23/03/2011
Equitalia, el pibe de oro, e noi
L’avvocato di Diego Armando Maradona contesta la cartella esattoriale di Equitalia che impone al suo assistito di pagare al fisco 37 milioni di euro per mancati versamenti dell’Irpef. La ragione del rifiuto è che detta cartella non è stata notificata regolarmente, “come purtroppo - aggiunge l’avvocato - è successo negli anni a Napoli per decine di migliaia di contribuenti vessati dal fisco”.
Non saprei dire se a Napoli la denunciata vessazione ci sia stata realmente e abbia riguardato tanti soggetti (persone e imprese); non so nemmeno se la notifica a Maradona sia avvenuta con modalità improprie e lacunose: se questo fosse accaduto davvero non si potrebbe certo attribuire la colpa alla scarsa notorietà del personaggio: semmai da un certo momento in poi alla sua irreperibilità per le conosciute e tristi ragioni.
Posso, però, testimoniare direttamente che la questione delle mancate notifiche, fatte passare poi per realmente avvenute tanto da mettere in mora, o peggio, i presunti notificati, è, più che plausibile, probabile.
È accaduto per la cooperativa di cui sono presidente, che si è accorta di essere stata inscritta nel poco commendevole elenco dei contribuenti evasori da un fax di un comune che, dovendo pagare alcune pubblicazioni da noi edite, ci ha informato che la liquidazione era stata sospesa a causa di un nostro debito con il fisco rilevato attraverso i rituali accertamenti presso l’agenzia delle entrate ed Equitalia. Qualche giorno dopo, abbiamo avuto conferma di questa nostra presunta e grave inadempienza da Equitalia stessa che ci ha intimato il pagamento, entro il perentorio termine di cinque giorni, della cartella inevasa (138 mila euro - mica uno scherzo) pena il pignoramento di parte dei nostri già scarsi beni.
Questa ultima comunicazione ci è arrivata un venerdì pomeriggio, e non poteva esserci momento peggiore: gli uffici sono chiusi, i commercialisti rimandano al lunedì ogni approfondimento, tutti dicono che non è il caso di preoccuparsi se tutto è in regola. Anch’io ho cercato di rassicurarmi pensando che una società come la nostra, che ha i bilanci certificati e super controllati, che deve richiedere a ogni piè sospinto documentazioni attestanti la regolarità dei versamenti fiscali e contributivi, non poteva essere scivolata su una simile buccia di banana. Eppure (succede, come ci insegna anche la grande letteratura) è proprio l’innocente che, dopo aver respinto con sdegnata incredulità l’accusa, sente appesantirsi, man mano che passano le ore, il rovello del dubbio: e se a sbagliare fosse stato il consulente che allora seguiva le nostre pratiche – il poveretto non c’è nemmeno più, così non sapremmo nemmeno chi chiamare in causa come eventuale capro espiatorio – e l’errore fosse poi sfuggito a tutti? No – ho cercato di tranquillizzarmi - non può essere, era un tipo preciso, deve essere tutto a posto davvero. Ma è mai possibile – il dubbio è tornato a ondate, con il senso di vuoto che annuncia il panico – che tutto sia in regola e possa succedere quello che sta succedendo? E’ vero, tutti possono sbagliare, ma l’agenzia delle entrate! Ma, Equitalia! Si tratta pur sempre dello Stato e vicini! E qui lo scoramento mi ha invaso, paradossalmente rendendomi pronto a ogni rivelazione nell’ormai incombente inizio della nuova settimana lavorativa.
Insomma, per farla breve, arrivati al lunedì, dopo un week end dilaniato dalla tempesta del dubbio (che Mazzini ebbe la ventura di subire per ben più gravi e nobili motivi) ho accertato che la realtà è diversa, eppure ben più imprevedibile, del temuto. In ordine: il debito riguarda l’anno fiscale 1995; la cooperativa ha sicuramente pagato l’Irpef incriminata; nei nostri magazzini ci sono le ricevute dei bonifici effettuati; le precedenti constatazioni non interessano Equitalia che afferma che non avendo noi contestato la cartella questa è valida a tutti gli effetti; la cartella risulta notificata dieci anni fa, o giù di lì, alla porta accanto (letteralmente) a quella dove siamo domiciliati noi e lì il messo notificatore avrebbe accertato che la società “è sconosciuta”; la cartella è stata affissa all’albo pretorio del comune di Roma e, passati i termini senza alcuna opposizione, è stata posta in esecuzione; la cartella stessa è stata inviata tramite lettera raccomandata (ecco cosa era quella busta vuota che ci è stata recapitata!) al domicilio del presidente e, anche in questo caso, non essendo stata contestata (ma cosa, se non c’era niente?) è diventata prova dell’effettività del debito.
Un incontro agitato con alcuni impiegati di Equitalia (il nostro delegato aveva ricevuto l’esplicito mandato di presentare denuncia alla più vicina guardia di finanza se non avesse visto riconosciute le nostre ragioni), l’intervento del direttore dell’agenzia visibilmente imbarazzato davanti all’inoppugnabilità della nostra richiesta di sospensione del provvedimento di sequestro e il preannuncio di testimonianze oculari sulla busta priva di documenti, il seguente incontro con il dirigente dell’Agenzia delle entrate che, previa richiesta di altra documentazione alla banca attraverso cui venne eseguito, sedici anni fa, il bonifico di pagamento e la constatata impossibilità di pretenderla a distanza di tanto tempo (dovrà per forza essere sufficiente quella nostra, del resto più che probante), ci ha promesso di esaminare seriamente la situazione: tutti questi atti e fatti, succedutisi negli ultimi dieci giorni, stanno avvicinandoci alla soluzione del caso.
È più che probabile, ci assicura il nostro bravo commercialista di oggi, che ci verrà concesso “lo sgravio” e l’Agenzia delle entrate riparerà così, senza danni ulteriori per tutti, a un suo errore e a quello che, dalla dinamica dell’accaduto, pare un evidente abuso di Equitalia, non si capisce ancora quanto involontario: e difatti la notifica, ammesso che sia avvenuta, è stata effettuata a un altro indirizzo, presso il quale peraltro è assai improbabile che abbiano potuto dichiarare di non conoscerci.
Che stavolta abbia ragione anche Maradona? In bocca al lupo, pibe de oro; possa ancora soccorrerti la mano de diòs. Con Equitalia ce n’è bisogno.
Posso, però, testimoniare direttamente che la questione delle mancate notifiche, fatte passare poi per realmente avvenute tanto da mettere in mora, o peggio, i presunti notificati, è, più che plausibile, probabile.
È accaduto per la cooperativa di cui sono presidente, che si è accorta di essere stata inscritta nel poco commendevole elenco dei contribuenti evasori da un fax di un comune che, dovendo pagare alcune pubblicazioni da noi edite, ci ha informato che la liquidazione era stata sospesa a causa di un nostro debito con il fisco rilevato attraverso i rituali accertamenti presso l’agenzia delle entrate ed Equitalia. Qualche giorno dopo, abbiamo avuto conferma di questa nostra presunta e grave inadempienza da Equitalia stessa che ci ha intimato il pagamento, entro il perentorio termine di cinque giorni, della cartella inevasa (138 mila euro - mica uno scherzo) pena il pignoramento di parte dei nostri già scarsi beni.
Questa ultima comunicazione ci è arrivata un venerdì pomeriggio, e non poteva esserci momento peggiore: gli uffici sono chiusi, i commercialisti rimandano al lunedì ogni approfondimento, tutti dicono che non è il caso di preoccuparsi se tutto è in regola. Anch’io ho cercato di rassicurarmi pensando che una società come la nostra, che ha i bilanci certificati e super controllati, che deve richiedere a ogni piè sospinto documentazioni attestanti la regolarità dei versamenti fiscali e contributivi, non poteva essere scivolata su una simile buccia di banana. Eppure (succede, come ci insegna anche la grande letteratura) è proprio l’innocente che, dopo aver respinto con sdegnata incredulità l’accusa, sente appesantirsi, man mano che passano le ore, il rovello del dubbio: e se a sbagliare fosse stato il consulente che allora seguiva le nostre pratiche – il poveretto non c’è nemmeno più, così non sapremmo nemmeno chi chiamare in causa come eventuale capro espiatorio – e l’errore fosse poi sfuggito a tutti? No – ho cercato di tranquillizzarmi - non può essere, era un tipo preciso, deve essere tutto a posto davvero. Ma è mai possibile – il dubbio è tornato a ondate, con il senso di vuoto che annuncia il panico – che tutto sia in regola e possa succedere quello che sta succedendo? E’ vero, tutti possono sbagliare, ma l’agenzia delle entrate! Ma, Equitalia! Si tratta pur sempre dello Stato e vicini! E qui lo scoramento mi ha invaso, paradossalmente rendendomi pronto a ogni rivelazione nell’ormai incombente inizio della nuova settimana lavorativa.
Insomma, per farla breve, arrivati al lunedì, dopo un week end dilaniato dalla tempesta del dubbio (che Mazzini ebbe la ventura di subire per ben più gravi e nobili motivi) ho accertato che la realtà è diversa, eppure ben più imprevedibile, del temuto. In ordine: il debito riguarda l’anno fiscale 1995; la cooperativa ha sicuramente pagato l’Irpef incriminata; nei nostri magazzini ci sono le ricevute dei bonifici effettuati; le precedenti constatazioni non interessano Equitalia che afferma che non avendo noi contestato la cartella questa è valida a tutti gli effetti; la cartella risulta notificata dieci anni fa, o giù di lì, alla porta accanto (letteralmente) a quella dove siamo domiciliati noi e lì il messo notificatore avrebbe accertato che la società “è sconosciuta”; la cartella è stata affissa all’albo pretorio del comune di Roma e, passati i termini senza alcuna opposizione, è stata posta in esecuzione; la cartella stessa è stata inviata tramite lettera raccomandata (ecco cosa era quella busta vuota che ci è stata recapitata!) al domicilio del presidente e, anche in questo caso, non essendo stata contestata (ma cosa, se non c’era niente?) è diventata prova dell’effettività del debito.
Un incontro agitato con alcuni impiegati di Equitalia (il nostro delegato aveva ricevuto l’esplicito mandato di presentare denuncia alla più vicina guardia di finanza se non avesse visto riconosciute le nostre ragioni), l’intervento del direttore dell’agenzia visibilmente imbarazzato davanti all’inoppugnabilità della nostra richiesta di sospensione del provvedimento di sequestro e il preannuncio di testimonianze oculari sulla busta priva di documenti, il seguente incontro con il dirigente dell’Agenzia delle entrate che, previa richiesta di altra documentazione alla banca attraverso cui venne eseguito, sedici anni fa, il bonifico di pagamento e la constatata impossibilità di pretenderla a distanza di tanto tempo (dovrà per forza essere sufficiente quella nostra, del resto più che probante), ci ha promesso di esaminare seriamente la situazione: tutti questi atti e fatti, succedutisi negli ultimi dieci giorni, stanno avvicinandoci alla soluzione del caso.
Che stavolta abbia ragione anche Maradona? In bocca al lupo, pibe de oro; possa ancora soccorrerti la mano de diòs. Con Equitalia ce n’è bisogno.
Di Tarcisio Tarquini il 23/03/2011 alle 18:05
