28/02/2011
Bilanci sociali, la notizia che non c'è
Colgo l’occasione di un lancio di agenzia che annuncia la crescita dell’attenzione verso il bilancio sociale nell’amministrazione pubblica (Adn Kronos di oggi, si può leggere su rassegna.it) per ricondurre questo blog alla sua matrice iniziale, quella di raccogliere riflessioni e notizie sulla rendicontazione sociale.
Dunque, la notizia è buona ma, al di là del titolo (enfatico quanto può essere un titolo che cerca, comprensibilmente, di fare un po’ di “fumo”) di sostanza ce n’è poca. Alle strette, si limita a riportare il numero dei bilanci sociali censiti nella banca dati del Formez, accompagnandoli con il commento di alcuni amministratori, primo fra tutti l’attuale sindaco, e presidente dell’Anci, Sergio Chiamparino che se la sbriga affermando che “il bilancio sociale è uno strumento utile per far capire ai cittadini a cosa servono i loro soldi”.
E tuttavia, però, c'è da osservare che per far capire ai cittadini che fine fanno i loro soldi, sarebbero sufficienti un po’ di comunicati stampa, che sappiano spiegare con chiarezza il bilancio dell’ente, liberandolo dalle oscurità del gergo degli uffici contabili e dalle tautologie dei loro documenti, che sembrano fatti apposta più per celare che per rivelare. Voglio dire che il bilancio sociale è qualcosa di più; non è uno strumento di comunicazione, è un documento che dà conto dell’operato di un ente, illustrando se esso abbia rispettato o meno (e perché) la sua missione e gli obiettivi da questa dettati. L’utilizzazione dei soldi dei cittadini c’entra, ma non è la sola cosa che pesi nella valutazione: se i fondi del bilancio comunale siano stati spesi con avvedutezza è certo un dato essenziale da cercare in qualsiasi rendiconto, ma ciò che conta ancora di più è che i finanziamenti siano stati investiti in maniera coerente con la missione, rispettandone le priorità conseguenti: se il mandato richiesto dal sindaco ai cittadini, al momento delle elezioni, è, per esempio, quello di rendere la città più accogliente per i bambini e poi nel suo bilancio le spese vengono orientate in maniera prioritaria verso la dotazione di strutture di accoglienza per le persone più anziane, è evidente che c’è qualcosa che non funziona: o il sindaco ha sbagliato a individuare la sua missione, leggendo male i bisogni della sua comunità, o il sindaco sta venendo meno a uno dei punti su cui ha costruito il rapporto di fiducia con gli elettori: in tutti e due i casi, la contraddizione va chiarita e il bilancio sociale è lo strumento che, permettendo di evidenziare l’incoerenza, è chiamata a spiegare lo scostamento del fatto rispetto all’enunciato.
Il travisamento sulla natura dello strumento provoca altri fraintendimenti; ne dà prova la stessa nota del’agenzia che racconta di come si starebbe affermando nelle pubbliche amministrazioni una presunta innovazione nel campo della comunicazione (e già qui c’è un equivoco) ancora più avanzata del bilancio sociale. Ne sarebbe alfiere il comune di Reggio Emilia, che – a detta dell’Adn Kronos – adotta “il report integrato, che consente di rendicontare in maniera unitaria i risultati finanziari, ambientali, sociali e di governance”. Ma questo è appunto un bilancio sociale, secondo le definizioni comunemente adottate e sancite, per il sistema pubblico, nelle Linee Guida del 2007 varate dal Ministero della Funzione Pubblica, sulla base del lavoro preparatorio di una commissione di studio del Formez. Insomma, la confusione regna sotto il nostro cielo.
Nella nota dell’agenzia, inoltre, vengono fatti dei numeri, ma anche qui – dove il terreno dovrebbe essere meno insidioso - c’è un po’ di approssimazione: l’informazione necessaria dovrebbe riguardare, infatti, non quanti enti hanno elaborato il bilancio sociale (si riferisce di 102 comuni), ma quanti di loro l’hanno fatto diventare una prassi costante; l’impressione è che tra i censiti siano considerati tutti quelli che ci hanno provato, ma che assai di meno siano quelli che dopo la “prima”volta (spinta dalla novità, dalla pressione della “lobby” dei rendicontatori, dall’iniziativa di un sindaco più intraprendente di altri, dalla proposta di qualche circolo cittadino) siano arrivati alla seconda: a quella ripetizione che costituirebbe un indizio significativo dell’affermarsi della cultura dell’accountability.
Questo, ritengo, sia il dato su cui interrogarsi. La mia impressione (supportata da qualche cifra) è che il bilancio sociale venga visto da molti come uno strumento di “propaganda”, usato dalle amministrazioni in vista del rinnovo degli incarichi cittadini e perciò provvisto di una credibilità relativa. Chi valida i contenuti di un bilancio sociale? A questa domanda, essenziale per evitare che la rendicontazione risulti alla fine la cantata unilaterale di una parte sola, interessata ad esaltare quanto fatto piuttosto che a sottoporlo a un vaglio rigoroso, non si è finora data una risposta accettabile. C’è chi dice che il validatore debba essere un organo neutrale (ma quale?), altri pensano al cittadino stakeholder (ma come?), altri ancora cercano di inserire già nel processo momenti di confronto e di validazione (ma quali e come?). Non è questione secondaria; io penso che il vero rilancio della rendicontazione sociale nel nostro paese (almeno dove si incontra con i meccanismi della democrazia elettiva e rappresentativa – per le aziende il discorso è diverso) dipenda dalla capacità di sciogliere di questo nodo. La vera notizia ci sarà quando qualcuno scoprirà come fare.
Dunque, la notizia è buona ma, al di là del titolo (enfatico quanto può essere un titolo che cerca, comprensibilmente, di fare un po’ di “fumo”) di sostanza ce n’è poca. Alle strette, si limita a riportare il numero dei bilanci sociali censiti nella banca dati del Formez, accompagnandoli con il commento di alcuni amministratori, primo fra tutti l’attuale sindaco, e presidente dell’Anci, Sergio Chiamparino che se la sbriga affermando che “il bilancio sociale è uno strumento utile per far capire ai cittadini a cosa servono i loro soldi”.
Il travisamento sulla natura dello strumento provoca altri fraintendimenti; ne dà prova la stessa nota del’agenzia che racconta di come si starebbe affermando nelle pubbliche amministrazioni una presunta innovazione nel campo della comunicazione (e già qui c’è un equivoco) ancora più avanzata del bilancio sociale. Ne sarebbe alfiere il comune di Reggio Emilia, che – a detta dell’Adn Kronos – adotta “il report integrato, che consente di rendicontare in maniera unitaria i risultati finanziari, ambientali, sociali e di governance”. Ma questo è appunto un bilancio sociale, secondo le definizioni comunemente adottate e sancite, per il sistema pubblico, nelle Linee Guida del 2007 varate dal Ministero della Funzione Pubblica, sulla base del lavoro preparatorio di una commissione di studio del Formez. Insomma, la confusione regna sotto il nostro cielo.
Nella nota dell’agenzia, inoltre, vengono fatti dei numeri, ma anche qui – dove il terreno dovrebbe essere meno insidioso - c’è un po’ di approssimazione: l’informazione necessaria dovrebbe riguardare, infatti, non quanti enti hanno elaborato il bilancio sociale (si riferisce di 102 comuni), ma quanti di loro l’hanno fatto diventare una prassi costante; l’impressione è che tra i censiti siano considerati tutti quelli che ci hanno provato, ma che assai di meno siano quelli che dopo la “prima”volta (spinta dalla novità, dalla pressione della “lobby” dei rendicontatori, dall’iniziativa di un sindaco più intraprendente di altri, dalla proposta di qualche circolo cittadino) siano arrivati alla seconda: a quella ripetizione che costituirebbe un indizio significativo dell’affermarsi della cultura dell’accountability.
Questo, ritengo, sia il dato su cui interrogarsi. La mia impressione (supportata da qualche cifra) è che il bilancio sociale venga visto da molti come uno strumento di “propaganda”, usato dalle amministrazioni in vista del rinnovo degli incarichi cittadini e perciò provvisto di una credibilità relativa. Chi valida i contenuti di un bilancio sociale? A questa domanda, essenziale per evitare che la rendicontazione risulti alla fine la cantata unilaterale di una parte sola, interessata ad esaltare quanto fatto piuttosto che a sottoporlo a un vaglio rigoroso, non si è finora data una risposta accettabile. C’è chi dice che il validatore debba essere un organo neutrale (ma quale?), altri pensano al cittadino stakeholder (ma come?), altri ancora cercano di inserire già nel processo momenti di confronto e di validazione (ma quali e come?). Non è questione secondaria; io penso che il vero rilancio della rendicontazione sociale nel nostro paese (almeno dove si incontra con i meccanismi della democrazia elettiva e rappresentativa – per le aziende il discorso è diverso) dipenda dalla capacità di sciogliere di questo nodo. La vera notizia ci sarà quando qualcuno scoprirà come fare.
Di Tarcisio Tarquini il 28/02/2011 alle 16:49
