10/12/2010
Il bambino con le braccia larghe
Domani, sabato, presenteremo ad Alatri il libro di Carlo Gnetti Il bambino con le braccia larghe. Insieme con me, ne parlerà lo psichiatra e psicoanalista Ettore Del Greco; la giornalista Martina Toti ne ricorderà i temi essenziali, l’attrice Ilaria Del Greco ne leggerà alcune pagine, Carlo aggiungerà le cose che vorrà.
Nel mio intervento ripeterò quanto ho già scritto in un post precedente (rendiamociconto.blog.rassegna.it/2010/09/16/531-paolo-nostro-fratello/); in più cercherò di spiegare che si tratta di un libro vero non solo perché racconta una vicenda accaduta realmente (quella del fratello di Carlo, Paolo, definito schizofrenico a dieci anni e poi per tutta la vita) ma anche perché la narrazione è libera da qualsiasi pregiudizio ideologico o politico e ciò che dice sulla riforma della psichiatria del 1978, il cui ispiratore fu Franco Basaglia (aveva scritto qualche anno prima L’Istituzione negata e aveva liberato i matti del manicomio di Gorizia) non lascia intravedere un partito preso, non rivendica l’appartenenza a uno dei due campi che furono, e sono ancora, fieramente avversi sulla valutazione della legge 180, per alcuni un’utopia mal realizzata per altri una conquista di civiltà da difendere senza se e senza ma. Lo nota stamattina sull’Unità Oreste Pivetta che ha recensito con misura e partecipazione il libro. Ed è opportuno ribadirlo perché la tentazione di leggere queste pagine come una requisitoria contro il basaglismo degli anni ottanta è molto forte ed è in una certa misura autorizzata da alcuni passaggi del racconto.
Sono andato a rileggere, in questi giorni, come si arrivò alla legge 180 e su quale situazione venne a incidere (Saverio Luzzi, Salute e sanità nell'Italia repubblicana, Donzelli 2004). La precedente legge era del 1904, il regolamento che ne dettò le modalità applicative del 1909, le finalità dell’uno e dell’altra erano di tipo repressivo più che terapeutico. Le persone caratterizzate da “alienazione mentale”, pericolose a sé e agli altri e che, soprattutto, riuscissero “di pubblico scandalo” dovevano essere recluse, con procedure che facevano prevalere sempre l’interesse (o presunto tale) dell’ordine pubblico su ogni altra considerazione; e perciò il giudice valeva più del medico, l’autorità di pubblica sicurezza più del giudice. Sono note le aberrazioni determinate da questa impostazione legislativa, così come sono purtroppo ben conosciute le condizioni incivili e inumane dei manicomi, dove veniva spenta ogni traccia d’umanità.
Per mezzo secolo tutto restò così; il primo intervento per modificare le cose fu attuato nel 1968 con una legge, firmata dal ministro socialista Luigi Mariotti, che cominciò a porre le basi di un nuovo rapporto tra istituti di ricovero dei malati mentali e territorio, con l’istituzione dei Servizi di igiene mentale, nel cui ambito si formò una generazione di giovani psichiatri cui venne offerta finalmente la possibilità di mettere alla prova nuove competenze e sensibilità sociali, politiche, culturali e professionali. L’opera di Basaglia fu perciò necessaria storicamente e moralmente, e da questa certezza è obbligatorio partire anche per chi voglia oggi discuterla, alla luce delle esperienze successive e delle tante inadempienze che ne hanno limitato i risultati. Nel 1970 i reclusi nei manicomi erano oltre 180 mila, più del doppio di quanti se ne erano contati quaranta anni prima, la maggior parte appartenenti alle classi più umili (lo dimostrarono studi su singoli manicomi). Con la chiusura dei manicomi si sarebbero dovute costruire tante sedi intermedie, comunità e residenze attraverso cui restituire i malati alla società e alle famiglie. La rivoluzione funzionò a metà, in alcune zone del paese e non in altre: spinta da medici lungimiranti e amministratori generosi e illuminati (Mario Tomassini assessore della provincia di Parma, per esempio), mistificata da capipopolo inconcludenti o peggio. Degli altri, di chi avrebbe voluto che nulla mutasse fondando i propri deliri sulle paure, le ipocrisie, le convenienze della gente normale, non vale nemmeno parlarne.
Il libro di Carlo racconta tanti momenti di questa storia, coglie la riforma nell’attimo lungo del suo concretizzarsi e perciò documenta dal vivo tutte le sue difficoltà e tutte le sue impossibilità. Non è un atto d’accusa, ma proprio per questo finisce con l’esserlo: contro nessuno in particolare e contro tutti. Come è giusto.
Nel mio intervento ripeterò quanto ho già scritto in un post precedente (rendiamociconto.blog.rassegna.it/2010/09/16/531-paolo-nostro-fratello/); in più cercherò di spiegare che si tratta di un libro vero non solo perché racconta una vicenda accaduta realmente (quella del fratello di Carlo, Paolo, definito schizofrenico a dieci anni e poi per tutta la vita) ma anche perché la narrazione è libera da qualsiasi pregiudizio ideologico o politico e ciò che dice sulla riforma della psichiatria del 1978, il cui ispiratore fu Franco Basaglia (aveva scritto qualche anno prima L’Istituzione negata e aveva liberato i matti del manicomio di Gorizia) non lascia intravedere un partito preso, non rivendica l’appartenenza a uno dei due campi che furono, e sono ancora, fieramente avversi sulla valutazione della legge 180, per alcuni un’utopia mal realizzata per altri una conquista di civiltà da difendere senza se e senza ma. Lo nota stamattina sull’Unità Oreste Pivetta che ha recensito con misura e partecipazione il libro. Ed è opportuno ribadirlo perché la tentazione di leggere queste pagine come una requisitoria contro il basaglismo degli anni ottanta è molto forte ed è in una certa misura autorizzata da alcuni passaggi del racconto.
Per mezzo secolo tutto restò così; il primo intervento per modificare le cose fu attuato nel 1968 con una legge, firmata dal ministro socialista Luigi Mariotti, che cominciò a porre le basi di un nuovo rapporto tra istituti di ricovero dei malati mentali e territorio, con l’istituzione dei Servizi di igiene mentale, nel cui ambito si formò una generazione di giovani psichiatri cui venne offerta finalmente la possibilità di mettere alla prova nuove competenze e sensibilità sociali, politiche, culturali e professionali. L’opera di Basaglia fu perciò necessaria storicamente e moralmente, e da questa certezza è obbligatorio partire anche per chi voglia oggi discuterla, alla luce delle esperienze successive e delle tante inadempienze che ne hanno limitato i risultati. Nel 1970 i reclusi nei manicomi erano oltre 180 mila, più del doppio di quanti se ne erano contati quaranta anni prima, la maggior parte appartenenti alle classi più umili (lo dimostrarono studi su singoli manicomi). Con la chiusura dei manicomi si sarebbero dovute costruire tante sedi intermedie, comunità e residenze attraverso cui restituire i malati alla società e alle famiglie. La rivoluzione funzionò a metà, in alcune zone del paese e non in altre: spinta da medici lungimiranti e amministratori generosi e illuminati (Mario Tomassini assessore della provincia di Parma, per esempio), mistificata da capipopolo inconcludenti o peggio. Degli altri, di chi avrebbe voluto che nulla mutasse fondando i propri deliri sulle paure, le ipocrisie, le convenienze della gente normale, non vale nemmeno parlarne.
Il libro di Carlo racconta tanti momenti di questa storia, coglie la riforma nell’attimo lungo del suo concretizzarsi e perciò documenta dal vivo tutte le sue difficoltà e tutte le sue impossibilità. Non è un atto d’accusa, ma proprio per questo finisce con l’esserlo: contro nessuno in particolare e contro tutti. Come è giusto.
Di Tarcisio Tarquini il 10/12/2010 alle 22:33
