30/03/2011
Sergio Zavoli
Anch’io, come molto più autorevolmente il segretario e il presidente della FNSI, voglio dichiarare pubblicamente (o quasi) che le parole pronunciate da Sergio Zavoli stamattina, a motivazione del rifiuto dei provvedimenti proposti da taluni parlamentari per cancellare in periodo elettorale i talk show, sono parole giuste, sagge, rassicuranti per tutti.
Aggiungo, però, che queste parole per me hanno valore perché le pronunciate Sergio Zavoli; messe in bocca ad altri avrei potuto sentirle false; avrei potuto pensare a un ennesimo giro di valzer d’ipocrisia, un soffio d’aria e nulla più.
Hanno valore perché Sergio Zavoli è un maestro che nella sua vita professionale ha dimostrato di crederci sul serio alla libera informazione, a cominciare da quei primi giorni del secondo dopoguerra durante i quali mise in piedi, nella Rimini appena liberata, una rudimentale rete radiofonica, con le trombe di altoparlanti come trasmittenti diffuse in tutta la città a propagare lo scarno ma acceso bollettino della vita civile che stava riprendendo. Zavoli, però, ha dimostrato ancora di più. E cioè che si può militare per la libera informazione senza timore di avvicinarsi al potere, senza la paura di mettere le mani in pasta – dirigendo un giornale, guidando la televisione pubblica, oggi presiedendo una commissione parlamentare di vitale importanza e perciò dai delicati equilibri politici.
Zavoli è infatti il più grande giornalista italiano, non solo per i meriti acquisiti con il suo lavoro di reporter ma anche perché nel sistema dell’informazione del nostro paese ha svolto tutti i ruoli essenziali, ha coperto tutti gli incarichi determinanti, affrontando le mille insidie e i centomila ostacoli che il potere politico - un tempo in maniera meno evidente ma forse non meno violenta di oggi - gli ha gettato volta per volta tra i piedi, senza perdere l’equilibrio, senza smarrire la rotta, senza nemmeno per un attimo mettere fra parentesi la propria dignità professionale che nel nostro settore attiene strettamente alla moralità personale.
Temo che il suo appello resti inascoltato o, peggio, venga tirato da una parte o dall’altra per difendere o offendere. Temo, soprattutto, che molti dei componenti della commissione che ha l’onore d’essere da lui presieduta non abbiano mai visto una puntata delle sue grandi inchieste televisive, dal mitico Processo alla tappa a Nascita di una dittatura (lo sguardo e il lento e rotondo eloquio di Nenni, l’affilata dialettica di Terracini, ma anche la voce mai prima ammessa nella televisione pubblica degli sconfitti della guerra partigiana), fino a La Notte della Repubblica (decine di interviste per entrare dentro i teoremi della follia terroristica) e quindi possano scambiare le sue affermazioni come quelle di una delle tante parti di questo inesauribile teatrino che la politica e l’informazione sono diventati. Temo, voglio dire, che possano replicare nel modo che è diventato usuale, con l’insulto, l’irrisione, il disprezzo.
Se così fosse, mi sentirei colpito e avvilito io stesso. Ho conosciuto e frequentato Sergio Zavoli perché ha generosamente accettato, qualche anno fa, di far parte della commissione di un premio giornalistico (organizzato ad Alatri) dedicato al corrispondente locale, nel ricordo di quello che nella mia città, e non solo, ne è stato un principe, Alberto Minnucci.
Da quelle riunioni (con lui, Vittorio Emiliani, Gilberto Evangelisti, Nando Tasciotti e altri) convocate per valutare insieme le decine di articoli arrivati da ogni provincia, da ogni cittadina d’Italia, ho appreso più che in cento master di giornalismo. Ma ricordo, soprattutto, di averlo portato, giusto un mese dopo il terremoto che aveva distrutto la scuola di san Giuliano, in Molise, a Trivento: per aprire le lezioni della scuola di politica intitolata a Borsellino, istituita in quella diocesi dal mio amico don Alberto Conti. Raccontò, alle tante persone raccolte nella sala dell’Episcopio, della sua lunga esperienza di inviato e di quella volta che, malato senza che i medici ne riuscissero a decifrare la ragione, fu convinto di essere sul punto di morire. E di come, ricoverato in una stanza d’ospedale assistito da una suorina premurosa, mentre la sera toglieva contorni alle cose, all’improvviso avvertì d’aver finalmente conosciuto il dolore di tutti, e perciò d’aver capito anche il suo, fermando lo sguardo sulla sagoma incerta di un crocifisso.
Non si coarta l’informazione per paura dei possibili eccessi (ma se si eccede non siamo più nell’informazione e negarla è invece un eccesso), l’informazione deve essere piuttosto liberata, solo così alla fine, moltiplicandosi le voci, si evita ciò che si depreca, e cioè l’animosità gratuita e faziosa, la parzialità, la manipolazione.
Hanno valore perché Sergio Zavoli è un maestro che nella sua vita professionale ha dimostrato di crederci sul serio alla libera informazione, a cominciare da quei primi giorni del secondo dopoguerra durante i quali mise in piedi, nella Rimini appena liberata, una rudimentale rete radiofonica, con le trombe di altoparlanti come trasmittenti diffuse in tutta la città a propagare lo scarno ma acceso bollettino della vita civile che stava riprendendo. Zavoli, però, ha dimostrato ancora di più. E cioè che si può militare per la libera informazione senza timore di avvicinarsi al potere, senza la paura di mettere le mani in pasta – dirigendo un giornale, guidando la televisione pubblica, oggi presiedendo una commissione parlamentare di vitale importanza e perciò dai delicati equilibri politici.
Zavoli è infatti il più grande giornalista italiano, non solo per i meriti acquisiti con il suo lavoro di reporter ma anche perché nel sistema dell’informazione del nostro paese ha svolto tutti i ruoli essenziali, ha coperto tutti gli incarichi determinanti, affrontando le mille insidie e i centomila ostacoli che il potere politico - un tempo in maniera meno evidente ma forse non meno violenta di oggi - gli ha gettato volta per volta tra i piedi, senza perdere l’equilibrio, senza smarrire la rotta, senza nemmeno per un attimo mettere fra parentesi la propria dignità professionale che nel nostro settore attiene strettamente alla moralità personale.
Temo che il suo appello resti inascoltato o, peggio, venga tirato da una parte o dall’altra per difendere o offendere. Temo, soprattutto, che molti dei componenti della commissione che ha l’onore d’essere da lui presieduta non abbiano mai visto una puntata delle sue grandi inchieste televisive, dal mitico Processo alla tappa a Nascita di una dittatura (lo sguardo e il lento e rotondo eloquio di Nenni, l’affilata dialettica di Terracini, ma anche la voce mai prima ammessa nella televisione pubblica degli sconfitti della guerra partigiana), fino a La Notte della Repubblica (decine di interviste per entrare dentro i teoremi della follia terroristica) e quindi possano scambiare le sue affermazioni come quelle di una delle tante parti di questo inesauribile teatrino che la politica e l’informazione sono diventati. Temo, voglio dire, che possano replicare nel modo che è diventato usuale, con l’insulto, l’irrisione, il disprezzo.
Se così fosse, mi sentirei colpito e avvilito io stesso. Ho conosciuto e frequentato Sergio Zavoli perché ha generosamente accettato, qualche anno fa, di far parte della commissione di un premio giornalistico (organizzato ad Alatri) dedicato al corrispondente locale, nel ricordo di quello che nella mia città, e non solo, ne è stato un principe, Alberto Minnucci.
Da quelle riunioni (con lui, Vittorio Emiliani, Gilberto Evangelisti, Nando Tasciotti e altri) convocate per valutare insieme le decine di articoli arrivati da ogni provincia, da ogni cittadina d’Italia, ho appreso più che in cento master di giornalismo. Ma ricordo, soprattutto, di averlo portato, giusto un mese dopo il terremoto che aveva distrutto la scuola di san Giuliano, in Molise, a Trivento: per aprire le lezioni della scuola di politica intitolata a Borsellino, istituita in quella diocesi dal mio amico don Alberto Conti. Raccontò, alle tante persone raccolte nella sala dell’Episcopio, della sua lunga esperienza di inviato e di quella volta che, malato senza che i medici ne riuscissero a decifrare la ragione, fu convinto di essere sul punto di morire. E di come, ricoverato in una stanza d’ospedale assistito da una suorina premurosa, mentre la sera toglieva contorni alle cose, all’improvviso avvertì d’aver finalmente conosciuto il dolore di tutti, e perciò d’aver capito anche il suo, fermando lo sguardo sulla sagoma incerta di un crocifisso.
Di Tarcisio Tarquini il 30/03/2011 alle 18:47
