25/05/2011

L'azione giusta di Amartya Sen e del sindacato

L’aspetto più interessante della lezione di Amartya Sen, tenuta ieri su invito dello Spi Cgil al teatro Capranica di Roma (posti tutti occupati), non è stato (o non è stato solo) ciò che il premio Nobel ha detto argomentando sulla questione dell'azione giusta, su ciò che è possibile e perciò necessario fare, nell'attuale contingenza, per eliminare – per dirla con le sue parole - l'ingiustizia eliminabile.
 
Questi, infatti, sono ragionamenti noti, già presenti nei saggi più recenti del Premio Nobel. No, l'aspetto più interessante è stata la riflessione che il suo intervento ha sollecitato negli interlocutori sindacali (a cominciare dai temi anticipati nell'ampia relazione introduttiva di Carla Cantone), i quali se ne sono sentiti indotti a provare quanto, e in quale misura, la loro azione sindacale sia anche giusta, e cioè in grado di determinare quei risultati che concretamente riescano ad accrescere il livello di giustizia della società nella quale essi si trovano a operare storicamente.

È l'indicazione – mi pare - di un metodo nuovo, per il sindacato: mettersi in discussione portando all'altezza di una raffinata teoria della giustizia sociale quella che è essenzialmente una pratica di negoziazione, definendone così il valore generale, che si situa al di là della sfera della tutela dell'interesse immediatamente rappresentato.
Non è casuale la circostanza che lo stimolo arrivi dallo Spi, sindacato che individua nella contrattazione sociale il cuore della sua iniziativa e che, nella difesa degli interessi delle persone anziane, riesce a cogliere (e non da adesso) il nesso con la più universale lotta per una civilizzazione dei rapporti sociali (che non riguarda, come è ovvio, solo i pensionati).

È ben conosciuta la teoria di Amartya Sen sulle capacitazioni e i funzionamenti, che sono – possiamo riassumere – il risultato dell'azione giusta, poiché esprimono il punto conclusivo del processo attraverso il quale una persona, all'interno del contesto nel quale si trova, riesce a conquistare la libertà di vivere realizzando se stessa e le cose alle quali assegna valore.
Se ci pensiamo, un buon negoziato, un buon contratto sono buoni davvero non solo per quello che riescono a strappare alla controparte, ma anche (e in certi casi -come nella contrattazione confederale – di più) per la capacitazione di funzionamenti che riescono ad assicurare ai lavoratori interessati da quel negoziato e da quel contratto. È una maniera nuova (lo ha suggerito Guglielmo Epifani, nella tavola rotonda che ha discusso la lezione di Sen, alla quale hanno preso parte anche, con densi interventi, Riccardo Terzi, Fabrizio Barca, Chiara Saraceno) per affrontare e rinnovare il tema dei diritti e del sindacato dei diritti. E per leggere sotto questo punto di vista l'epoca della globalizzazione, che nell'approccio relativistico e comparativistico di Sen, sembra voler supporre una graduatoria dei diritti, ma che forse ha ancora bisogno, per non compromettere i livelli di civiltà raggiunti (e per non negarne l'espansione verso quella parte di mondo e di uomini che da essi sono ancora lontani), dell'enunciazione di diritti universali: quanto meno come profilo dell'orizzonte verso il quale continuare a tendere nella ricerca dell'azione giusta. Con la temperata consapevolezza della sua inevitabile parzialità.


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Di Tarcisio Tarquini il 25/05/2011 alle 11:22



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