15/06/2010

Media (e non solo) senza incertezze sulla Fiat di Pomigliano

Mi mette un po’ di tristezza leggere la dichiarazione di Sergio Chiamparino, sindaco di Torino (città della Fiat), sulle tute blu della Fiom di Pomigliano. Il succo è che debbono firmare l’accordo-ricatto (su cui titolano oggi tutti i giornali) se sono responsabili.
 
Non è un’affermazione originale, dato che ricalca più o meno quello che la maggior parte di politici, opinionisti, media sta dicendo da qualche giorno; colpisce però perché viene da uno che dovrebbe sapere di che si tratta e che una qualche dimestichezza con il lavoro di fabbrica si suppone la abbia.
Ora è certamente possibile criticare la decisione della Fiom di non firmare per Pomigliano; si può altrettanto certamente sostenere che in simili frangenti si debba privilegiare il lavoro, chiudendo un occhio (o magari anche un occhio e mezzo) sulle condizioni in cui tale lavoro viene prestato, come se questa fosse una variabile priva di significato ed effetti. Ma ciò che non si può accettare è che del punto di vista degli operai, delle argomentazioni sostenute dai metalmeccanici della Fiom sulle conseguenze della regolamentazione autoritaria dell’organizzazione del lavoro, del richiamo a considerare le conseguenze della forzatura che si vuole imporre sul piano dei rapporti di civiltà all’interno di una fabbrica, non si tenga il minimo conto nel formulare un giudizio, nel proporre un’opinione, nel suggerire una via d’uscita.

A questo pensavo stamattina, partecipando al convegno di Mediacoop in difesa dei contributi pubblici alle cooperative di giornalisti. Si discuteva della legittimità del finanziamento dello Stato e dei tagli che lo stanno cancellando e mi sembrava chiaro come nell’ecosistema dell’informazione abbiano una funzione vitale tutte quelle voci della stampa che si mettono dalla parte di chi ha un punto di vista in controtendenza rispetto a quello che viene presentato come prevalente e che talvolta finisce per diventarlo solo perché spinto dalla forza di una vulgata mediatica comune.
Basta poco per fare del giornalismo d’inchiesta; occorre porsi qualche domanda, superare il muro degli slogan, parlare direttamente con le persone coinvolte nei fatti e poi, semmai, concludere indicando chi sbaglia e chi ha ragione.
A me risulta difficile distribuire torti o ragioni, come si dice, sulla pelle degli altri. Con l’atteggiamento di quel personaggio di Achille Campanile che aveva scoperto che non si prova alcuna ansia prima di finire fulminati sulla sedia elettrica: poteva ben dirlo lui che aveva simulato l’evento centinaia di volte.

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Di Tarcisio Tarquini il 15/06/2010 alle 17:34



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