23/11/2010

Nel giorno di Santa Cecilia

Ieri è stata la festa di Santa Cecilia, giornata dedicata alla musica e ai musicisti. Al Conservatorio di Frosinone abbiamo inaugurato l’anno accademico; Gianni Borgna, presidente della Fondazione Musica per Roma, ha tenuto una lezione (assai brillante) sulla canzone italiana; alcuni tra i migliori studenti hanno suonato nel pomeriggio, prima che il palco fosse lasciato tutto a disposizione di Lya De Barberiis (nella foto) che (a quattro mani, con Margherita Traversa), a novanta anni e passa, ha ancora una volta stupito con la sua arte pianistica, affinata grazie allo studio e alla collaborazione diretta con i grandi maestri del novecento italiano (Goffredo Petrassi, uno per tutti).
 

Il Conservatorio ha visto ieri tanta gente e tanti giovani, molti dei quali richiamati anche dalla mostra di liuteria allestita per l’occasione dal maestro Angelo Ferraro, che al Licinio Refice ha dato vita con i suoi allievi a un’originalissima orchestra di chitarre. In mattinata, una messa anche questa accompagnata dai giovani del Conservatorio: il coro diretto dal maestro Fabrizio Menicocci, l’orchestra diretta dal maestro Gianluigi Zampieri. Li nomino tutti, i maestri (senza omettere il direttore, Antonio D’Antò, cui si deve l’ideazione di questo evento annuale) perché è un modo per ringraziarli del lavoro intenso che svolgono quotidianamente, una benemerenza civile prima ancora che artistica; e vorrei poter scrivere anche il nome di tutti gli studenti che, esaltando e esaltandosi, hanno suonato i loro strumenti, per la disciplina lunga e durissima cui si sottopongono nonostante prospettive di futuro assai incerte. Il clima che si è respirato, per tutta la giornata, è stato, infatti, molto strano. Si è colta l’effervescenza di sempre, ma si è percepito anche un tono più sommesso degli anni precedenti. Forse, ha influito un po’ la contemporanea protesta del mondo della musica e dello spettacolo italiano che si è mobilitato, proprio nelle stesse ore, contro la politica dei tagli finanziari indiscriminati (si dicono lineari, ma sono ciechi e stupidi), quasi che gli studenti abbiano avvertito la dissonanza tra l’eccezionalità della festa e la cupa normalità delle altre giornate dell’anno, quelle durante le quali si cerca di mettere a frutto nel lavoro la fatica e la dedizione di anni di studio. È un paradosso: in un mondo che chiede più arte, cultura, intrattenimento di qualità, le occasioni di occupazione di chi tutto questo può dare si rarefanno invece di moltiplicarsi.
Una delle cose che mi ha sorpreso di più, in questi anni di presidenza del Conservatorio, è stata la difficoltà a far capire agli enti pubblici che un Conservatorio, un’Accademia d’arte sono – senza ombra di retorica – una ricchezza del territorio: offrono valori ai giovani, stimolano attività produttive, rendono migliori le città con i loro prodotti artistici, segnano in modo originale province e regioni che senza di esse perderebbero un segno nobile del loro profilo, privandosi di un entusiasmo che solo una passione forte, come quella dell’arte, degli artisti e dei giovani, può generare.
Se è vero che la forza di territori e comunità è data dall’ampiezza di quello che si chiama capitale sociale non si può accettare che non sia sentito da tutti il dovere di curarlo e accrescerlo; proprio come nella parabola dei talenti, che ci insegna che agli occhi del signore non è sufficiente limitarsi a tenerli ben riposti per guadagnarsi la riconoscenza dei giusti.


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Di Tarcisio Tarquini il 23/11/2010 alle 15:19



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