24/01/2011

Sull'Olimpo di Stefano D'Arrigo

Il Sole 24 Ore di ieri, nel suo inserto di cultura della domenica, si occupa (articolo di Stefano Salis) degli scrittori che, per moda o per valore, vengono canonizzati a classici con fretta – pare al giornalista – sospetta e in virtù di motivazioni non sempre suffragate dall’evidenza del fatto.
 

Si parla di D.F. Wallace e di Roberto Bolano (per dire però che nel loro caso di consistenza ce n’è), si elencano altri scrittori spuntati e portati sul piedistallo da cui sono stati poi disarcionati silenziosamente, e senza che alcuno abbia trovato da ridire, e poi, spigolando un po’ su casi italiani (Tondelli, Palandri, Sgorlon, e, spingendosi più in là nel tempo, Bassani e Cassola – in un modo o nell’altro si finisce sempre per prendersela con loro due: lo fecero anche gli avanguardisti degli anni Sessanta del secolo passato) si finisce col dire: “Per non parlare di Stefano D'Arrigo, il capostipite di tutte le meteore letterarie, atteso lungamente, per il suo estenuante non capolavoro, Horcynus Orca, oggi già con un piede fuori dall'Olimpo”.

Dunque, “estenuante non capolavoro” per un romanzo smisurato non solo per la lunghezza (e comunque oggi si avvicinano in molti alle mille pagine, senza che ve ne sia bisogno) ma per l’invenzione linguistica, la complessità di scrittura, la vastità del racconto che temporalmente si concentra in un niente ma si estende verso una profondità che nella sua porzione di secolo non è stata raggiunta da nessun altro.

Chi scrive un giudizio così liquidatorio, in due righe e senza sentire il bisogno di portare una prova, ha mai frequentato davvero l’universo di Horcynus Orca? Ha mai incontrato la corrusca avvenenza di Ciccina Circè? Ha visto le lacrime degli spiaggiatori, sapendone distinguere – e ritrovandola nella vita delle persone - la fenomenologia? Ha assistito alla lenta agonia della Mezzogiornara, la piccola fera impallinata davanti agli occhi di Caitanello Cambrià che dal dolore violento di quell’emozione non riuscirà più a liberarsi per tutta la vita? (e noi, con lui). Ha mai spiato i traffici d’amore dell’Acitana? Ha osservato le metamorfosi della delfifera? Si è mai sorpreso (a ogni lettura) dell’apparire dell’orcaferone e della sua grandiosa morte? Ha ascoltato il “doli doli degli sbarbatelli” che accompagnano ‘Ndria, alla fine della sua odissea, dentro il mare di lacrime, fatto e disfatto: “sempre più in fondo dove il mare è mare”?
Non è che D’Arrigo oggi stia già con un piede fuori dall’Olimpo. Il fatto è che noi sull’Olimpo non siamo più in grado di arrivarci, nemmeno con lo sguardo.


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il domenicale del sole 24 ore horcynus orca e la sua lingua scrittori canonizzati stefano d'arrigo

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http://rendiamociconto.blog.rassegna.it/2011/01/24/640-sullolimpo-di-stefano-darrigo/

Di Tarcisio Tarquini il 24/01/2011 alle 13:45



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Sperando di farti cosa gradita qui sul mio blog faccio una breve rassegna grafica delle copertine dell'opera D'arrighiana. Buona lettura! http://giupasserini.wordpress.com/2011/02/06/stefano-darrigo-horcynus-orca-mondadori-1975/
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I romanzi fiume che leggiamo oggi, roba che può arrivare anche a mille pagine, propongono una scrittura light, masticabile e digeribile come un prodotto dietetico. Insomma è una quantità che il lettore inghiotte facilmente. Ciascuna delle mille pagine di D'Arrigo, al contrario, ha in sé una densità e una difficile bellezza che non fanno presa nel gusto e nella deconcentrazione del lettore medio. Se D'Arrigo era "per pochi" ai suoi tempi, figuriamoci oggi. Qualcosa di simile accade nella cultura dello sguardo: nessuno è più in grado di "tollerare" Berlin Alexanderplatz di Fassbinder nella versione integrale. Siamo allenati ai 50 min delle serie Fox Crime. Accettiamo un film di 3 ore solo se lubrificato dal 3d o dagli effetti speciali

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