02/09/2011

Lotta agli evasori

Questa della pubblicazione on line dei redditi, a pensarci bene, fa molto fumo e poco arrosto.
 
È un fumo pericoloso, come nota il garante della privacy, ma soprattutto rischia di non portare ad alcun risultato pratico e, alla fine, può risolversi in un’abdicazione dello stato dalle proprie responsabilità perché è come, lo stato medesimo, dicesse ai cittadini “io non ce la faccio a stanare gli evasori, provateci voi se siete più bravi”.
È stato ricordato un precedente tentativo di Visco, ma prima ancora – sempre su questa lunghezza d’onda – c’è da ripescare nella memoria un provvedimento di Giuliano Amato (non saprei più dire in quale governo e con quale incarico) che chiedeva ai comuni di pubblicare nel proprio albo (internet non era ancora arrivato o diffuso, dunque) l’elenco dei poveri percettori di qualche beneficio pubblico, in modo che la comunità potesse valutare e stanare gli imboscati.

Non per mancare di rispetto, ma mi torna alla mente un’iniziativa della sezione socialista del mio paese, quando ne ero il giovanissimo segretario e capeggiavo un gruppo di ragazzi e ragazze quasi tutti più giovani di me (sulla stampa locale venivamo definiti “i giovani leoni del Psi”), entusiasti e posseduti dal sacro fuoco di colpire le ingiustizie, e perciò anche gli evasori e mentitori (tra i giovani socialisti del tempo, vi assicuro, non c’era ombra di rampanti alla Lavitola, che sono venuti dopo e hanno trovato maggiori comodità).
Anche allora – eravamo a metà degli anni settanta – infuriava la polemica contro lo stato che non colpiva a dovere gli evasori, non riuscendo nemmeno a smascherarli. Pensammo, perciò, di andare a guardare noi, direttamente, le dichiarazioni dei redditi dei nostri concittadini che, secondo procedura del tempo, venivano consegnate al comune, che ne tratteneva una copia. Chiedemmo l’autorizzazione di mettere il naso nell’archivio, aiutati da qualche compagno più esperto prendemmo nota nome per nome di attività e imponibile dichiarato, poi riportammo tutto su uno dei nostri cartelloni murali (non essendo maoisti, ci rifiutavamo di chiamarli tatse-bao) che affiggemmo sulla via centrale, nei pressi della bottega di un tipografo nostro amico e che, soprattutto, si accertò prima di darci il permesso che il suo nome non comparisse.

Qualche ora dopo (per l’esposizione, avevamo scelto con la malizia cattiva, che solo da giovani ci si può permettere, la mattina del mercato settimanale) non si parlava d’altro. Io e l’amico con cui avevo preparato materialmente il manifesto, che pure ci eravamo prudentemente appartati in sezione in attesa di vedere l’effetto che faceva, venimmo raggiunti dai primi commenti riportatici da solerti staffette. C’era il negoziante proprietario di appartamenti che si era trovato scritto sulla lista e protestava, bestemmiando, che un suo concorrente, più evasore di lui, non era stato citato. C’era il barista, che aveva messo all’attivo poche centinaia di lire e si affannava a spiegare a chiunque entrasse a prendere il caffé che quello del reddito era stato un anno terribile e pieno di costose disgrazie. C’era l’avvocato che minacciava querele, mentre più sbrigativamente il proprietario di una liquoreria, compagno più a sinistra di noi e che consideravamo amico, andava dicendo in giro che se ci avesse incontrato (io e il mio amico eravamo stati subito individuati come colpevoli) ci avrebbe spaccato le ossa.

Ciò che ci colpì e fece vacillare la nostra immagine di cavalieri dell’equità fiscale fu però un'accusa che il tipografo si premurò di riportarci, quando nel primissimo pomeriggio - nel momento in cui le strade dei paesi di solito si svuotano, e particolarmente nei giorni di fiera perché entrano in azione i netturbini con le loro pompe che liberano e disinfettano le strade dalla frutta e dagli ortaggi caduti e macerati in rifiuti - andammo con cautela a chiedere notizie sulle reazioni registrate. Ci disse che molti avevano acidamente notato che avevamo omesso di indicare il nome e la situazione reddituale del notaio del paese, notoriamente vicino al nostro partito (il mio amico era suo figlio). Il nome non c’era semplicemente perché la sua dichiarazione dei redditi il professionista l’aveva presentata a un altro comune, quello della sede notarile, ma noi ci sentimmo punti sul vivo e in difetto ugualmente. Scrivemmo subito un cartellone di precisazione, e poi pensammo di scriverne un altro per dire che non tutti gli evasori erano sui nostri quadri murali così come non tutti quelli che vi comparivano erano evasori. E così di precisazione in precisazione, a sera una lunga teoria di manifesti scritti a pennarello faceva ala alla passeggiata della gioventù del luogo, che mirava ed era mirata, soffermadosi interrogativamente davanti all’inaspettata e variopinta teoria di cartelloni.

Certo se già allora ci fosse stato internet e noi avessimo avuto un sito, non avremmo subito problemi di spazio per correzioni, precisazioni, contestualizzazioni. Non avremmo avuto bisogno nemmeno del tipografo amico, perché sarebbe bastato attivare un socialnetwork per registrare i “mi piace” e rispondere ai commenti.

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socialisti evasione fiscale giuliano amato pubblicazione online vincenzo visco psi

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Di Tarcisio Tarquini il 02/09/2011 alle 14:23



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