11/05/2010

Come la Cina censura il web

Su Repubblica di questa mattina c’è da leggere un lungo articolo di Giampaolo Visetti sulla “macchina perfetta della censura cinese”. Vi si racconta, soprattutto, della censura del web, perché quella che ingabbia più generalmente la società cinese è ormai collaudata e ammette pochi spiragli, anche se talvolta – quando non degenera in tragedia - sembra più recitata che praticata.
 
Per internet, la faccenda si complica perché non basta innalzare una grande muraglia virtuale per fermare ciò che passa sulla rete. Tanto è vero che la strategia adesso seguita dal potere cinese è quella di neutralizzare i messaggi antiregime con il pronto intervento di milioni di opinionisti on line di partito che “assumono – spiega Visetti – false identità e scrivono ogni giorno migliaia di commenti contro la minima critica sfuggita al setaccio dei computer”. Un setaccio che è agitato da due milioni di funzionari con il compito di “armonizzare le informazioni” e “guidare l’orientamento dell’opinione pubblica”. È da sottolineare che si cerca di rispondere alla libertà della rete aderendo alla logica della rete che, per questo aspetto, presta il fianco a molti rischi di manipolazione: se si vuole annullare un’informazione sgradita basta sommergerla con tanti commenti che la smentiscono, alla fine la ripetitività e il numero fanno reputazione e la reputazione, per quanto posticcia, smentisce il diverso, in questo caso il fuori linea.

Mi vengono da fare due considerazioni. La prima che mi riporta a una discussione fatta al festival del giornalismo di Perugia in uno dei seminari dedicati appunto all’autorevolezza delle fonti dell’informazione on line. Molti relatori hanno ribadito che se una notizia viene confermata da più voci presenti sul web questa notizia acquista reputazione, se viene contraddetta perde credibilità. Il caso cinese consiglia di approfondire un po’ di più.
La seconda, è un ricordo. Quasi quaranta anni fa, nella mia veste di giovane dirigente locale del Partito Socialista, mi capitò di essere presente a un discorso, tenuto nella sezione del mio paese, da Ruggero Orlando, grande e noto giornalista televisivo candidato alla Camera nel collegio delle province del Lazio. Parlò del mondo come noi avremmo parlato del nostro quartiere e avanzò una previsione: le dittature comuniste dell’est sarebbero finite per l’urto della televisione; quando non ci fossero più state barriere in grado di schermare le immagini provenienti dai paesi occidentali, allora la suggestione dei nostri modelli di vita (e di consumo) avrebbe sbriciolato la graniticità del comunismo e la sua legittimazione agli occhi di quei popoli. Sarebbe accaduto un paio di decenni dopo, come risultato di un’incubazione che Ruggero Orlano nel 1972 già vedeva e noi ancora no. Accadrà lo stesso anche con internet?


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Di Tarcisio Tarquini il 11/05/2010 alle 15:12



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