08/06/2010

Giornalista del futuro

Del futuro del giornalismo si è parlato ieri al Centro studi americani di via Caetani a Roma. Diversi spunti  interessanti; li sintetizzo di seguito, alla spicciolata.
 


Lo storico del giornalismo Michael Schudson dice che negli Usa si è presi dal panico per la temuta sparizione dei giornali; gli americani pensano, infatti, che se diminuiscono i giornali aumenta la corruzione. La crisi attuale – continua lo studioso - riguarda tutti i media tradizionali, colpisce il giornalismo investigativo, in particolare quello locale, privato da internet del mercato e dei ricavi della piccola pubblicità. Ma, in effetti, per Schudson, lo stesso mestiere del giornalismo sta cambiando, la sua prospettiva futura risiede nella perdita dei suoi confini, nella collaborazione tra professionisti e dilettanti, nell’apertura ai lettori che possono rappresentare una moltiplicazione delle fonti.

Marco Bardazzi, inviato dell’Ansa, suggerisce un esperimento e stimola una fantasia. Consultate i libri di testo di storia dei vostri figli e guardate – propone - cosa c’è scritto riguardo una data storica recente come l’11 settembre 2001. Troverete storicizzato l’evento secondo la lettura che ne ha data la stampa e le ricostruzioni che ne hanno fatto i giornalisti; gli storici, quindi, non hanno tenuto conto delle miriadi di informazioni “alternative” che sono state diffuse sul web. Ma se tutta l’informazione sull’argomento fosse stata quella passata sulla rete, quale storia leggerebbero oggi, sui loro sussidiari, i nostri figli? Per Bardazzi, lo specifico distintivo del mestiere di giornalista è il possesso di un metodo di ricerca, di scelta tra fonti disparate, che permette di individuare il certo dall’incerto, il reale dal fantasioso.

Luca De Biase, direttore di Nova l’inserto sull’innovazione del Sole 24 Ore, ricorda una scommessa del 2002, secondo cui nel 2007 le prime notizie trovate da Google sarebbero state non quelle tratte dalla stampa tradizionale ma quelle diffuse dai blog, ad opera dei blogger esperti (e perciò riconosciuti dalla rete per la loro autorevolezza) sui vari argomenti. È quasi superfluo aggiungere che la scommessa è stata vinta da chi l’ha lanciata, e scontata arriva perciò la domanda successiva: a questo punto qual è il ruolo del giornalista? Il valore aggiunto di questa professione, risponde De Biase, sta nel saper padroneggiare un’epistemologia con la ricerca dei fatti; sta nella capacità, dopo averli trovati, di sceglierli e interpretarli. La sua è un’attività di tipo artigiano (l’artigiano, che per Sennet citato da De Biase, è quello che sa fare ma non sa dire); egli cioè sa costruire un contenitore sensato, un progetto, un design che deve però rimodellare continuamente sintonizzandosi sulla velocità delle tecnologie.

Vittorio Zambardini, giornalista di Repubblica.it e pioniere non pentito dei new media, dice che il futuro del giornalismo è nella disponibilità a non arroccarsi: nell’accettare di cambiare, nell’ammettere che c’è un lettore che ne sa più di te; con la consapevolezza che grazie al contributo di questo lettore si possa fare un giornalismo di precisione migliore di quello che potrebbe fare il giornalista da solo.

Ha coordinato e sollecitato tutti, con pertinenza, Giuliano Amato, il quale suggerisce la distinzione tra giornalista ed esperto; la stessa, osserva, che passa tra un giudice e l’esperto: il giudice è quello che sa cercare le fonti, sollecitare gli esperti, raccogliere le loro informazioni e poi metterle insieme per decidere. Come il giornalista, appunto, che – aggiungo io per concludere – è (oggi e nel futuro) esattamente quello ritratto (e definito) da Italo Calvino: “curioso di tutto, esperto di niente”.

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Di Tarcisio Tarquini il 08/06/2010 alle 15:41



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