06/09/2011

Amo'

“ Amo' ", quando questo pomeriggio la barista si è rivolta all'uomo che stava alla cassa per chiedergli se si poteva preparare la macedonia che mio figlio aveva ordinato, non ho provato quel fastidio che di solito sento quando ascolto questo appellativo, che riduce a motteggio sillabico una tenerezza, una dichiarazione di affetto.
 

Mi sono sorpreso, ma ho capito subito che la rigenerazione del termine, il suo ricondursi a un significato pieno perso nell'uso un po' bastardo che ne viene fatto da molte giovani (e meno giovani) coppie, c'è stata per me ieri sera, quando, in una stanza d'ospedale, vicina a quella nella quale mi trovavo per accudire una persona cara, ho sentito una ragazza, che accompagnava il risveglio dall'anestesia del suo ragazzo sollecitandolo con la ripetizione di quella parola, quasi automaticamente ma con una sincerità assoluta.

Quella ragazza non stava mimando la tenerezza finta e ruffiana di uno spot o nascondendo l'incertezza o la fiacchezza del suo sentimento dietro un intercalare diventato un segno della povertà di linguaggio indotta dalla televisione d’accatto tracimante in questi tempi. Stava sussurrando al suo ragazzo che l’amava, nel modo in cui sapeva dirlo. Gli diceva che anche per questo, perché era il suo “ amo’ ”, doveva riprendersi dal torpore da cui sembrava non riuscisse a liberarsi.
 

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amo' televisione d'accatto spot

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Di Tarcisio Tarquini il 06/09/2011 alle 22:54



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lo puoi anche ridurre a uno zeppo di monosillabo, ma l'amore manderà sempre avanti il mondo

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