di romanzo. Ma, in effetti, è così, perché, in fondo, essa è rappresentativa della sovrana indifferenza che normalmente siamo portati ad attribuire allo Stato; e chiunque abbia una qualche pratica con le cose del mondo ne ha fatto prova diretta. Ne ho visto anch’io gli effetti grotteschi, per esempio, nei bilanci della cooperativa che ho guidato fino a un mese fa; ne vedo ogni giorno le paradossali applicazioni nei contratti di lavoro, ma anche negli assegni di studio, decisi dal Conservatorio di cui sono ancora presidente. Il libro di Nesi mi ha aiutato a capirne, al di là della distruttiva efficacia, la ragione sostanziale; che sta nell’assumere come certo che il contribuente è evasore e che, pertanto, può essere smascherato misurando non il rendimento ma il volume, e i fattori che lo determinano, della sua attività.
“Chi non è mai entrato in una tessitura che lavora non può capire quanto rumore possa fare. Il rumore di una tessitura è una cosa densa, quasi solida. È un’onda che ti investe, un vento che ti ingobbisce. Il rumore di una tessitura ti fa socchiudere gli occhi e sorridere, come quando si corre mentre nevica. Il rumore di una tessitura ti fa trattenere il respiro, come ai neonati quando gli soffi in faccia. Il rumore di una tessitura è continuo e inumano, fatto di mille suoni metallici sovrapposti, eppure a volte sembra una risata. Il rumore di una tessitura non ha origine e pare venire dalla terra o dall’aria, perché da lontano i telai sembrano immobili. Il rumore di una tessitura tocca e spesso supera i novanta decibel, e confonde e assorda chi non si mette i tappi nelle orecchie, come il canto delle sirene che perse i compagni di Ulisse. Il rumore di una tessitura somiglia al clangore di un esercito immane che avanza verso di te, al ronzio di un gigantesco alveare. A volte, quando è molto lontano, lo si può scambiare col rombare dei temporali. Il rumore della tessitura non si ferma mai, ed è il canto più antico della nostra città, e ai bambini pratesi fa da ninnananna”
Poi, arrivò – con i cinesi - l’IRAP.
Di Tarcisio Tarquini il 28/07/2011 alle 17:19
