07/12/2010

Le cantine di Piperno e Ammaniti

Gli ultimi due romanzi di Alessandro Piperno e Niccolò Ammaniti hanno un elemento comune, mutuato da precedenti letterari importanti me non per questo meno significativo.
 
Nell’uno e nell’altro libro, il personaggio protagonista (un adolescente in Io e Te di Ammaniti e un oncologo di successo in Persecuzione di Piperno) di fronte a un’asperità della vita (prima di lasciare l’adolescenza, il primo; un passo prima di scivolare nella morte, il secondo) si rifugia in cantina per nascondersi agli occhi di tutti, con l’idea che in questo modo, sottraendosi alle pretese ansiose del mondo, si possa con più facilità trovarsi o ritrovarsi; rifugiarsi nelle cantine, abitare il sottosuolo, organizzare un’esistenza compiuta, autonoma, sotto i pavimenti delle case e il piano delle strade sembra essere non una scelta logistica, dettata da contingenze ostili, ma una vera svolta che ci si impone perchè per potersi guardare è necessario che gli altri non ci guardino. È la tracotante democrazia dello sguardo che si contesta, immergendosi nell’abisso familiare della propria casa: una normale cantina le cui profondità e i cui misteri sfuggono, per il solito, al frettoloso tran tran quotidiano. È il rifugio in un grembo protettivo a basso costo (anche psicologico) da cui si può uscire, rinati, o affogare del tutto: distrutti, ma senza avventura, lontani dall’epica, alcuni metri sotto la tragedia.

I due romanzi però non mi hanno convinto; e certo in questa sensazione (più che un giudizio) pesa molto la grande attesa che nutro per ogni nuovo libro di due scrittori veri, capaci di creare macchine narrative e perciò capaci anche – se pure in modi diversi – di guadagnarsi l’attenzione dei lettori. Di Ammaniti, per esempio, ricordo un racconto assolutamente straordinario (“Fa un po’ male”) pubblicato alcuni anni fa su un fascicolo speciale di Micromega (Almanacco di letteratura, 2002) che mi pare ancora oggi uno dei racconti più emozionanti, e perfettamente conclusi, che si possano leggere. L’esordio di Piperno e molti passi anche di questo suo nuovo romanzo (per esempio, il confronto tra protagonista e giudice inquisitore, oppure il senso di colpa che non ha bisogno di prove per alimentarsi e convincersi d’essere motivato – tanto che la prova dell’innocenza alla fine è un irreversibile viatico alla punizione) sono destinati a restare nella memoria. Ma l’insieme non è al livello - mi pare - della potenza compatta dei libri precedenti.

Né ad Ammaniti, ritengo, giova la brevità: una cosa che ho sempre notato da Branchie a Che la festa cominci è lo scarto che a un certo punto del racconto sposta la narrazione fintorealistica verso un piano rocambolesco e fantastico, un livello in cui il reale rivela la sua vocazione al videogioco, che è più propriamente il rifiuto della logica della distinzione, della ferrea binarietà di una cosa che è sempre una cosa e non può essere nello stesso tempo anche un'altra. La stringatezza geometrica di Io e Te, pure da tanti esaltata, impedisce lo slittamento e priva il meccanismo narrativo di una sua molla essenziale. Per chi non ne è capace, pazienza; ma ad Ammaniti, grande maestro nella costruzione di apparati celibi, si può certo rimproverare.


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Di Tarcisio Tarquini il 07/12/2010 alle 17:51



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