16/09/2010
Paolo, nostro fratello
Ho ricevuto ieri il libro del mio collega Carlo Gnetti che racconta la storia di suo fratello Paolo, morto un anno e mezzo fa dopo una vita passata da una casa di cura psichiatrica all’altra, seguendo volta per volta da testimone, protagonista o vittima, le mutevoli vicende dei successi, delle illusioni, delle delusioni e delle sconfitte della psichiatria italiana dalla fine degli anni sessanta in poi.
È un bel libro, fin dal titolo: Il bambino con le braccia larghe, che fissa in un’immagine sola la prima scoperta che quel fratello maggiore, fino ad allora assolutamente uguale, aveva cominciato a camminare in modo diverso da tutti gli altri bambini, con le braccia larghe appunto, come se perdendo l’equilibrio stesse cercando disperatamente di recuperarlo, di rimettersi in linea, di non cadere.
La caduta nella schizofrenia, invece, è implacabile, con le pause che lasciano riaffiorare la speranza, soprattutto negli attoniti genitori che avvertono oscuramente e riconoscono nella trasformazione del figlio qualche loro colpa, fino all’esplosione di momenti di intolleranza e violenza, ma anche di stralunata tenerezza, con brandelli di discorso interiore di cui si percepisce appena qualche sillaba smozzicata.
La forza di questo libro è la tranquillità della scrittura, che si increspa appena nei grovigli emotivamente più densi; uno stile che Carlo ha anche da giornalista, un modo di scrivere che evita di impadronirsi della scena, ma si mette al servizio del fatto e che dell’autore accenna solo la presenza, suggerisce la compostezza, imprime lievemente la traccia nel modo pacato di affrontare anche il dramma, certo che il dramma non ha bisogno di troppa enfasi per dichiararsi nella sua brutalità.
Potrei continuare con le tante notazioni che mentalmente ho fatto a margine del testo, soprattutto riportandomi con la memoria ai tanti contesti che le vicende di Paolo e Carlo (che del fratello più anziano è stato, prima d’esserne lo scrittore, il tutore affettuoso e disarmato) rievocano tratteggiando l’affresco di un quarantennio in cui estremismi ideologici, generosità confuse o lungimiranti, cinismi opportunistici o semplicemente indifferenti hanno trovato nel dibattito sulla riforma della psichiatria un potente e rivelatore punto di caduta. Ma non voglio scrivere qui una recensione. Voglio esprimere un atto di amicizia per Carlo che ieri ha sorvegliato (senza parlarne con noi più di tanto e con un impegno che penso non sia da considerare solo familiare ma anche civile) e oggi ha saputo raccontarci di Paolo, della sua bellezza devastata dalla malattia, come dire della vita di ciascuno di noi che sfiorisce, ma senza la violenza implacabile che a Paolo è stata assegnata dalla sorte.
Il libro si chiude con una memoria ripescata solo recentemente, mentre il testo già scritto si stava componendo in pubblicazione con la sollecitazione esperta e partecipe di Angelo Ferracuti. È la relazione di una psicologa che aveva usato l’art therapy per aiutare Paolo, scoprendo la sua capacità di disegnare; di sprofondare in se stesso riportando alla luce, grazie a matita e colori, le figure profonde e le sentenze inappellabili del passato che lo incatenava. Questi disegni (posti a chiusura del libro) sono spesso accompagnati da note scritte da Paolo, in uno stile straordinario che dà anch’esso l’impressione di essere pieno di cose che spingono per uscire ma ce la fanno solo in parte, come un liquido denso che trasudi da un otre incrostato. C’è una di queste note che voglio segnalare, in calce a un disegno che Paolo intitola “Conflitto col tempo”. Dice: “Da una parte c’è sapere ma non c’è conferma del risultato conseguito. Vorrei ricuperare il tempo passato a curarmi perché è sottilmente configurante con l’informatica che sarebbe la miglior mia tendenza per conseguire un diploma che mi porti verso l’università ma la sfida contro gli altri è negativa e iniqua”.
La sfida è ”negativa e iniqua”, così Paolo, senza volerlo (o volendo dire altro: che la sfida è impari), parla per tutti. Per tutti noi che di sfide e di sfidanti ne abbiamo piene le tasche. E che vorremmo che nella vita e nel mondo ci fosse spazio per Paolo e per tutti quelli che credono come lui che la sfida è negativa e iniqua, perché è positivo e giusto che gli uomini possano riposare in se stessi anche senza dover sfidare gli altri. È la verità lasciataci da Paolo. Paolo, nostro fratello.
Il libro: Carlo Gnetti, Il bambino con le braccia larghe, Ediesse 2010 (pp.204, euro 10) nella Collana Carta Bianca, diretta da Angelo Ferracuti. Sarà in libreria a Ottobre.
Nelle due foto: Paolo (a sinistra) e Carlo; il disegno di Paolo "Il Conflitto".
La caduta nella schizofrenia, invece, è implacabile, con le pause che lasciano riaffiorare la speranza, soprattutto negli attoniti genitori che avvertono oscuramente e riconoscono nella trasformazione del figlio qualche loro colpa, fino all’esplosione di momenti di intolleranza e violenza, ma anche di stralunata tenerezza, con brandelli di discorso interiore di cui si percepisce appena qualche sillaba smozzicata.
La forza di questo libro è la tranquillità della scrittura, che si increspa appena nei grovigli emotivamente più densi; uno stile che Carlo ha anche da giornalista, un modo di scrivere che evita di impadronirsi della scena, ma si mette al servizio del fatto e che dell’autore accenna solo la presenza, suggerisce la compostezza, imprime lievemente la traccia nel modo pacato di affrontare anche il dramma, certo che il dramma non ha bisogno di troppa enfasi per dichiararsi nella sua brutalità.
La discrezione della scrittura, però, non è solo una mistura cercata perché non agisca da detonatore su un materiale ad alto rischio d’esplosione. È soprattutto il riflesso di quella strana sensazione che Carlo confessa di provare quando vede il suo preoccupato e costante accudimento della malattia del fratello come un modo di compiacersi agli occhi degli altri, una scorciatoia per far valere se stesso in contrasto (o a spese) del fratello sfortunato. La scrittura tende, quindi, ad alleggerirsi, o nascondersi: allo stesso modo di Carlo che vorrebbe sottrarsi alla vista e all’apprezzamento di tutti quando tende (metaforicamente o meno) la mano a Paolo, quasi temendo d’essere scoperto in un gesto d’affetto.
Potrei continuare con le tante notazioni che mentalmente ho fatto a margine del testo, soprattutto riportandomi con la memoria ai tanti contesti che le vicende di Paolo e Carlo (che del fratello più anziano è stato, prima d’esserne lo scrittore, il tutore affettuoso e disarmato) rievocano tratteggiando l’affresco di un quarantennio in cui estremismi ideologici, generosità confuse o lungimiranti, cinismi opportunistici o semplicemente indifferenti hanno trovato nel dibattito sulla riforma della psichiatria un potente e rivelatore punto di caduta. Ma non voglio scrivere qui una recensione. Voglio esprimere un atto di amicizia per Carlo che ieri ha sorvegliato (senza parlarne con noi più di tanto e con un impegno che penso non sia da considerare solo familiare ma anche civile) e oggi ha saputo raccontarci di Paolo, della sua bellezza devastata dalla malattia, come dire della vita di ciascuno di noi che sfiorisce, ma senza la violenza implacabile che a Paolo è stata assegnata dalla sorte.
La sfida è ”negativa e iniqua”, così Paolo, senza volerlo (o volendo dire altro: che la sfida è impari), parla per tutti. Per tutti noi che di sfide e di sfidanti ne abbiamo piene le tasche. E che vorremmo che nella vita e nel mondo ci fosse spazio per Paolo e per tutti quelli che credono come lui che la sfida è negativa e iniqua, perché è positivo e giusto che gli uomini possano riposare in se stessi anche senza dover sfidare gli altri. È la verità lasciataci da Paolo. Paolo, nostro fratello.
Il libro: Carlo Gnetti, Il bambino con le braccia larghe, Ediesse 2010 (pp.204, euro 10) nella Collana Carta Bianca, diretta da Angelo Ferracuti. Sarà in libreria a Ottobre.
Nelle due foto: Paolo (a sinistra) e Carlo; il disegno di Paolo "Il Conflitto".
