23/02/2011

Le targhe di Luigi Di Ruscio

Forse c’è ancora affissa a una parete della redazione dell’Ediesse la targa che il sindacato dei metalmeccanici norvegese gli aveva offerto al momento della pensione, dopo quarantacinque anni di lavoro nella fabbrica di chiodi e fil di ferro dove era arrivato subito dopo la sua partenza dall’Italia, proprio negli anni in cui il boom economico cominciava a prendere forma proiettando il nostro paese – ma non tutti i nostri paesani, evidentemente – nell’età dello sviluppo industriale.
 


Luigi Di Ruscio quella targa ce l’aveva regalata per ringraziarci di aver pubblicato (su consiglio e con la cura paziente, competente e affettuosa di Angelo Ferracuti) il libro “auto” antologico Poesie Operaie, che lo aveva riproposto al suo pubblico di lettori, limitato nei numeri ma entusiasta e di qualità, che da un po’ di tempo attendeva la notizia di una sua nuova opera e cominciava a temere di averne perso le tracce.

Un’altra targa avrei dovuto consegnargliela io, dopo aver ritirato per suo conto un premio di letteratura civile che gli era stato assegnato per quelle poesie e al quale non era riuscito ad essere presente per il peso che ormai cominciava ad essergli insopportabile dei viaggi in Italia, se non accompagnati da un periodo di permanenza sufficiente a ritemprarlo dalla fatica fisica e dallo strapazzo psicologico dello spostamento. Anche quella targa oggi sta in mostra in un ufficio della casa editrice, a ricordare una bella impresa editoriale (che è continuata con la pubblicazione di La neve nera di Oslo e si concluderà con la nuova edizione, decisa da tempo e di cui Luigi era particolarmente contento, di Palmiro il suo picaresco racconto - pubblicato nel 1986 e riproposto dieci anni dopo - di una gioventù di provincia incendiata dalla passione per la politica e la vita.

Per il primo maggio del 2007 ero stato invitato da Angelo Ferracuti a presentare (a Sant'Elpidio nelle Marche, con Massimo Raffaeli e Angelo stesso, alla presenza dell’autore) Poesie Operaie. Ho ritrovato nell’archivio storico di Rassegna.it una sintesi dell'intervento piuttosto articolata tanto da averla proposta al giornale come recensione. Luigi, che pure mi aveva ascoltato direttamente dire le stesse cose, dopo averla letta qualche giorno dopo sul sito mi aveva inviato una mail (altre ne sarebbero arrivate, l’ultima qualche settimana fa per dire anche a me che stavolta stava male sul serio) per ringraziarmi di alcune riflessioni ma senza specificarmi quali.
Penso che gli fosse piaciuto il racconto che avevo fatto della sua proposta di intitolare il libro Operaie Poesie, capovolgendo l’ordine della sequenza tra sostantivo e aggettivo per la volontà – supponevo (ma altri avrebbe in altra occasione chiosato che si era trattato solo di un calco modellato sull’uso del genitivo anglosassone) – di assegnare la forza gerarchica di un sostantivo a quell’operaie, quasi a scansare subito l’idea che si trattasse di una riduzione, di una maniera per diminuirne peso e importanza dando a intendere che quella poesia fosse niente più che il sottoprodotto di una grande famiglia letteraria.

“Invertire l’ordine – avevo sottolineato - permette di non aiutare questa sorta di derubricazione a una classe inferiore ma, nello stesso tempo, salva il significato universale che al termine operaie egli assegna. Due sostantivi, insomma, che non creano gerarchie ma parità e che definiscono non una sottoclasse ma una classe universale nuova, comprensiva di tutto, la poesia è sempre operaia poesia, perché esprime due condizioni assolute della vita e del mondo”.
E avevo aggiunto: “Resta allora da spiegare, però, per quale ragione, dopo aver capito questo, abbiamo insistito per il titolo più tradizionale di Poesie Operaie. A noi è sembrato che mettendo i termini in quest’ordine riuscissimo a sottolineare un aspetto essenziale delle composizioni poetiche di Di Ruscio, e cioè la loro fattività, la loro laboriosità: il fatto di operare, di costruire un sistema poetico, un sistema di ragionamento, una cultura. Di non restare ferme sulla pagina, ma di comporre, verso dopo verso, una visione tendenzialmente autonoma del mondo.”

Nel numero appena uscito del Mese, il supplemento culturale di Rassegna Sindacale, c’è un articolo di Angelo Ferracuti su una notte di veglia operaia durante la quale egli ha letto alcune delle “poesie operaie”. Ne propongo anch’io una a chi segue questo blog. Mi pare giusta per quest’ora; e per il nostro saluto.

Il sottoscritto è fortunato/il passaggio tra la coscienza e il niente sarà brevissimo/ non è destinata a noi una lunga e spettacolare agonia/non sarà per noi l’insulto di essere a lungo vivi senza coscienza/i clinici più rinomati non appresteranno a noi lunghe strazianti agonie/la nostra miseria ci salva/dall’insulto di essere vivi senza più lo spirito nostro/ritorneremo tranquillamente nel niente da dove siamo venuti/è già tanto che il miracolo della mia esistenza ci sia stato/riuscendo perfino a testimoniarvi tutti.
 

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Di Tarcisio Tarquini il 23/02/2011 alle 22:00



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Grazie Tarcisio, sei sempre puntuale, profondo e affettuoso. Ti abbraccio Angelo

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