10/03/2010

La nemesi delle liste

Quando mi impicciavo direttamente di queste cose, le liste si presentavano seguendo procedure ben precise; erano rituali che portavano l’atto, in sé null’altro che un adempimento burocratico, all’altezza del significato che aveva: il momento in cui si avviava il percorso che avrebbe portato il “popolo sovrano” a compiere la sua scelta di voto, designando i partiti e gli uomini cui esso avrebbe affidato il mandato di rappresentarlo e lo scettro del governo.
 
Il segretario nazionale del partito assegnava ai segretari provinciali il “simbolo” della lista, il segretario provinciale e i suoi delegati nelle diverse città si recavano presso gli uffici elettorali (i comunisti per avere il primo posto sulla scheda li presidiavano fin dall’alba – gli altri con più comodo – finché non fu stabilito che l’ordine di collocazione si sarebbe deciso con sorteggio), depositavano lista e simbolo avendo cura di non ritardare sulle scadenze perché si sapeva che non ci sarebbe stata, se non in casi davvero eccezionali, la possibilità di appello.

Prima di quell’atto conclusivo, che – ricordo – veniva salutato con sollievo: “abbiamo presentato la lista, sta tutto a posto” si rassicurava prima di sorseggiare l’aperitivo che qualcuno offriva, per riconoscenza e buon augurio, prima di quell’atto – dicevo - la lista era stata compilata con attenzione tenendo conto di tutte le esigenze (vere o solo supposte) di cittadini, gruppi sociali e professionali, donne e uomini, deputati e consiglieri uscenti e aspiranti entranti, fino ai massoni (là dove contavano) e solo alla fine dell’accurata e defatigante cernita (c’erano luoghi, come nella mia città, dove si aveva un buon numero di compagni su cui contare all’ultimo momento, per riempire i vuoti e occultare l'altrimenti evidente debolezza) si convocava il direttivo (della sezione, della federazione, regionale, centrale - a seconda del livello della lista, dell’elezione e, per le liste comunali, anche dell’importanza demografica del comune) e la lista veniva approvata, spesso – trattandosi di giudizio coinvolgente le persone – con voto segreto. Una volta approvata, la lista era immodificabile; i colpi di mano – quando c’erano e c’erano – avvenivano tutti prima, perché il voto del direttivo cristallizzava un elenco che da quel punto in poi era immodificabile, direi anche sacro.

Il valore che si dà oggi a questi aspetti lo abbiamo ricordato qualche post fa, notando in giro manifesti di candidati che ancora non erano stati candidati da nessuno, e che al più si sarebbero potuti considerare autocandidati. Era un segnale, che le elezioni da scelta restituita nelle mani dell’elettore erano nel frattempo diventate (non per tutti - ci si ostina a sperare) lo strumento di affermazione di una carriera. Non c’è da meravigliarsi, allora, se questo sistema abbia trovato, con il pasticcio delle liste laziali, la sua nemesi.

Nella foto, un manifesto del Fronte Popolare per le elezioni del 1948. Vedendolo si capisce perchè il Fronte abbia perso. Vedendo quelli degli avversari non si capisce perchè Dc e alleati abbiano vinto.

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Di Tarcisio Tarquini il 10/03/2010 alle 16:54



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