10/01/2010

"Ma è proprio sicuro che è compagno?"

Torno un attimo su questa storia dei manager di provenienza CGIL, di cui – segnalando un articolo di Gianni Mura – ho scritto nel post precedente. Un lettore, Francesco Fasulo, ha (e forse giustamente) liquidato la cosa invitando il sindacalista a fare il sindacalista senza buttarsi in altre avventure imprenditoriali.

 
Io penso, però, che chi fa seriamente attività sindacale matura competenze gestionali di livello alto. Non è facile gestire un’organizzazione in nessun caso, è addirittura arduo gestire un’organizzazione che rappresenta interessi, chi lavora e chi è disoccupato, persone, valori con l’idea (che è della CGIL) di trovare l’equilibrio tra diversi, di praticare la confederalità, all’interno della quale tutti gli interessi sono legittimi a condizione che non escludano i più deboli e non tradiscano valori di solidarietà.
Ritengo anche sbagliato che chi dia prova di queste capacità non sia poi ritenuto abile, e perciò chiamato alla prova, per mettere al servizio di enti pubblici, ma anche imprese private, questo sapere, elevato professionalmente e –così dovrebbe essere – consapevole socialmente.

Qualche anno fa, dopo la manifestazione del 23 marzo sull’articolo 18, di fronte al successo dell’iniziativa un autorevole magazine commentò che chi era stato capace di organizzare una simile adunata (si parlava dell’allora direttore generale della CGIL, Achille Passoni) avrebbe ben saputo essere all’altezza del management di qualsiasi grande impresa.
Il bilancio sociale della CGIL che, per iniziativa dell’attuale responsabile dell’organizzazione Enrico Panini, la confederazione presenterà al suo prossimo Congresso rivelerà molto dell’attività del sindacato, dei principi a cui si ispira, delle strategie e delle azioni che pone in essere per tradurre il suo operato in benessere del mondo del lavoro. Chiarirà, in sostanza, lo spessore della sua responsabilità sociale, un elemento che non deve mai essere dato per scontato ma che va sempre validato, e con tutti gli strumenti che rendono tale validazione provabile e argomentabile.

Il punto è questo. Chi dal sindacato passa a gestire un altro tipo di impresa dovrebbe portare con sé l’esperienza precedente, nella pienezza dei valori che l’hanno ispirata. Succede, a volte, che questo non avvenga e che la tecnica di gestione delle organizzazioni appresa nel lavoro sindacale venga separata dal resto, aprendo le porte a un cinismo imprenditoriale che sussume tutto agli imperativi organizzativi.

È un discorso serio, che penso meriti di proseguire. Intanto, per chiudere il post di oggi, mi rifugio in una citazione. Nella domanda che, in un film famoso – Mimì metallurgico ferito nell’onore – si fa un lavoratore siciliano dopo aver visto all’opera come suo caporeparto Mimì, tornato nel suo paese d’origine, dopo anni di lavoro in una fabbrica milanese, con la fama di militante sindacale impegnato in prima fila nelle mitiche lotte dell’autunno caldo. A un amico comune, davanti all’ennesima ribalderia da capetto di Mimì, il lavoratore chiede interdetto: “Ma è proprio sicuro che è compagno?”.

(Giancarlo Giannini nella locandina di Mimì metallurgico ferito nell'onore, di Lina Wertmuller)

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Di Tarcisio Tarquini il 10/01/2010 alle 14:45



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