21/10/2010

I pagamenti della pubblica amministrazione

Chi, questa mattina, abbia – come me - sfogliato sia pure frettolosamente i quotidiani della provincia da cui parto per il mio giornaliero pendolarismo avrà letto, riportata con grande spazio nella pagina, la notizia della direttiva europea sull’obbligo alla celerità nei pagamenti della pubblica amministrazione; notizia, bene inteso, riportata anche da quotidiani nazionali e di lignaggio più alto, ma con minore rilievo.
 
Mi sono interrogato sulla ragione di questa ottica diversa e l’ho trovata nel fatto che la norma tocca l’interesse di tanti piccoli fornitori e imprenditori di stato, regioni, enti locali e altre istituzioni pubbliche che sono anche una parte consistente dei lettori di questi giornali locali, i quali (nonostante i tanti e vistosi difetti) sono ancora in grado di sentire gli umori del loro pubblico e cogliere al volo quella che può apparire come una notizia che solleva, sia pure solo in prospettiva, queste persone da qualcuna delle patite angustie quotidiane (all’aver determinato tanto rilievo gioca anche la circostanza che la provincia in oggetto ha eletto ben due parlamentari europei che, nella circostanza, suggeriscono un loro ruolo importante nella decisione; il ché non è, ma questo è secondario e comunque la tutto sommato innocua vanteria è conferma della volontà di compiacere il pubblico, stavolta di elettori).

Ancora questa mattina, su indicazione via facebook del sociologo dell’organizzazione Patrizio Di Nicola, leggo un’articolata denuncia del sito la Voce.it ( www.lavoce.info/articoli/pagina1001954.html) sugli efetti di alcuni dubbi interpretativi di norme recenti riguardo i tempi di pagamento delle amministrazioni pubbliche; nell’attesa di risolverli – rivela l’autorevole sito di economisti – i nostri burocrati hanno pensato bene di sospendere ogni liquidazione, così la procedura è salvaguardata e il fornitore beffato.

A seguire, sulla stessa pagina, viene anche richiamata la paradossale vicenda del Durc, il documento unico di regolarità contributiva che ogni ditta deve presentare all’amministrazione pubblica al momento del pagamento, pena la non erogazione di quanto spettante. Il problema è la durata del Durc: vale trenta giorni,? Ne vale novanta? Non è una questione da poco e per dimostrarlo (restando nel tema di questo post) cito un esempio di mia diretta conoscenza. Riguarda i pagamenti dell’Agenzia per il diritto allo studio della Regione Lazio ai concessionari del servizio di mensa nelle varie sedi in cui la refezione viene da questi servita agli studenti. Succede che l’Agenzia chieda il Durc prima di procedere al pagamento dei pasti erogati, in genere diversi mesi dopo quanto stabilito nel contratto; avviene poi che la ditta presenti la documentazione richiesta (che ha un costo di tempo e danaro) e inizi l’attesa. La mancanza di fondi regionali e il ritardo del trasferimento degli stessi all’Agenzia – questa la motivazione avanzata – porta a un ulteriore ritardo nelle liquidazioni, il ritardo comporta la scadenza di validità del Durc e la conseguente richiesta di produrne uno nuovo (un mese, il tempo medio per il rilascio), per riavviare l’iter che altrimenti rischia d’essere indirizzato su un binario morto. Il gestore della mensa del Conservatorio (come i colleghi delle altre sedi universitarie) è disperato, tanto più che la funzionaria dell’Agenzia, preposta alla faccenda, reitera la richiesta senza sentire ragioni e senza nemmeno provare a esperire la praticabilità di quelle strade alternative pure previste e ammesse dalla legge in casi analoghi, e cioè l’autocertificazione, dichiarazioni sotto responsabilità di tenore simile, o più semplicemente la diretta consultazione della banca dati pubblica nella quale tali informazioni sono reperibili.

È tanto difficile risolvere un problema così, piccolo piccolo? Non dico pagando quando e quanto è stato pattuito; ma rendendo meno gravoso il ritardo, ingegnandosi almeno a proteggere la ditta, già danneggiata dal ritardo medesimo, contro gli avvitamenti burocratici e le elucubrazioni di funzionari e funzionarie che guardano all’ombelico del loro ufficio mentre trascurano ciò che succede fuori dall’uscio. Anche per questo, occorrerà una direttiva europea?

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Di Tarcisio Tarquini il 21/10/2010 alle 12:40



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