17/02/2011
La Bella Napoli di Vincenzo Moretti
Si intitola Bella Napoli il libro (edito dall'Ediesse) in cui Vincenzo Moretti racconta, dando voce ai protagonisti, dodici storie di napoletane e napoletani, di diversi quartieri ed età, che hanno trovato identità nel lavoro e conquistato, grazie a questo, il rispetto di se stessi, degli altri, della città cui rendono, essendo come sono, amore ed onore.
Il libro è stato presentato ieri – da due giovani donne determinate e intelligenti (la giornalista di Repubblica Cristina Zagaria e la segretaria confederale della Cgil Serena Sorrentino – espressione della Napoli che rivela tenaci ambizioni civili) - alla Feltrinelli di Piazza dei Martiri, un posto in cui torno sempre con piacere e che penso sia una delle librerie più vive che si possa frequentare, dove i libri sono proposti ai visitatori – giovani in prevalenza, ma anche persone d’età più matura, tra cui, senza che urtino, perditempo manifesti – con una garbata sapienza commerciale, che si potrebbe anche chiamare buona educazione.
Ci sono stato diverse volte, per la presentazione dei libri di Vincenzo ma anche per parlare di un libro mio e di Cristiana Rogate sulla rendicontazione sociale; in ognuna di queste occasioni sono rimasto sempre colpito dalla partecipazione e dalla voglia di discutere e contestare che ha protratto gli incontri fino all’estremo dell’ora di chiusura della libreria (ieri, uno ce l’aveva, ma lo diceva senza particolare acredine e quasi solo per aprire un fronte di dibattito, con la Cgil che avrebbe consentito in combutta con De Benedetti la chiusura della Olivetti a Napoli, un po’ d’anni fa).
Diciamo che in questa libreria i libri di Vincenzo Moretti si presentano bene, perché sono libri di conversazione: il contenuto è ovviamente importante (Bella Napoli, è stato definito da qualcuno una sorta di controcanto alla Napoli di Gomorra – e cioè la Napoli che riesce ad evitare d’essere deturpata dal contatto con la criminalità, dal lerciume dei rifiuti sui marciapiedi, dalla scostumatezza di famiglie che fondano i loro miseri affari all’ombra delle fanciulle in fiore). Ma più ancora del contenuto conta il come questi libri sono scritti, al modo appunto di una conversazione, il cui narratore principale e unico, ma che sa moltiplicarsi in più voci, è Vincenzo Moretti, sempre alle prese con la domanda su quale sia il genere dentro cui confinare le sue scritture e che, invece, dovrebbe finalmente convincersi dell’evidenza che si tratta sempre di manuali di pratica della conversazione, di esemplari di una narrazione sul tipo di quella che si può fare la sera dopo cena, o se si ha un po’ di tempo la mattina davanti al caffè: di un intrattenimento, insomma, ai cui modi e riti si coinvolgono gli amici, per renderli parte di un discorso che descrive un’autobiografia ideale dell’autore e dei tanti uomini “straordinari” (è un aggettivo che Moretti usa spesso, dando sempre l’impressione di non sprecarlo) che egli ha certo avuto la fortuna di incontrare ma che pure hanno avuto la fortuna di incontrarlo.
Ora che ci rifletto, mi pare chiaro che i protagonisti delle storie raccontate da Vincenzo (in questo e negli altri libri, a partire da Uno doje tre e quattro, conversazione attraverso il canale di facebook) siano personaggi letterari, non perché non siano veri e concreti nella loro fattuale esperienza di vita, ma perché costantemente rappresentano un tratto più universale; sono personaggi gnomici, suggeriscono una lezione di vita e perciò hanno anche quel tanto di astratta perfezione che li fa funzionare tanto bene come esempio da richiamare nella conversazione, per portare prove all’assunto. Che è uno e sempre lo stesso: dignità, lavoro, sobrietà, compostezza, lealtà sono valori e gli uomini si giudicano (sì, si giudicano) su questi; dalla facilità con cui se li sistemano sulle spalle, tenendoseli come eloquenti compagni di viaggio, attraverso la vita o un racconto, che è proprio la stessa cosa.
Ci sono stato diverse volte, per la presentazione dei libri di Vincenzo ma anche per parlare di un libro mio e di Cristiana Rogate sulla rendicontazione sociale; in ognuna di queste occasioni sono rimasto sempre colpito dalla partecipazione e dalla voglia di discutere e contestare che ha protratto gli incontri fino all’estremo dell’ora di chiusura della libreria (ieri, uno ce l’aveva, ma lo diceva senza particolare acredine e quasi solo per aprire un fronte di dibattito, con la Cgil che avrebbe consentito in combutta con De Benedetti la chiusura della Olivetti a Napoli, un po’ d’anni fa).
Diciamo che in questa libreria i libri di Vincenzo Moretti si presentano bene, perché sono libri di conversazione: il contenuto è ovviamente importante (Bella Napoli, è stato definito da qualcuno una sorta di controcanto alla Napoli di Gomorra – e cioè la Napoli che riesce ad evitare d’essere deturpata dal contatto con la criminalità, dal lerciume dei rifiuti sui marciapiedi, dalla scostumatezza di famiglie che fondano i loro miseri affari all’ombra delle fanciulle in fiore). Ma più ancora del contenuto conta il come questi libri sono scritti, al modo appunto di una conversazione, il cui narratore principale e unico, ma che sa moltiplicarsi in più voci, è Vincenzo Moretti, sempre alle prese con la domanda su quale sia il genere dentro cui confinare le sue scritture e che, invece, dovrebbe finalmente convincersi dell’evidenza che si tratta sempre di manuali di pratica della conversazione, di esemplari di una narrazione sul tipo di quella che si può fare la sera dopo cena, o se si ha un po’ di tempo la mattina davanti al caffè: di un intrattenimento, insomma, ai cui modi e riti si coinvolgono gli amici, per renderli parte di un discorso che descrive un’autobiografia ideale dell’autore e dei tanti uomini “straordinari” (è un aggettivo che Moretti usa spesso, dando sempre l’impressione di non sprecarlo) che egli ha certo avuto la fortuna di incontrare ma che pure hanno avuto la fortuna di incontrarlo.
Ora che ci rifletto, mi pare chiaro che i protagonisti delle storie raccontate da Vincenzo (in questo e negli altri libri, a partire da Uno doje tre e quattro, conversazione attraverso il canale di facebook) siano personaggi letterari, non perché non siano veri e concreti nella loro fattuale esperienza di vita, ma perché costantemente rappresentano un tratto più universale; sono personaggi gnomici, suggeriscono una lezione di vita e perciò hanno anche quel tanto di astratta perfezione che li fa funzionare tanto bene come esempio da richiamare nella conversazione, per portare prove all’assunto. Che è uno e sempre lo stesso: dignità, lavoro, sobrietà, compostezza, lealtà sono valori e gli uomini si giudicano (sì, si giudicano) su questi; dalla facilità con cui se li sistemano sulle spalle, tenendoseli come eloquenti compagni di viaggio, attraverso la vita o un racconto, che è proprio la stessa cosa.
Di Tarcisio Tarquini il 17/02/2011 alle 19:36
