03/12/2011

Sciopero

Da tempo si discute sulla produttività delle forme di lotta del sindacato, nate tutte tra fine ottocento e novecento e perciò un po' affaticate dagli anni e dall'uso.
 
Chi di noi non si è mai interrogato se lo sciopero abbia perso o meno la sua efficacia? Nella testa di chi non è mai balenato il dubbio che negli anni più recenti, in cui si è stravolto il rapporto tra parole e cose, sia venuta meno la sua legittimazione agli occhi di un’opinione pubblica sempre più indifferente o addirittura insofferente? Sono domande che hanno girato, naturalmente, all’interno dello stesso mondo sindacale: qualche volta con esiti non saprei giudicare se più ridicoli o paradossali, come quando i segretari della Cisl e della Uil hanno proposto, in sostituzione, adunate serali o prefestive per non turbare l’economia in crisi. È un tema serio, da non liquidare con due battute; eppure, questa mattina, all’assemblea dei quindicimila quadri della Cgil riuniti al Palasport di Roma, a ribaltare questo dibattito un po’ finto e sghembo ci ha pensato un delegato africano che d’inverno studia al politecnico di Torino e d’estate fa il raccoglitore di pomodori e cocomeri in Puglia.

Yvan Jean Pierre Sagnet (nella foto) ha raccontato, in un italiano semplice e corretto che ha caricato il suo discorso del vigore della verità, le giornate di lavoro di tanti come lui, ospitati nelle masserie in attesa del caporale che li porta sui campi, pretende il pagamento del trasporto (anche quando si potrebbe o vorrebbe andare a piedi), li obbliga a comprare il panino del pranzo confezionato da lui, li riaccompagna a sera nei dormitori dove un posto letto costa un’altra bella fetta del misero salario della giornata. Il giovane ha ricordato anche dei primi tentativi di opporre una resistenza, le esitazioni dei lavoratori, impauriti dalla prospettiva di perdere anche quel poco (quattrocento euro al mese possono essere utili per costruirsi una casa nel proprio paese) o, come i romeni, abituati a versare ogni euro nella cassa comune della famiglia, poco propensi a mobilitazioni collettive. Alla fine, però, il movimento è nato, e la sua proposta per l’istituzione del reato di caporalato è diventata legge, anche se - ha ammonito l’oratore - il vero problema sono le imprese, perché senza il loro consenso il caporalato non esisterebbe.

È a questo punto che Yvan Jean Pierre Sagnet ha spiegato che per vincere la battaglia è stato necessario lo sciopero, e che anche le prossime battaglie si vinceranno non con le semplici manifestazioni ma sui campi, interrompendo la produzione, facendo sciopero. Così, quasi inaspettatamente, davanti a una platea fattasi tesa e ammutolita, piena di gente che di scioperi ne ha minacciati, dichiarati, fatti e visti tanti, lo sciopero è tornato a essere una parola forte, un atto cui è affidato un riscatto collettivo, un’affermazione di identità, una richiesta di diritti, una protesta di dignità; una parola – per non dire un concetto, per non dire un’azione – di cui nessuno è ancora riuscito a coniare il sinonimo.  

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yvan jean pierre sagnet assemblea dei delegati della cgil sciopero caporalato

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Di Tarcisio Tarquini il 03/12/2011 alle 19:01



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