07/07/2011

I tre operai della Lucchini

I tre operai della Lucchini che nei giorni scorsi sono saliti su un silos per richiamare l’attenzione sul destino della loro acciaieria, messo a rischio da un pesante debito verso le banche (è di ieri la notizia dell’accordo che, almeno per il momento, ha scongiurato l’esito più drammatico) oltre che dalla volontà del magnate russo che ne è proprietario di disinvestire da Piombino e Brescia per cercare spazio in altri paesi, sono tre sindacalisti dei metalmeccanici di Cgil, Cisl e Uil.
 

La circostanza mi colpisce, perché ho appena letto un’approfondita indagine sugli operai delle acciaierie di Piombino (su una platea di circa due mila e seicento lavoratori, le risposte sono state più di settecento, in gran parte della Lucchini ma anche della Magona) effettuata dal circolo di Rifondazione comunista della città (la conoscenza del rapporto conclusivo la devo all’amichevole cortesia del segretario, Alessandro Favilli), una parte della quale è dedicata all’opinione che gli operai interpellati hanno del sindacato e dei sindacalisti.

Un dato è significativo più di ogni altro. Del sindacato (con qualche sensibile differenza tra la Fiom – più apprezzata – e la Fim e Uilm) si segnala non la mancanza di iniziativa, non la dannosità, ma l’inefficacia: che risalta in modo evidente proprio perché gli intervistati riconoscono che spesso essa è conseguenza di un’operosità puntualmente frustrata dai risultati. I giudizi degli operai sono più benevoli nei confronti dei delegati, di cui ammettono l’impegno ma nello stesso tempo sono costretti a constatare l’infruttuosità.

Un’altra parte dell’inchiesta rivela, poi, quale idea del futuro abbiano i lavoratori delle acciaierie, otto su dieci oltre il lavoro attuale non vede nulla, non individua alcuna altra strada alternativa di sviluppo. La speranza nascosta, ma alla quale non sembra, dal contesto più generale delle risposte, siano disposti ad attribuire molto credito, è il ritorno a una proprietà pubblica dell’azienda che offrirebbe quella sicurezza del posto che per molti (la metà degli intervistati) è stata la motivazione prevalente della scelta di un lavoro di cui si denuncia decisamente sia la rischiosità che la faticosità dei ritmi.

Un sindacato, allora, che si impegna ma non coglie i risultati attesi, una richiesta di realismo negli obiettivi (proteggere dagli abusi aziendali) ma anche di radicalità e incisività nelle modalità della propria presenza (conflitto più capacità di dialogo – quasi la metà delle risposte, più o meno equamente divise), delegati che si scoprono apprezzati ma riscontrano poco percepita l’efficacia della loro azione, un orizzonte che ai lavoratori non sembra offrire plausibili opportunità al di fuori della fabbrica, la mancanza di sponde politiche (otto su dieci dice che le forze politiche sono assenti, dannose, inefficaci – un po’ meno il centrosinistra, un po’ di più centrodestra e governo).
Ecco perché - penso alla fine - i tre sindacalisti della Lucchini sono saliti sul silos: per protestare contro l’ipotesi della chiusura dell’azienda, ma anche per una riaffermazione estrema di presenza, una rivendicazione di efficacia, davanti agli occhi di tutti.


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Di Tarcisio Tarquini il 07/07/2011 alle 13:43



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