04/10/2011
Virtù e miserie dei bilanci sociali
Mi scrive Francesca, commentando un mio post di parecchi mesi fa:
Salve, sono una studentessa di Economia e sto svolgendo un lavoro sulla rendicontazione sociale delle BANCHE NON QUOTATE! Mi rivolgo soprattutto a Cristiana Rogate, dato che è un'esperta, per sapere cosa può spingere una banca non quotata a redigere Bs oppure viceversa perchè non lo fa. Da quanto ho capito sono tutte chiacchiere. Rispondete in molti tutte le vostre osservazioni mi sono utili. Grazie
Mi pare che Francesca (alla quale ho risposto in privato dandole la mail di Cristiana Rogate) sia già arrivata a una sua conclusione; non so comunque a quali bilanci sociali si riferisca e perché li consideri chiacchiere più o meno inutili. Non condivido, anche se ammetto che alcuni dei bilanci sociali che ho analizzato in questi anni sono sembrati anche a me molto fumo e poco arrosto. Non penso, però, che questi siano la norma, propendo nel credere che siano piuttosto un’occasione persa, il risultato di un uso improprio dello strumento, il frutto di un equivoco su senso e significato della rendicontazione, un fraintendimento sui criteri che sarebbe necessario seguire perché questi documenti assumano una loro validità conoscitiva.
Non c’è una relazione tra il fatto che la banca non sia quotata e la decisione di elaborare o meno un bilancio sociale. La rendicontazione, di cui lo strumento principe (ma non il solo) è il bilancio sociale, può essere assunta come modalità di gestione della fiducia con tutti gli stakeholder da parte di qualsiasi tipo di azienda, perché qualsiasi azienda deve rispondere a obblighi contratti (anche quando non vorrebbe o non ne è consapevole) con i propri interlocutori e deve dimostrare in che modo li abbia assolti.
Il bilancio economico tradizionale, pur con tutti i suoi sofisticati allegati, non serve allo scopo; illustra solo una parte dell’attività di un’azienda o di un’organizzazione: per questa ragione, per completare il quadro conoscitivo (premessa di ogni rapporto fiduciario) arricchendolo di nuove voci e punti di vista, è nato il bilancio sociale che dà conto degli effetti dell’operato di un’azienda sulla società, sull’ambiente, sulla comunità circostante. Una società quotata, tramite il segnale del valore raggiunto dalle azioni, fornisce ai suoi “portatori di interesse” alcune informazioni in più sui risultati e gli effetti della sua attività. In questo senso, forse, l’assenza di elementi informativi sulle performance azionarie di una società che non è quotata (per quanto ciò possa valere in un mercato finanziario che ha il livello di credibilità che, a spese di tutti noi, abbiamo imparato a conoscere) accresce la necessità di informazioni d’altro tipo perché si possa effettuare una più completa e attendibile valutazione del suo operato.
C’è chi il bilancio sociale lo utilizza, però, come operazione di pura e semplice propaganda; come un mezzo più o meno sofisticato di comunicazione di un’immagine aziendale positiva, al di là del merito e della realtà.
Si può, tuttavia, scoprire l’inganno, o quanto meno subodorarne l'esistenza. Un sistema consiste nel verificare se quella azienda, quella organizzazione inseriscano l'elaborazione del bilancio sociale all'interno di un processo più articolato e complesso del quale esso costituisca uno dei passaggi, il più importante, forse, ma non il solo, di un maturo percorso di accountability.
Se l’atteggiamento generale, il timbro, di quell’azienda non è modellato dalla cultura dell’apertura, se essa non costruisce nella quotidianità degli atti e delle azioni la rendicontabilità del suo operato, se non dà dimostrazione nelle singole scelte di esercitare praticamente la sua responsabilità sociale, allora si può essere sicuri che il bilancio sociale, per quanto elegantemente presentato, è una chiacchiera, tutt’altro che innocua: dal momento che innocuo non è mai l’abbellimento mistificatorio della verità.
Salve, sono una studentessa di Economia e sto svolgendo un lavoro sulla rendicontazione sociale delle BANCHE NON QUOTATE! Mi rivolgo soprattutto a Cristiana Rogate, dato che è un'esperta, per sapere cosa può spingere una banca non quotata a redigere Bs oppure viceversa perchè non lo fa. Da quanto ho capito sono tutte chiacchiere. Rispondete in molti tutte le vostre osservazioni mi sono utili. Grazie
Non c’è una relazione tra il fatto che la banca non sia quotata e la decisione di elaborare o meno un bilancio sociale. La rendicontazione, di cui lo strumento principe (ma non il solo) è il bilancio sociale, può essere assunta come modalità di gestione della fiducia con tutti gli stakeholder da parte di qualsiasi tipo di azienda, perché qualsiasi azienda deve rispondere a obblighi contratti (anche quando non vorrebbe o non ne è consapevole) con i propri interlocutori e deve dimostrare in che modo li abbia assolti.
Il bilancio economico tradizionale, pur con tutti i suoi sofisticati allegati, non serve allo scopo; illustra solo una parte dell’attività di un’azienda o di un’organizzazione: per questa ragione, per completare il quadro conoscitivo (premessa di ogni rapporto fiduciario) arricchendolo di nuove voci e punti di vista, è nato il bilancio sociale che dà conto degli effetti dell’operato di un’azienda sulla società, sull’ambiente, sulla comunità circostante. Una società quotata, tramite il segnale del valore raggiunto dalle azioni, fornisce ai suoi “portatori di interesse” alcune informazioni in più sui risultati e gli effetti della sua attività. In questo senso, forse, l’assenza di elementi informativi sulle performance azionarie di una società che non è quotata (per quanto ciò possa valere in un mercato finanziario che ha il livello di credibilità che, a spese di tutti noi, abbiamo imparato a conoscere) accresce la necessità di informazioni d’altro tipo perché si possa effettuare una più completa e attendibile valutazione del suo operato.
C’è chi il bilancio sociale lo utilizza, però, come operazione di pura e semplice propaganda; come un mezzo più o meno sofisticato di comunicazione di un’immagine aziendale positiva, al di là del merito e della realtà.
Si può, tuttavia, scoprire l’inganno, o quanto meno subodorarne l'esistenza. Un sistema consiste nel verificare se quella azienda, quella organizzazione inseriscano l'elaborazione del bilancio sociale all'interno di un processo più articolato e complesso del quale esso costituisca uno dei passaggi, il più importante, forse, ma non il solo, di un maturo percorso di accountability.
Se l’atteggiamento generale, il timbro, di quell’azienda non è modellato dalla cultura dell’apertura, se essa non costruisce nella quotidianità degli atti e delle azioni la rendicontabilità del suo operato, se non dà dimostrazione nelle singole scelte di esercitare praticamente la sua responsabilità sociale, allora si può essere sicuri che il bilancio sociale, per quanto elegantemente presentato, è una chiacchiera, tutt’altro che innocua: dal momento che innocuo non è mai l’abbellimento mistificatorio della verità.
Di Tarcisio Tarquini il 04/10/2011 alle 17:46
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Quella di Francesca è un'opinione sempre più diffusa. Quando vien detto, lapidariamente, che la Parmalat di Tanzi pubblicava un (bel) bilancio sociale ed intanto falsificava le fatture, è difficile controbattere con una risposta altrettanto rapida e più convincente.
Una ricerca di due anni fa di Rga (http://www.rgassociati.it/download/report_csr_competitivita09.pdf) mette in rilievo come in Italia le aziende facciano fatica a comprendere come la CSR sia una leva di sviluppo strategico reale. Il bilancio sociale ha usi (ed utilità) interni ed esterni all'impresa. Ma non è tanto il documento in sé ad avere un valore, quanto il processo di costruzione del bilancio stesso. In realtà la cosa più importante è metter su un sistema di contabilità sociale che dia, in primo luogo a chi governa l'impresa, le informazioni per capire se effettivamente "stiamo facendo bene le cose giuste". Più si fa qualità sociale, più si guadagna e si rende solida l'azienda. Questo ancora non lo si capisce.
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