30/04/2011
La storia di Alfredo Bonelli
Qualche giorno fa ho lanciato un appello su face book perché, nella ricorrenza del 25 aprile, la mia città intitolasse una strada ad Alfredo Bonelli, che ad Alatri visse clandestinamente alcuni mesi tra il 1943 e il 1944 partecipando all’organizzazione della resistenza e della federazione comunista della provincia di Frosinone.
C’è stata qualche adesione, meno di quelle che mi aspettavo e certo assai meno di quante io credo meriti il personaggio e di quanto gli debba la nostra città che pure in quanto a intitolazioni – in specie di recente – sembra piuttosto (e giustamente, perché no?) prodiga.
IL MISTERIOSO GINO CONTI
Alfredo Bonelli è stato un personaggio di rilievo; io per anni avevo sentito raccontare di un “misterioso” partigiano, costantemente in movimento nei paesi della nostra zona e spesso nelle vicinanze dell’abbazia certosina di Trisulti, conosciuto sotto il nome di battaglia di Gino Conti. Chi lo aveva incontrato lo descriveva come un tipo anglosassone, e cioè alto, chiaro, non piccolo e nero come erano per lo più allora gli uomini delle mie parti. Insomma, uno che a dispetto della circospetta cautela si notava.
Di lui ho anche scritto, nel saggio introduttivo dell’edizione anastatica da me curata nel 1985 del giornale clandestino dei cattolici ciociari Libertà, e avendo cercato di capire, interrogando chi doveva averlo incontrato e conosciuto, chi fosse questo Gino Conti mi ero trovato di fronte a un muro di non so, non ricordo che alla fine mi aveva convinto dell’impossibilità di dargli un’identità (qualcuno aveva azzardato potesse essere addirittura Paolo Bufalini, che ad Alatri si diceva fosse stato confinato – ma allora, la clandestinità?).
Nel novembre del 1993, si tenne per i cinquanta anni dell’uscita del primo numero di Libertà (su iniziativa dell’amministrazione comunale allora guidata dal mio amico Gianni Astrei, quindi non ho dubbi sulla data) un convegno di cui il periodico L’antifascista pubblicò un resoconto citando il fatto che gli oratori intervenuti (tutti protagonisti degli eventi raccontati) avevano ricordato a più riprese, e con ammirazione, il “misterioso” Gino Conti che tanto aveva aiutato la causa comune, mostrando capacità organizzative non trascurabili e tali, soprattutto, da rivelare la sua esperienza di cospiratore e rivoluzionario. Peccato che di lui si fossero perse le tracce e nessuno sapesse che fine avesse fatto.
GINO CONTI SONO IO
Qualche settimana dopo, arrivò al comune di Alatri finendo nelle mani dell’allora capo della segreteria del sindaco, Gigino Minnucci, una lettera in cui c’era scritto presso a poco così: ho letto l’articolo dell’Antifascista in cui si parla di un convegno di cui nessuno ha pensato di avvertirmi: avreste dovuto, perché quel “misterioso” Gino Conti sono io. Firmato Alfredo Bonelli, alias Gino Conti, alias Stanko, seguiva indirizzo (Milano, via Foppa) e numero telefonico. Gigino mi fece avere una copia della lettera e io mi misi subito in contatto telefonico con il tutt’altro che misterioso Bonelli che mi invitò ad andare a trovarlo, cosa che feci qualche mese dopo.
MEMORIE DI UN FUTURIBILE
Mi raccontò allora la sua storia, mi regalò i due grandi volumi dattiloscritti della sua autobiografia, intitolata Le Memorie di un futuribile (una copia della quale si trova nell’Archivio della Fondazione Feltrinelli), mi chiarì molti fatti della resistenza ciociara: ma un interrogativo non seppe risolvere neppure lui: perché mai per tanti anni, persone che lo avevano conosciuto nella clandestinità, ma poi lo avevano incontrato di nuovo in diverse occasioni, dopo la guerra fino ad anni recenti e che conoscevano benissimo la sua identità vera, avevano continuato a chiamarlo “il misterioso Gino Conti”.
Io una spiegazione me la sono data e l’ho scritta nella mio saggio introduttivo al volume Io Gino Conti, rivoluzionario di professione. Memoria della resistenza in Ciociaria in cui ho pubblicato, con il consenso amichevole dell’autore, un dattiloscritto sui mesi ciociari che Bonelli volle regalarmi. Ma non è su questo (che richiama un insieme di viltà, indifferenza, interesse) che voglio soffermarmi. Voglio dire che Bonelli era stato comunista (si definiva appunto “rivoluzionario di professione, alla maniera leninista), arrestato più volte e poi confinato durante il fascismo prima alle isole Tremiti e subito dopo a Ventotene, dove aveva conosciuto, tra gli altri, Pertini, era diventato dopo il 25 luglio un dirigente alla ricerca della sua missione e perciò, dopo un brevissimo periodo romano, era venuto di sua iniziativa in Ciociaria per organizzare la lotta antifascista e la rinascita del partito comunista locale. Nel marzo del 1944 era stato indotto a lasciare Alatri (forte era stata la pressione – sospettava – del vescovo, Edoardo Facchini) ed era arrivato a Milano, dove aveva assunto il nome di battaglia Sant’Ambrogio; nei giorni della liberazione era tesoriere del partito comunista del nord (verrà ricordato più volte nelle ricostruzioni storiche sul giallo relativo a chi si fosse impadronito del tesoro che Mussolini e i gerarchi portavano con sé nella fuga verso la Svizzera, il cosiddetto oro di Dongo). Era stato alla segreteria di Pietro Secchia, capo dell’organizzazione comunista, che però diffidava della sua intraprendenza. Aveva sposato una partigiana jugoslava e, quando c’era stata nel 1947-1948 la rottura tra Stalin e Tito, si era trasferito con lei a Reijka (il nome slavo di Fiume) per fondare un gruppo di cospirazione contro il capo della nascente Jugoslavia socialista in nome del più intransigente stalinismo; in questa circostanza aveva assunto un altro dei suoi falsi nomi, Stanko.
DOPO LA CIOCIARIA, IN IUGOSLAVIA CONTRO TITO
Era un personaggio importante e noto, dunque, Alfredo Bonelli. E coraggioso, perché dopo l’esperienza jugoslava che gli aveva fatto toccare con mano quello che avrebbe poi chiamato nelle sue memorie “il fantasogno” comunista, aveva tagliato tutti i ponti con il suo ambiente e si era ricostruito, tra tante difficoltà e trovandosi nella triste condizione d’essere “a dio spiacente e ai nemici suoi”, una vita nuova. Aveva cercato di testimoniare, però, la sua verità, soprattutto la verità riguardante la sorte di quei compagni italiani che si erano spinti a combattere Tito e che per questo (o solo per il semplice sospetto) erano stati imprigionati nei campi di concentramento titini (la famigerata Isola Calva), senza che il Pci muovesse un dito non tanto per salvarli ma, successivamente, per riconoscere loro lo status di militanti che avevano compiuto una scelta politica estrema eppure coerente con quanto l’ortodossia comunista imponeva. (Di queste vicende, attingendo dall’autobiografia di Bonelli fattagli conoscere dall’unico figlio, ha scritto ampiamente Giampaolo Pansa).
Alfredo Bonelli è stato anche ad Alatri, nell’autunno, mi pare, del 1995, per presentare il suo libro di memorie sulla resistenza ciociara, edito da Enzo e Paolo Tofani nell’anniversario della fondazione della loro tipografia. Il giorno precedente la presentazione, io e Enzo lo accompagnammo a Trisulti e all’altopiano in cima a Trisulti, Civita di Collepardo, che era stato uno dei luoghi della sua attività cospirativa. Qualche anno dopo, con la sua compagna Favorita Marafante avevamo ricordato quel viaggio, mentre insieme eravamo ai piedi del letto dove Bonelli da mesi giaceva completamente paralizzato, senza che potesse parlare - ma assolutamente lucido - per gli effetti di un’emorragia cerebrale, credo. Meno di un anno dopo, sarebbe stata la stessa signora a comunicarmi per telefono, con il pudore di chi teme di arrecare disturbo, che Bonelli, alias Gino Conti, alias Stanko era morto.
ANNI DOPO, UNA PAGINA NASCOSTA. FORSE
Le vite si incrociano in modi strani. Una diecina di anni dopo, il mio collega e amico Enrico Galantini mi confidava di aver trovato un diario di suo nonno con il racconto, tra l’altro, delle giornate perigliose e concitate della liberazione di Milano, nell’aprile del 1945; e di come in quel frangente avesse rischiato di essere fucilato - insieme con il suo futuro suocero, reduce dalla campagna di Russia e, nel ventennio, vice podestà di Ravenna (che nulla celava del suo passato perché sicuro, a ragione, “di non aver mai fatto del male a nessuno”) e con il figlio giovanissimo di questi, ferito di una guerra che era stato costretto a combattere - dopo essere stato fermato e arrestato da una squadra di partigiani della brigata Garibaldi capeggiata, scrive il nonno di Enrico, da un certo Bonelli. Dice solo il cognome e aggiunge questo episodio: venuto a conoscenza dell’arresto, in loro soccorso si era precipitato un coraggioso e stimato capo della resistenza milanese, Ettore, deciso a portarli via con sé. Bonelli, cui toccava di decidere, aveva domandato bruscamente ad Ettore: di che partito sei? E alla sua risposta - “liberale” - aveva troncato la discussione “noi siamo comunisti e questi spettano a noi”. Subito dopo era stato impiantato un processo, da cui il nonno di Enrico era uscito indenne per l’intervento intercessorio di uno dei partigiani che aveva scoperto casualmente di condividere con lui alcune amicizie, mentre gli altri due erano stati condannati con la formula “San Vittore Lambro”, che – si sarebbe scoperto un paio di settimane dopo - era l’espressione dietro la quale si celava (“vigliaccamente” è il suo commento) la condanna a morte: che era stata eseguita, come avrebbe accertato la sorella della fidanzata del nonno di Enrico leggendo un elenco che, pur omettendo i nomi, descriveva alcuni tratti fisici dei condannati in cui ella aveva potuto ravvisare senza equivoco il padre e il fratello.
Dal diario non si ricava la certezza che il giudice di questo processo sia stato Bonelli stesso, ma non lo si può escludere; ho cercato nella sua autobiografia la parte dedicata alle giornate della liberazione di Milano, ma non c’è quasi nulla. Chissà se quel vecchio che aveva affidato a un manoscritto il compito di spiegare la sua vita passata, le durezze cui si era sottoposto da quando, giovanissimo, la lettura dell’Almanacco socialista lo aveva portato alla scelta che avrebbe segnato il suo destino, cercava anche comprensione per una crudeltà allora ritenuta inevitabile. O forse il nonno di Enrico racconta di un altro Bonelli, che con Gino Conti e con Stanko, e con quell’uomo che immobile sul suo letto era riuscito a parlarmi solo con gli occhi inumiditi dalle lacrime, non aveva nulla a che vedere.
Nelle foto: i confinati di Ventotene, la copertina del libro di Pansa, la liberazione di Milano
C’è stata qualche adesione, meno di quelle che mi aspettavo e certo assai meno di quante io credo meriti il personaggio e di quanto gli debba la nostra città che pure in quanto a intitolazioni – in specie di recente – sembra piuttosto (e giustamente, perché no?) prodiga.
IL MISTERIOSO GINO CONTI
Alfredo Bonelli è stato un personaggio di rilievo; io per anni avevo sentito raccontare di un “misterioso” partigiano, costantemente in movimento nei paesi della nostra zona e spesso nelle vicinanze dell’abbazia certosina di Trisulti, conosciuto sotto il nome di battaglia di Gino Conti. Chi lo aveva incontrato lo descriveva come un tipo anglosassone, e cioè alto, chiaro, non piccolo e nero come erano per lo più allora gli uomini delle mie parti. Insomma, uno che a dispetto della circospetta cautela si notava.
Di lui ho anche scritto, nel saggio introduttivo dell’edizione anastatica da me curata nel 1985 del giornale clandestino dei cattolici ciociari Libertà, e avendo cercato di capire, interrogando chi doveva averlo incontrato e conosciuto, chi fosse questo Gino Conti mi ero trovato di fronte a un muro di non so, non ricordo che alla fine mi aveva convinto dell’impossibilità di dargli un’identità (qualcuno aveva azzardato potesse essere addirittura Paolo Bufalini, che ad Alatri si diceva fosse stato confinato – ma allora, la clandestinità?).
Nel novembre del 1993, si tenne per i cinquanta anni dell’uscita del primo numero di Libertà (su iniziativa dell’amministrazione comunale allora guidata dal mio amico Gianni Astrei, quindi non ho dubbi sulla data) un convegno di cui il periodico L’antifascista pubblicò un resoconto citando il fatto che gli oratori intervenuti (tutti protagonisti degli eventi raccontati) avevano ricordato a più riprese, e con ammirazione, il “misterioso” Gino Conti che tanto aveva aiutato la causa comune, mostrando capacità organizzative non trascurabili e tali, soprattutto, da rivelare la sua esperienza di cospiratore e rivoluzionario. Peccato che di lui si fossero perse le tracce e nessuno sapesse che fine avesse fatto.
GINO CONTI SONO IO
Qualche settimana dopo, arrivò al comune di Alatri finendo nelle mani dell’allora capo della segreteria del sindaco, Gigino Minnucci, una lettera in cui c’era scritto presso a poco così: ho letto l’articolo dell’Antifascista in cui si parla di un convegno di cui nessuno ha pensato di avvertirmi: avreste dovuto, perché quel “misterioso” Gino Conti sono io. Firmato Alfredo Bonelli, alias Gino Conti, alias Stanko, seguiva indirizzo (Milano, via Foppa) e numero telefonico. Gigino mi fece avere una copia della lettera e io mi misi subito in contatto telefonico con il tutt’altro che misterioso Bonelli che mi invitò ad andare a trovarlo, cosa che feci qualche mese dopo.
MEMORIE DI UN FUTURIBILE
Mi raccontò allora la sua storia, mi regalò i due grandi volumi dattiloscritti della sua autobiografia, intitolata Le Memorie di un futuribile (una copia della quale si trova nell’Archivio della Fondazione Feltrinelli), mi chiarì molti fatti della resistenza ciociara: ma un interrogativo non seppe risolvere neppure lui: perché mai per tanti anni, persone che lo avevano conosciuto nella clandestinità, ma poi lo avevano incontrato di nuovo in diverse occasioni, dopo la guerra fino ad anni recenti e che conoscevano benissimo la sua identità vera, avevano continuato a chiamarlo “il misterioso Gino Conti”.
DOPO LA CIOCIARIA, IN IUGOSLAVIA CONTRO TITO
Alfredo Bonelli è stato anche ad Alatri, nell’autunno, mi pare, del 1995, per presentare il suo libro di memorie sulla resistenza ciociara, edito da Enzo e Paolo Tofani nell’anniversario della fondazione della loro tipografia. Il giorno precedente la presentazione, io e Enzo lo accompagnammo a Trisulti e all’altopiano in cima a Trisulti, Civita di Collepardo, che era stato uno dei luoghi della sua attività cospirativa. Qualche anno dopo, con la sua compagna Favorita Marafante avevamo ricordato quel viaggio, mentre insieme eravamo ai piedi del letto dove Bonelli da mesi giaceva completamente paralizzato, senza che potesse parlare - ma assolutamente lucido - per gli effetti di un’emorragia cerebrale, credo. Meno di un anno dopo, sarebbe stata la stessa signora a comunicarmi per telefono, con il pudore di chi teme di arrecare disturbo, che Bonelli, alias Gino Conti, alias Stanko era morto.
ANNI DOPO, UNA PAGINA NASCOSTA. FORSE
Dal diario non si ricava la certezza che il giudice di questo processo sia stato Bonelli stesso, ma non lo si può escludere; ho cercato nella sua autobiografia la parte dedicata alle giornate della liberazione di Milano, ma non c’è quasi nulla. Chissà se quel vecchio che aveva affidato a un manoscritto il compito di spiegare la sua vita passata, le durezze cui si era sottoposto da quando, giovanissimo, la lettura dell’Almanacco socialista lo aveva portato alla scelta che avrebbe segnato il suo destino, cercava anche comprensione per una crudeltà allora ritenuta inevitabile. O forse il nonno di Enrico racconta di un altro Bonelli, che con Gino Conti e con Stanko, e con quell’uomo che immobile sul suo letto era riuscito a parlarmi solo con gli occhi inumiditi dalle lacrime, non aveva nulla a che vedere.
Nelle foto: i confinati di Ventotene, la copertina del libro di Pansa, la liberazione di Milano
Di Tarcisio Tarquini il 30/04/2011 alle 23:17
